Se il ritorno del fujimorismo alla guida del Perù dovesse concretizzarsi attraverso il governo di sua figlia, esso rappresenterebbe ben più di un semplice avvicendamento politico nazionale: costituirebbe l’ennesimo tassello di un più ampio riassetto degli equilibri ideologici dell’America Latina, una regione che, nel corso della propria storia contemporanea, ha conosciuto oscillazioni quasi cicliche fra spinte rivoluzionarie, esperienze populiste, aperture liberali e restaurazioni conservatrici. La politica latinoamericana, infatti, sembra spesso muoversi secondo un pendolo storico nel quale ogni stagione genera, come inevitabile reazione, quella successiva.
Per comprendere la possibile estensione di una nuova destra latinoamericana è necessario guardare oltre la cronaca elettorale e recuperare la profondità della storia. Per gran parte del Novecento insieme all’Europa il continente fu il principale teatro della Guerra Fredda, trasformandosi in un laboratorio politico nel quale gli Stati Uniti sostennero governi autoritari e regimi militari nel tentativo di arginare l’espansione del comunismo dopo la Rivoluzione cubana del 1959. Il Cile di Augusto Pinochet, l’Argentina della giunta militare, il Brasile dei generali, l’Uruguay della dittatura civico-militare e numerosi altri governi autoritari furono il prodotto di quella stagione nella quale l’anticomunismo divenne il principio ordinatore della politica continentale.
Con il ritorno della democrazia negli anni Ottanta e Novanta sembrò aprirsi una nuova epoca. Tuttavia, le profonde disuguaglianze sociali, la fragilità delle istituzioni e gli effetti spesso traumatici delle riforme neoliberali prepararono il terreno alla cosiddetta “marea rosa”, la stagione dei governi progressisti inaugurata da Hugo Chávez in Venezuela e proseguita con Luiz Inácio Lula da Silva in Brasile, Néstor e Cristina Kirchner in Argentina, Evo Morales in Bolivia, Rafael Correa in Ecuador e, in misura diversa, da numerose altre leadership di sinistra. Per oltre un decennio sembrò che l’intero continente fosse destinato a consolidare un’identità politica progressista, alimentata dall’espansione economica garantita dall’elevato prezzo delle materie prime.
La successiva crisi economica, la crescita della criminalità organizzata, gli scandali di corruzione — emblematicamente rappresentati dal caso Odebrecht, che coinvolse dirigenti politici di quasi tutta l’America Latina — e l’indebolimento delle economie nazionali hanno però progressivamente eroso il consenso verso quella stagione politica. La domanda di sicurezza, stabilità e rigore economico ha iniziato a prevalere sulle tradizionali rivendicazioni redistributive.
È in questo contesto che si inseriscono i risultati elettorali degli ultimi anni. L’Argentina ha affidato la propria guida a Javier Milei, interprete di una destra radicalmente liberista che combina un forte ridimensionamento dello Stato con una retorica antisistema e un marcato conservatorismo culturale. In Cile, il successo elettorale e parlamentare delle forze guidate da José Antonio Kast testimonia come anche il Paese che più di ogni altro aveva incarnato le speranze della nuova sinistra stia vivendo una profonda ridefinizione del proprio orientamento politico, favorita anche dal fallimento dei processi costituenti.
In Ecuador, l’ascesa di Daniel Noboa riflette il crescente peso attribuito alla sicurezza pubblica in una nazione travolta dall’espansione del narcotraffico e della violenza criminale. In El Salvador, Nayib Bukele ha costruito uno dei più elevati livelli di consenso popolare del continente facendo della lotta senza compromessi contro le bande criminali il fulcro della propria azione politica, anche al prezzo di frequenti tensioni con i principi dello Stato di diritto e con gli organismi internazionali per la tutela dei diritti umani. In Colombia, infine, pur essendo stato eletto Gustavo Petro, primo presidente apertamente di sinistra nella storia del Paese, le recenti consultazioni locali e il rafforzamento delle opposizioni mostrano come anche lì il consenso progressista incontri limiti sempre più evidenti, soprattutto nelle aree maggiormente colpite dalla violenza e dall’insicurezza.
In questo scenario il Perù assume un significato particolare. L’esperienza di Alberto Fujimori negli anni Novanta continua infatti a rappresentare uno dei casi più controversi della storia latinoamericana recente. Da un lato egli viene ricordato per avere sconfitto il terrorismo di Sendero Luminoso, stabilizzato un’economia devastata dall’iperinflazione e ricostruito l’autorità dello Stato; dall’altro il suo governo è indissolubilmente associato alla concentrazione del potere esecutivo, alla compressione delle libertà democratiche, agli abusi dei servizi segreti guidati da Vladimiro Montesinos e ad un insieme di gravi violazioni dei diritti umani. È proprio questa duplice eredità a rendere il fujimorismo un fenomeno politico ancora straordinariamente divisivo, ma anche sorprendentemente resiliente.
L’eventuale ritorno di simili pratiche di governo non sarebbe quindi un fatto isolato, bensì il simbolo di una tendenza più ampia: la crescente disponibilità degli elettorati latinoamericani ad affidarsi a leadership forti, capaci di promettere ordine, sicurezza e crescita economica in un contesto segnato dalla sfiducia verso le classi dirigenti tradizionali. Si tratta di una destra che, pur assumendo forme differenti da Paese a Paese, presenta alcuni elementi comuni: un marcato presidenzialismo, una concezione rigorosa della sicurezza interna, una critica alle burocrazie statali, una diffidenza verso gli organismi sovranazionali e un forte richiamo ai valori dell’autorità, della nazione e della responsabilità individuale.
Sarebbe tuttavia un errore interpretare questo fenomeno esclusivamente attraverso la categoria della restaurazione conservatrice. Più che il semplice ritorno delle destre tradizionali, ciò che emerge è una nuova configurazione politica nella quale convivono liberalismo economico, populismo, personalizzazione del potere, comunicazione diretta attraverso i social media e una crescente insofferenza verso i partiti storici. In questo senso Milei, Bukele, Kast e lo stesso eventuale rilancio del fujimorismo appartengono soltanto in parte a una medesima famiglia politica: essi condividono soprattutto la capacità di intercettare il profondo malessere delle società latinoamericane.
L’America Latina sembra così entrare in una nuova fase della propria lunga alternanza storica. Dopo il ciclo delle dittature militari, dopo l’età del neoliberismo degli anni Novanta e dopo la lunga stagione della sinistra bolivariana, il continente appare oggi orientato verso governi che pongono al centro sicurezza, efficienza amministrativa e disciplina fiscale, relegando in secondo piano le grandi narrazioni ideologiche del Novecento. Resta tuttavia aperta la questione fondamentale che attraversa da due secoli la storia politica latinoamericana: se la ricerca dell’ordine possa conciliarsi con il pieno consolidamento delle istituzioni democratiche oppure se, ancora una volta, il desiderio di stabilità finisca per sacrificare parte delle libertà costituzionali. È una domanda che accompagna il continente sin dall’indipendenza e che continua, ancora oggi, a rappresentarne il più autentico nodo storico e politico.
Edoardo Almagià