Milano scopre di essere una polveriera sociale. E finge di sorprendersi.
Orgogliosa del ruolo di “capitale” economico-produttiva del nostro Paese ma, a un tempo, vulnerabile.
La Milano dell’innovazione e della ricerca, della moda e del design, della comunicazione, della finanza e degli affari, della modernità e del talento.
La Milano “tecnologica”.
Le grandi Università umanistiche e scientifiche, pubbliche e private.
La Milano di “City Life”, dei grattacieli e delle case Aler, delle ristrutturazioni urbane e delle regole violate.
La Milano orgogliosa dell’Expo e delle Olimpiadi, delle frotte di turisti che arrivano.
La Scala e il Piccolo Teatro, la Biblioteca Ambrosiana e Brera.
La Milano di Via Solferino e delle grandi case editrici.
La città internazionale del centro tirato a lucido e delle periferie degradate.
La Milano che non si è accorta di nulla o ha fatto finta di non vedere.
La Milano “meneghina” e ambrosiana e la Milano già multietnica da sempre.
Forse la Milano che, in questi giorni di assurda violenza, ha trovato il “capro espiatorio” che le consenta di assolvere, più prima che poi, la propria coscienza e riprendere il cammino, come se niente fosse stato.
Ancora una volta tutto succede prima a Milano, il termometro più attendibile di una tensione sociale che dai “teppisti” di Piazza Duomo ai camionisti del Sud sta attraversando il Paese intero.
La città delle fratture
Monsignor Bressan, vicario dell’Arcivescovo Delpini, sul “Corriere” di ieri, si chiede quanti di quei giovanissimi figli delle periferie sgranate siano venuti, in questi giorni, per la prima volta, in Piazza Duomo.
E perché, si chiede, abbiano scelto di vedersi in Piazza Duomo e non in altri luoghi “glamour” della vita cittadina.
Quasi cercassero comunque lì, e non altrove, il cuore della città e forse una risposta.
Non c’è nulla da assolvere nei fatti di Milano, ma tutto da comprendere.
Senza indulgere ad attenuanti sociologiche, mantenendo ferma la condanna, ma chiedendosi dove sia la radice di una tale violenza.
Come se, nel perimetro di Milano, non ci fosse una città, ma tante sub-unità, sia territoriali e di quartiere sia funzionali e categoriali.
Senza coesione sociale, senza il sentimento di stare dentro un orizzonte comune.
In una società verticalmente lacerata da diseguaglianze sociali che hanno superato la soglia del non ritorno, a meno di un colpo di barra che inverta la rotta.
Magari cominciando da Palazzo Marino che si appresta al rinnovo.
Il vuoto e il chiasso
Ma, giova ripeterlo, da dove nasce la violenza?
Anzitutto dal vuoto e dal chiasso che non può riempirlo.
Infine, cosa vogliono dirci questi figli imberbi del nostro tempo?
Vogliono dirci che esistono, che li abbiamo messi al mondo a loro insaputa e vorrebbero sapere perché.
Ricominciamo da qui.
Domenico Galbiati