Con due successivi interventi ai Tg1 e Tg2 serali, il Segretario di stato vaticano, il cardinal Pietro Parolin, ha ribadito la necessità che i cattolici tornino ad incidere nella vita politica e che lo facciano recuperando degli elementi di “autonomia”. Aggiungo io: viste le specificità, l’originalità e l’unicità del pensiero di riferimento, oltre che il metodo dell’azione politica che hanno saputo consolidare in Europa e in Italia nel corso di una lunga esperienza di partecipazione pubblica e di governo. Il cardinale ha anche risposto alla domanda se tutto ciò possa far prevedere l’organizzazione in un vero e proprio partito sostenendo di non essere lui a poter rispondere a quella domanda. Su questo, torno dopo in conclusione.

Elisabetta Campus oggi nota come il dibattito sui cattolici in politica riappaia ciclicamente, soprattutto nel corso delle campagne elettorali (CLICCA QUI), anche se sulla loro ininfluenza un lungo filo di ragionamento si sta dipanando da tempo.

Gran parte della discussione porta a veder tanti commentatori muoversi a cavallo tra le questioni religiose e della Chiesa e quelle politiche per una mal digerita, o del tutto assente, metabolizzazione degli insegnamenti sturziano, degasperiano e moroteo. Oltre che a causa di una parziale lettura di quanto si è concretizzato dal ’19 fino al 1992, attraverso l’esperienza popolare, con l’attività antifascista durante il ventennio e, poi, con la Dc giungendo al 1994.

Emblematico il caso dell’intervento di Sergio Belardinelli pubblicato su Il Foglio che, già dal titolo, dimostra come sia facile finire fuori strada: “In una società plurale non può esistere una politica “cattolica” a priori” (CLICCA QUI). Due errori in una sola breve frase. In una società plurale, potremmo chiederci al limite del paradosso, perché non potrebbe esistere una politica “cattolica”? Altrimenti che società plurale sarebbe?  Solo che non ha alcun senso parlare di una politica “cattolica”. Semmai, di una politica fatta da cattolici.

Difatti, mentre è possibile ritrovare nel corso dei secoli un’elaborazione di “dottrine politiche” da parte dei cristiani( leggi ad esempio “Dottrine politiche nei teologi del ‘500 – Sandro Quadri – Universale Studium), afferenti una disamina teorica sulle varie forme di governo, sui rapporti tra sovrani e popolo e sulla “attuazione della giustizia”, c’è da considerare che la Chiesa non ha mai indicato una vera e propria “Dottrina politica” da imporre ai propri fedeli. Nel senso che, guardando al mondo intero, alla pluralità di opzione politiche che i cattolici sono liberi di scegliere in tutti i paesi del mondo, è evidente come per la Chiesa sia di fatto impossibile definire una “politica” dogmaticamente intesa da indicare per chi vuole coinvolgersi nella vita pubblica.

Belardinelli finisce, dunque, proprio fuori strada quando pensa che un’iniziativa politica dei cattolici italiani debba essere intrapresa sulla base di disposizioni che dovrebbero venire, come egli scrive, “dall’alto”. Siamo proprio lontani della progressiva crescita maturata dai cattolici nei confronti della cosa pubblica, verso la quale è un bel pezzo che, nella quasi loro totale maggioranza, essi guardano laicamente. Leggendo la “Fratelli tutti”, ma prima ancora altre encicliche sociali, ad esempio la “Laudato si'”, è evidente come i Pontefici , con grande saggezza e lungimiranza, sollecitino affinché nasca una “buona ” politica, un’attenzione alla Persona, al lavoro, alla famiglia, all’educazione, e a tutto quello che, nel bene e  nel male, caratterizza la convivenza umana. Forniscono una loro chiave di lettura guardando al Bene comune con una sollecitudine che non è diretta solo ai credenti. Pensare che una disposizione dall’alto possa riguardare allo stesso modo l’impegno politica in Italia, o in altri paesi europei, nelle Americhe, in India o in Africa rischia di assumere la consistenza di una boutade senza alcun senso logico rispettoso di una lunga vicenda storica, di cultura politica, d’impegno concreto che ha coinvolto il cosiddetto cattolicesimo politico in oltre un secolo di esperienza.

Così, ritorno infine alla precisazione del cardinal Parolin. Non può essere alcun vertice ecclesiale a stabilire se debba o meno essere costituito un partito. Sta ai laici declinare in concrete forme di intervento politico il loro riferimento di pensiero, di sentimenti e di sensibilità in relazione alle contingenze storiche e al concreto dispiegarsi delle cose in quel determinato contesto.

Noi, prima con Politica Insieme, e poi con la nascita di INSIEME, abbiamo indicato la via che riteniamo più opportuna per metterci al servizio degli italiani e abbiamo dato vita ad un partito perché è così che si fa politica e si può andare oltre il pre – politico. Laicamente ragionando, non troviamo in nessun altra forza politica quell’insieme di pensiero, coerenza e voglia di rendere effettivamente vivo un impegno animato da un senso di solidarismo e dalla ricerca della Giustizia sociale.

Giancarlo Infante