Il mercato asiatico è da anni strategico per l’export del Made in Italy, facendo registrare nel periodo 2010-2018 una crescita del 129%. L’emergenza Coronavirus rischia di penalizzarlo, in particolare dimezzando l’export agroalimentare italiano in Cina.

In generale, per le esportazioni il 2020 si preannuncia un anno difficile visto che le attuali criticità del mercato cinese, colpito dal Coronavirus, si sommano alle già pesanti ripercussioni causate dai dazi USA, dall’avvio della Brexit, e dall’embargo in Russia.

A livello di fatturato tutto questo si tradurrebbe in una perdita per l’export agroalimentare italiano in Cina pari a circa 200 milioni di euro, contro un turnover annuo che oggi è di circa 450 milioni di euro e importazioni dalla Cina per oltre 600 milioni di euro.

A subire i danni maggiori potrebbe essere il comparto del vino, il principale prodotto esportato oggi, per un giro d’affari da 155 milioni di euro l’anno: un valore pari al 30% circa del totale dell’export Made in Italy.

Per ora il settore non è ancora in emergenza, poiché, come spiegato da Sandro Boscaini, presidente di Federvini e del gruppo Masi Agricola, finora non si sono registrati rallentamenti e l’ultimo ordine verso il distributore cinese Asc Fine Wines, azienda molto solida che mantiene livelli di stock di circa quattro mesi, è partito a fine gennaio, prima dello scoppio dell’emergenza.

Oltre all’export in senso stretto, però, a danneggiare il Made in Italy ci sono anche gli effetti della paura che questa emergenza sta scatenando, portando all’annullamento di eventi chiave come il Great Wines of Italy di Hong Kong e il Master of taste di Singapore, vanificando quindi gli sforzi profusi dalle istituzioni italiane negli ultimi anni per la promozione del vino italiano in Cina.

Il Coronavirus ha inoltre rallentato la firma del protocollo d’intesa per autorizzare l’esportazione del riso italiano da risotto, poiché a fronte dell’emergenza il colosso asiatico ha chiesto approfondite informazioni su quantità, superfici investite a riso in Italia, volumi importati ed esportati e una scheda sui trattamenti.

Danni minori sono ravvisabili invece per l’olio (che rappresentano il 6% dell’export agrifood italiano in Cina), l‘ortofrutta trasformata (5%) e i formaggi (8%) che in Cina non sono molto consumati nonostante secondo le elaborazioni di Assolatte nel 2019 le vendite di formaggi e latte italiani in Cina hanno raggiunto i 25 milioni di euro, il doppio rispetto al 2015 e oltre 10 volte di più che nel 2010.

Bassi i danni anche per l’export ortofrutticolo, che prevede la vendita praticamente solo di kiwi e agrumi a fronte del fatto che, allo scoppio dell’epidemia, la campagna kiwi era alle sue battute finali. Va però segnalato, con riferimento al settore ortofrutticolo, l’annullamento della missione di incoming del Distretto agrumi di Sicilia, che avrebbe dovuto portare un gruppo di buyer e giornalisti cinesi a visitare gli impianti di arance rosse. Tra l’altro, denuncia la Coldiretti, mentre le frontiere cinesi sono state chiuse dal governo di Pechino a molti prodotti del Made in Italy per motivi sanitari, paradossalmente, la Cina può continuare ad esportare pere e mele nella nostra Penisola.

Mentre in Cina il blocco della catena di fornitura e la chiusura forzata dei negozi sta generando una crisi dell’agricoltura con i contadini costretti a far morire coltivazioni e allevamenti, il generale stop delle attività cinesi ha effetto anche sul trasporto, per via della chiusura degli uffici doganali, e sul nostro porto di Genova, unico in Italia ad avere navi dirette da e per la Cina. Si stimano rallentamenti delle rotte tra il 18% e il 25% nei primi sei mesi dell’anno.

In più si temono, in generale, ripercussioni sull’intero sistema Italia per via del calo delle affluenze turistiche.

Pubblicato da www.pmi.it

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