È piuttosto strano che i cosiddetti quattro Paesi frugali del Nord contestino il piano di Francia e Germania sul Recovery Fund. ( … ).  È ovvio che qualcosa cova sotto la cenere. Il conto alla rovescia è iniziato e che nulla può più fermare la sabbia dallo scivolare – sempre più rapida – nella clessidra. È tutto un gioco di specchi e di ombre,
nulla più. I bastioni cominciano a cedere, le difese si indeboliscono.

Lo dimostra il crollo dello spread fra decennale cipriota a dieci anni e Bund dopo che il governo di Nicosia ha rotto gli indugi e detto di sì all’attivazione del Mes. Circa 60 punti base di calo, registrati nella sola giornata di venerdì. Insomma, qualcuno ha rotto il tabù, ha sfidato lo stigma, non teme la lettera scarlatta. E non è un caso che lo abbia fatto un Paese che non solo è satellite della Grecia e ha quindi pagato in parte la cura della Troika (controlli di capitale per alcune settimane e conti pubblici sotto la lente di ingrandimento), ma, soprattutto, vede la sua economia
interna a pressoché totale vocazione turistica, non essendo particolarmente edificante vantarsi del peso dell’allegria fiscale come componente del Pil, denominata in rubli oltretutto.

Direte voi, la condizionalità sanitaria non vale per Cipro? Possono accedere ai fondi e usarli per mettere in sicurezza totale e assoluta spiagge e resort, alberghi e villaggi vacanze? Certo che sì. Tanto, male che vada, si pagherà una penale sul tasso di interesse applicato a quel prestito ottenuto dall’Europa. Il quale, essendo lo 0,1%, se anche
arrivasse all’enormità di aumento del 100% sarebbe comunque meno di quanto richiesto per finanziarsi sul mercato. Oltretutto, in tempi di instabilità finanziaria e geopolitica senza precedenti. In compenso, si cerca di salvare la stagione turistica, visto che i soldi del Mes sono pressoché pronta cassa e, comunque, si può contabilizzarli ex
ante nell’extra deficit, visto che di fronte al virus nessuno fa troppo lo schizzinoso. Magari, così facendo, si ottiene anche l’effetto collaterale di scippare clientela estera a competitor come l’Italia, Paese che pare invece riporre le proprie speranze in merito nell’annunciato tour europeo di moral suasion del ministro Di Maio. Praticamente, meglio ammainare subito gli ombrelloni e riconvertire le spiagge a parcheggi per automobili invendute da affittare ai concessionari.

L’Europa, intesa come entità che sa di dover trovare in fretta un’armatura da indossare per non finire come il proverbiale vaso di coccio fra quelli di ferro rappresentati da Cina e Usa (oltretutto, alla vigilia di quella che pare una nuova Guerra Fredda fra i due), se ne frega della destinazione di quei fondi: vuole il controllo su scelte azzardate da parte dei membri più “eclettici” e indisciplinati. Ad esempio, chi dall’alto della sua ratio debito/Pil da default alle porte, batte cassa in Europa dopo aver firmato allegri memorandum d’intesa commerciale, tecnologica e di partenariato infrastrutturale con Pechino.

( … ) L’Italia, poi, è boccone prelibato. Il più prelibato di tutti. E per quanto gli ossessionati germanofobi vedano complotti berlinesi ovunque, il rischio reale e incombente è invece quello di tramutarci giocoforza in una colonia cinese. E attenzione, perché quando – non se – arriverà il momento di scegliere il proprio destino, dubito che Lombardia e Veneto con il loro complesso industriale avranno molti dubbi nella propensione fra essere l’hub meridionale della Germania o la Hong Kong europea, visto oltretutto il trattamento che sta subendo in queste ore la ex colonia britannica.

Le parole di Giancarlo Giorgetti nella sua intervista al Corriere della Sera dopo la bagarre in Aula sulla sanità lombarda, al riguardo, sono state decisamente chiare e pesantemente ultimative: occhio, perché qui salta il Paese. Attenzione, poi, a credere che la Bce sia il vero cavaliere bianco che può salvare l’Italia dai vincoli di Mes e Recovery Fund. Perché non è così. Certo, Christine Lagarde, non più tardi di venerdì scorso, ha portato avanti ulteriormente la sua Operazione sborone nei confronti della Corte costituzionale tedesca, annunciando che se necessario gli acquisti in seno al Pepp verranno aumentati già a partire dalla riunione del board del prossimo 4 giugno.

( … ) Christine Lagarde sta alzando la posta non perché in posizione di forza o perché convinta dei suoi
mezzi/fini, bensì perché obbligata dal livello di esborso che lo spread italiano sta comportando alla Bce per restare entro il livello di guardia prefissato di 240 punti base, più o meno. Più di quanto l’Eurotower si aspettasse, più di quanto sostenibile con “soli” 750 miliardi di disponibilità e troppi clienti in difficoltà da accontentare a livello di
acquisti di debito sovrano sul mercato secondario.

( … ) Qual è il problema, il vero nodo? Che nonostante gli acquisti ampiamente a nostro favore compiuti finora – quando sono già stati impegnati circa 200 miliardi in totale dei 750 a disposizione del Pepp -, il nostro spread non è affatto sceso in maniera sensibile. Anzi, ha vissuto montagne russe e poi si è stabilizzato. Ma sempre su un livello alto, troppo alto rispetto alla potenza di fuoco messa in campo da Francoforte in nostra difesa.

( … ) Qualcosa cova sotto la cenere e, calendario alla mano, potrebbe non metterci troppo a palesarsi.

Liberamente tratto da un articolo a firma Mauro Bottarelli pubblicato su www.businnesinsider