Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è senza dubbio un documento destinato a passare alla storia: per l’autorevolezza politica, culturale e morale del presidente; per la drammaticità dei dodici mesi appena trascorsi; per l’alto senso di responsabilità istituzionale che Mattarella ha caricato sulle proprie spalle. Un peso enorme che chiaramente appariva dal volto provato e dalla voce a tratti stanca. Senza, tuttavia, trasmettere il minimo segnale di debolezza, o peggio di resa. Ogni riga di quel discorso, merita una riflessione approfondita.

Mi soffermo, per ragioni di spazio, soltanto su tre passaggi che suonano come i compiti che il presidente affida a ciascun italiano sia come singolo cittadino sia nel contesto sociale e relazionale nel quale ogni cittadino opera. Primo: “serietà, collaborazione, e anche senso del dovere, sono necessari per proteggerci e per ripartire”; secondo: “la fiducia di cui abbiamo bisogno si costruisce così: tenendo connesse le responsabilità delle istituzioni con i sentimenti delle persone”; terzo: “non viviamo in una parentesi della storia, questo è tempo di costruttori, i prossimi mesi rappresentano un passaggio decisivo per uscire dall’emergenza e per porre le basi di una stagione nuova”.

Mattarella sollecita serietà e collaborazione, chiede responsabilità e fiducia, auspica che il ruolo di protagonisti dei prossimi mesi e anni sia svolto da costruttori.

La formazione politico culturale di Mattarella trova le sue radici nel cattolicesimo democratico, cristianamente ispirato ma saldamente ancorato alla laicità nell’agire politico e nei rapporti tra Stato e Chiesa. Ecco perché quell’invocare costruttori richiama alla memoria quei “costruttori” evocati da Giuseppe Lazzati per “edificare, da cristiani, ma laicamente impegnati, la città dell’uomo a misura di uomo”. Un’immagine stupenda per un compito impegnativo ma non eludibile. E’ significativo che il presidente abbia usato la parola “costruttori” perché dà proprio l’idea di qualcosa di nuovo da costruire. Cioè non un ritorno al passato. E’ altrettanto significativo che nel discorso non compaia la parola “normalità”. Giustamente. Il futuro che ci attende non deve essere un ritorno alla normalità anti Coronavirus, perché quella normalità aveva in sé altri virus: più volte è stato detto e spiegato, anche da queste colonne, che il mondo di prima era malato. Il Covid ha solo aperto un vaso di Pandora.

Allora servono costruttori per realizzare qualcosa di nuovo. A cominciare dalla politica. Quella politica che nella “Gaudium et spes” è definita “arte nobile e difficile”. E Paolo VI vedeva “la politica come la più alta forma di carità, una maniera esigente di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri”. Quindi la politica ha bisogno di costruttori che sicuramente non possono essere quei manovali che girovagano nei Palazzi e recitano senza copione. I veri costruttori hanno un progetto, una bussola, una direzione da seguire. Un prezioso manuale per i futuri costruttori è il libro di Andrea Franzoso “Viva la Costituzione” edizioni DeAgostini uscito da qualche mese. Significativo il sottotitolo: parole e protagonisti, perché i nostri valori non rimangano sulla Carta.

I costruttori, dunque, sono chiamati a realizzare quel progetto disegnato dalla Costituzione. Il mondo di prima avrà avuto tante buone intenzioni, ma è rimasto molto lontano dal quel disegno. La Costituzione, infatti, è viva se viene vissuta nella quotidianità come insegnano le testimonianze, riportate nel libro, di Anna Maria Ajello, Matteo Bussola, Ilaria Capua, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo, Giuseppe De Giorgio, Milena Gabanelli, Filippo Grandi, Chiara Mariotti, Tomaso Montanari, Francesco Occhetta, Alberto Pellai, Nancy Porsia, don Gino Riboldi, Sergio Rizzo e Barbara Tamborini. Ma il tocco di genio dell’autore è nell’aver dedicato il libro ai propri genitori: per sottolineare che la Costituzione si fonda sulla famiglia. E nella famiglia si formano i futuri costruttori.

Luigi Ingegneri