“Make America Great Again”! Le settimane – anzi, i mesi – del suo second term presidenziale scorrono – ma il mantra di Donald Trump rimane sempre lo stesso; il grimaldello con cui ha convinto molti americani a riportarlo alla Casa Bianca, nonostante tutto. E con il quale ci dava per certo che sarebbe stato capace di riportare Vladimir Putin all’ovile, in un consesso internazionale guidato dagli USA, e mettendo all’angolo il vero competitore, la Cina.

Trump è stato costretto, nel giro di questi ultimi mesi, ad un risveglio piuttosto brusco. E a volte non sembra più avere, forse, neppure le idee chiare sul come comportarsi con il Presidente russo, dopo le tante blandizie e i tanti ultimatum rivoltigli perché chiudesse la vicenda Ucraina. Appelli ed ultimatum davvero tante  volte rinnovati e rimandati da toglier loro forza e significato politico, in una prospettiva in cui i prossimi saranno destinati a valere ancora meno. E avranno la sola conseguenza di costringere Trump alla ricerca di continui diversivi sul fronte interno, per distrarre i suoi elettori.

Già ci sta provando, su questo fronte, con i ripetuti invii di soldati della Guardia nazionale nelle città a guida democratica, con il pretesto di aver ereditato, in molti e spesso importantissimi Stati dell’Unione, una situazione insostenibile di ordine pubblico, cui occorre porre rimedio. E in questa prospettiva lancia minacce neppure tanto velate.  Mentre al tempo stesso prende, sul fronte della propaganda, iniziative che appaiono talora contraddittorie. Come quando prende la decisione – proprio lui, che dichiaratamente ambisce al Premio Nobel per la Pace – di ribattezzare “Dipartimento della Guerra” quello che dal ’47 in poi è e sempre stato chiamato il Dipartimento alla Difesa.

Analogamente, anche sul fronte diplomatico-internazionale, sembra agire in maniera confusa. Ancora ieri, indomito,  è tornato a minacciare Putin di nuove sanzioni, mentre il suo Segretario al Tesoro, Bessent, dice che queste faranno crollare l’economia russa. Tanto che, a  questo punto, non si capisce se il problema sia quello dell’Ucraina o una risposta alle giornate di Pechino, una reazione impotente agli accordi commerciali firmati dal Presidente russo e da Xi Jinping al Summit di Tianjin, dove è apparso chiaro un orientamento tendente, in sostanza, alla creazione di una sorta di “mercato comune” alternativo che dovrebbe allargarsi a molti dei paesi Brics, a partire dall’India.

Sui due attuali teatri di guerra, Trump ha sempre cercato di evitare una scelta definitiva tra Ucraina ed Europa da un lato, e Russia dall’altro. Ma quello che prima sembrava un disegno in qualche modo di attacco – con il fine ultimo di staccare il più possibile Putin dalla Cina – sembra essere diventato adesso uno stato di necessità. Un cul de sac da cui non sembra facile uscire. Se per Trump è più comodo legarsi al carro dell’attuale vincitore in terra di Medioriente – che, sul piano della forza bruta e spietata, è ovviamente Israele – molto più complessa appare la questione Ucraina. Anche perché i rapporti con la Russia si sono dimostrati più complicati di quelli che Trump pensava agli inizi della sua seconda presidenza. Cosicché, per alcuni versi, Trump appare molto più vicino alla linea di Biden nell’assecondare quell’apparato industriale militare internazionale che ha deciso di rispondere a Putin colpo sul colpo e di consentire a Zelensky di salvare il grosso dell’Ucraina.

Le elezioni di “midterm” del novembre del 2026 ci diranno se gli elettori americani apprezzeranno ancora il “Make America Great Again” o se si saranno convinti che questo slogan – efficace sul piano della propaganda – coincide però proprio con il momento in cui appare evidente la fase discendente per quegli Usa che erano giunti all’apice della loro grandezza, iniziata meno di due secoli orsono con la Dottrina Monroe e la “politica delle cannoniere” utili ad aprire agli Stati Uniti i mercati dell’Oriente.

Quell’Oriente da cui, approfittando della ricorrenza degli 80 anni dalla fine del Secondo conflitto mondiale, Xi Jinping ha appena fissato i termini della scelta. O la collaborazione su un piano di parità e in un contesto caratterizzato dalle regole, e quindi la pace; oppure la contrapposizione ed, al limite, la guerra. E già solo il fatto, sia pure con il linguaggio della grande tradizione confuciana e della diplomazia cinese, che ciò sia stato profferito la dice lunga sui cambiamenti intervenuti  negli ultimi decenni negli equilibri mondiali. Xi, del resto, sa che parla ad un “commerciante” che non ha nessuna intenzione di andare verso l’irreparabile. Così come non ci vuole andare l’Europa, che però, almeno per ora, deve subire più che contrastare Trump. Ameno sino a quando non ci saranno condizioni tali perché un vero e propria rottura si determini tra le due sponde dell’Atlantico.

Dando per scontato dunque che guerra non sarà, resta il quesito di quale pace sia possibile. E soprattutto su quando e su come essa possa giungere. Ed è inutile aggiungere che sarebbe il caso che su tutti i fronti, non solo sull’Ucraina, l’Europa battesse un colpo.

Giancarlo Infante

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