Da qualche tempo a questa parte – in particolare dalla notte di San Silvestro, in Piazza Duomo e poi con crescente insistenza nelle ultime settimane – si registrano a Milano episodi di violenza perpetrati da bande di giovani, spesso minorenni, nei confronti di altri coetanei. Per lo più succede in centro città, da parte di ragazzi, italiani ed immigrati, che vengono dai quartieri di periferia. Manifestazioni di aggressività gratuita che una volta sarebbero state derubricate a “fatti incresciosi” e sgranati oppure liquidati nelle pagine di quella che si chiamava “cronaca nera”.

Oggi, giustamente, la stampa riprende questi episodi con preoccupazione e li segnala – grazie alla continuità con cui accadono in forme analoghe a quel che avviene in altre città europee – come un fenomeno sociale, forse, emergente. Anche se non bisogna prendere lucciole per lanterne ed immaginare il peggio. Ad ogni modo, pare vi sia una popolazione giovanile sicuramente minoritaria, ed altrettanto sicuramente disagiata, che sembra conoscere come unica forma d’interazione e d’incontro, lo “scontro”. Questo succede nella città che Carlo Maria Martini evocava come lo spazio in cui ciascuno, incontrando gli altri, incontra sé stesso.

Forse l’allarme è ingiustificato, ma non è fuori luogo tendere l’orecchio ed avvertire se non vi sia qualche segno incipiente di una possibile lacerazione nel tessuto connettivo della città. Succede nella Milano che eccelle in ogni campo. Succede nella Milano della grande finanza e di “CityLife”. Nella città della Madonnina e dei manager che sono subentrati ai “cumenda”. Nella città del lavoro e dell’impresa, dell’innovazione produttiva, del mondo accademico e della ricerca, della Scala, del Piccolo Teatro, di Brera e della grande cultura, della moda, della creatività e del design, della grande editoria, dei media televisivi, del digitale e della comunicazione. La Milano del cattolicesimo sociale ambrosiano e già “multietnica”, abitata da tempo da decine e decine di comunità di ogni provenienza. E dei grandi eventi: dall’ Expo alle prossime Olimpiadi invernali. Insomma, una comunità viva, vivace, solida, capace di conciliare la sua storia, lo spirito, il carattere che l’ ha animata alla “cifra” delle attese, delle speranze, degli sviluppi che coltiva per il suo domani.

Milano, città custode e fucina di grandi valori. Non solo economici, ma sociali, civili, di forte impronta umana. La Milano che sempre anticipa le grandi svolte politiche del Paese. Eppure verrebbe da dire: è molto, ma è tutto qui ? Ci fermiamo, ci basta così? Ci crogioliamo nell’eccellenza o c’è dell’altro ? Non è forse necessario che vi sia uno sguardo più attento alle mille articolazioni, ai tanti livelli di integrazione piuttosto che ai luoghi in cui, al contrario, la coesione sociale viene meno, alle tante solitudini che si barricano in casa, alle diffidenze, ai sentimenti di insicurezza che talvolta diventano motivo di rancore, alle fragilità esistenziali diffuse in ogni ceto sociale, alle fasce d’età di per sé deboli?

Non a caso, la riflessione che INSIEME ha dedicato a Milano in occasione delle recenti elezioni amministrative, insisteva sul tema delle periferie o meglio dei borghi, come ambiti di socializzazione, di relazioni solidali e di vita condivisa. Insisteva sui temi della povertà minorile e della povertà educativa, sulla lotta senza quartiere che insieme istituzioni e società civile devono condurre contro l’abbandono scolastico. Insisteva sulla necessità di investire sui giovani, ad esempio moltiplicando le occasioni in cui possano essere “attori” di cultura, non semplici consumatori di prodotti, sia pure di alto profilo, ma già confezionati.

La creatività delle giovani generazioni è, del resto, la via privilegiata e più sicura per quell’innovazione sociale di cui abbiamo un vitale bisogno. E’ necessario evitare che una disparità, una diseguaglianza di opportunità attraversi il corpo vivo della città, quasi dovesse divaricarla su due versanti, come fossero i lembi di una ferita aperta. Il che, in fondo, sia pure su altro piano, evoca quel che che è successo nell’intera Lombardia, giusto da due anni, come in questi giorni, a questa parte. Per un verso, anche qui, il luccichio dell’eccellenza e per fortuna ne abbiamo potuto disporre. I grandi policlinici, pubblici e privati, i centri all’avanguardia nel campo della ricerca bio-medica, la medicina delle tecnologie più sofisticate, ma sull’altro versante una sanità territoriale abbandonata a sé stessa, sostenuta solo dall’ abnegazione personale di tanti medici e delle altre figure professionali, ma del tutto priva di strumenti diretti alla prevenzione ed all’educazione alla salute.

Anche qui, due livelli in larga misura spaiati, tenuti a sovrapporsi, eppure non integrati. Insomma, sia Milano, sia la Lombardia devono essere attente a quella pluralità molecolare nelle cui pieghe si nasconde la ricchezza ed il valore umano delle rispettive comunità, a costo di non cedere alle lusinghe di una esibita “grandeur” fuori luogo, che da sola non ci condurrebbe da nessuna parte.

Domenico Galbiati