“O noi o la Meloni”, ha detto Enrico Letta che, così facendo, ripresenta il vecchio schema del bipolarismo e rischia di perdere un’altra volta di perdere il senso della complessità e varietà di una società moderna. Quella che da anni rifluisce nell’astensionisno, nell’individualismo, solo nel seguire i fatti propri perché vede com’è gestita la cosa pubblica da parte di pochi intimi. E, dunque, ci si deve chiedere: e tutti gli altri?

Confinare il voto del prossimo 25 settembre nella riduttiva competizione tra una destra estrema e pericolosa, perché intenzionata a stravolgere la Costituzione, animata da uno spirito di rivincita sulla base di sentimenti risalenti al secolo scorso,  pericolosamente in rotta di collisione con l’Europa, e che grazie a questa crisi proverà a nascondere le ambiguità delle lunghe cementare relazioni con Vladimir Putin, e una sinistra cui è rimasto solo l’attaccarsi alla cosiddetta “agenda Draghi”, mentre i “campi” mutano di giorno in giorno, è davvero il servizio migliore che si possa fare al Paese?

Verrà risposto: è la legge elettorale. Si, una legge che avrebbe potuto essere cambiata, ma non lo si è fatto anche per l’atteggiamento ondivago di molti, Letta compreso. Ma poi, a ben guardare, questo è un alibi. Perché qualunque sia il sistema di voto il punto resta quello della prospettiva da indicare al Paese e come, su questo, ci si confronta con tutte quelle forze che popolano la società italiana.

L’Italia ha bisogno di un processo di trasformazione che non può essere costipato nel limitarsi a scegliere tra l’armamentario retorico e di un ristretto nazionalismo delle destre e una sinistra vittima di una retorica speculare e contraria che alimenta un’autoteferenzialità che finora l’ha portata solamente a perdere tutte le regioni ad esclusione di quelle dove resiste un forte apparato di potere risalente al dopo PCI.

È vero quello che dice Letta: lo scontro è tra pensieri. Ma non ci sono solo quello suo e del suo Pd e quello della Meloni. E non si può pensare che agli altri tanti pensieri vedano riconosciuta l’adeguata dignità solamente se si mettono al servizio della cosiddetta “vocazione maggioritaria” del Partito dei democratici e accettano che, prima, sia tutto predisposto dal suo apparato.

Giancarlo Infante