Il recente articolo che di Enzo Balboni pubblicato su “Politica Insieme” (CLICCA QUI) ha posto una questione cui è difficile sottrarsi. In ordine alla quale sarebbe quanto mai utile – per il pro o per il contro – aprire un dibattito ed un confronto. Se sia possibile ed opportuno, o addirittura “necessario”, cioè, che l’Europa si dia finalmente una propria “legge fondamentale”, si doti, di una Costituzione.
L’Europa ha bisogno di un momento di cruda sincerità nei confronti di sé stessa. Non solo a livello politico-istituzionale, ma da parte della generalità dei ceti dirigenti. E, soprattutto, cercando di suscitare la ventata, se cosi si può dire, di un nuovo “sentimento popolare”.
Per quanto la difficoltà oggi appaia, a tale proposito, quasi proibitiva, bisogna, ad ogni modo, provare a scuotere l’inerzia che ci paralizza. E da qualche parte è pur necessario cominciare. E’ ora il momento in cui l’Europa – o meglio gli europei, uno per uno, nel segno della responsabilità personale che a ciascuno compete – deve guardare sé stessa negli occhi, comprendere dove sia giunta la parabola del suo sviluppo nell’arco temporale della vicenda umana e decidere se accogliere su di sé o meno l’onere di un “destino” che la sua stessa storia le ha cucito addosso ed ora le presenta il conto.
In altri termini, il tema della definizione di una vera e propria Carta Costituzionale dell’Europa, va visto secondo due versati. Prendendo le mosse – come suggerisce Maurizio Cotta – dai Trattati e dal quadro complessivo di indirizzi, norme e regolamenti che si sono, via via, sovrapposti nel tempo e sono oggi cumulativamente in essere.
Si tratta, cioè di creare un ordinamento istituzionale non pletorico, ma ordinato ed efficace che sia in grado di reggere il peso di una “sovranità” europea che è molto più di quanto non siano le politiche di conciliazione intergovernativa di cui al Consiglio Europeo. Ma si tratta anche, prioritariamente, di dare a tale sovranità un fondamento ed una intenzionalità, che precedano e siano sovraordinate agli eventi dell’accadere storico e li sappia leggere, secondo le loro connessioni, nell’ottica di un orizzonte che abbia, quanto più possibile, un senso compiuto
Sappia, cioè, statuire quale sia il “valore” che l’Europa intende attestare e, per la sua parte, garantire, soprattutto nel momento della “grande trasformazione” in cui siamo immersi. In particolare, nel nuovo ordine delle relazioni internazionali, di un mondo multilaterale e complesso.
Le Costituzioni non nascono nei momenti di “morta gora”, bensì nella tensione e nell’inquietudine di un passaggio storico che, quanto più carico di una indecifrabile tensione, tanto più appare gravido di una potenzialità fin lì ignota, negata o inespressa, eppure, per forza di cose, nascosta nelle pieghe di quel particolare frangente e, quindi, irrecusabile.
L’Europa deve, in ultima analisi, decidere se intende fidarsi di sé stessa o meno. Se sappia oppure no interpretare la sua storia come una forza propulsive. Oppure, si attardi a soffrirla, quasi fosse una palla di piombo al piede che la incupisce in bisticci, gelosie, controversie interne che ancora la frenano. Se dare sfogo e libero corso alle energie spirituali e morali, alle tradizioni di pensiero, di cultura e di creatività artistica che ha accumulato nel tempo. Cosi all’incremento della scienza, alla ricaduta delle sue applicazioni tecnologiche, alla riflessione etica che necessariamente le deve accompagnare.
Agli sviluppi di un corso che sembra – la globalizzazione per un verso, le stesse migrazioni per un altro, la crescita esponenziale della comunicazione, l’irruzione della cosiddetta Intelligenza Artificiale e la creazione di una sorta di “mente collettiva” – alludere ad un “addensamento” critico dell’ umanità, come se risalisse faticosamente su per la china di un crinale da cui possa guardare ad un mondo nuovo che l’attende. La pace e la guerra, tornata sul suo suolo: è pensabile, ad esempio, che si possa trasporre nella Carta Europea, l’art. 11 della nostra Costituzione?
E’ possibile ed utile leggere la nostra Carta, i suoi principi, i valori che ne danno conto, attraverso un filtro che ne polarizzi la luce in funzione dell’Europa ed illumini versanti tematici non ancora noti a quel tempi, eppure anch’essi da ricondurre al valore preminente della libertà, della giustizia e della dignità della persona?
L’Europa e in grado di “andare oltre”, di muovere al di là dei propri confini e trascendendo se stessa, affermare la ragione più profonda della sua identità, in un rapporto creativo e pacifico con il resto del mondo? Per parte nostra, siamo grati ad Enzo Balboni che ha avviato un indirizzo di riflessione e di iniziativa politica, fin qui trascurato.
Ci auguriamo di poter continuare, con il suo fondamentale concorso, un cammino sul quale vorremmo incontrare tanti altri amici.
Domenico Galbiati