Il discorso che tradizionalmente l’Arcivescovo di Milano rivolge alla città, in occasione della festa patronale di Sant’ Ambrogio, rappresenta un momento rilevante non solo per i credenti, ma per tutti i milanesi.

Un appuntamento atteso quanto la prima della Scala. E questa contestualità dei due eventi – religioso l’uno, laico l’altro in modo emblematico, è caratteristica del carattere “ambrosiano” della città. Vale per i milanesi impegnati nel mondo degli affari e delle imprese, per i lavoratori e per le professioni, quelle storiche e le nuove, per il mondo accademico e per gli operatori culturali, per il mondo della comunicazione. Vale per il mondo della politica, che, tradizionalmente, ha visto incrociarsi a Milano la presenza di un cattolicesimo a forte caratura “sociale, la cultura socialista e quella liberale.

Milano corre, perennemente affaccendata, apparentemente distratta, eppure cosciente ed orgogliosa della sua storia più di quanto non appaia a prima vista. Sa di essere l’unica vera metropoli di carattere internazionale del Paese e punto di raccordo tra l’Europa transalpina e quella che, a Sud, si distende nel Mediterraneo.

I messaggi di Mons. Delpini – non a caso anch’egli milanese – sono, in modo del tutto particolare, espressivi di questa poliedrica fisionomia di una città articolata su mille fronti, eppure davvero “città”, cioè comunità che si riconosce nella peculiarità dei suoi caratteri e dei valori a cui tiene. Anche quest’anno, il discorso dell’Arcivescovo ha saputo, nell’alveo del messaggio “pastorale”, dar conto di un’attenzione scrupolosa e profonda al momento “sociale” che Milano sta vivendo in questa fase storica.

Tutti i discorsi di Mons. Delpini – come quest’anno, anche nei precedenti – rispettano questa straordinaria capacità di trarre da una visione ispirata alla fede, un quadro, si direbbe una accuratissima diagnosi, del bene e del male, così come si mischiano nella vita di tutti i giorni. Ovviamente, l’Arcivescovo non si inoltra sul piano dell’indicazione politica, eppure un politico accorto può trarre dalla sua analisi, quella spinta e quell’ intuizione che possono illuminare una visione ed un progetto politico. Anche in vista dell’ ormai prossima scadenza amministrativa.

La “casa comune” è pericolante e potrebbe cadere in rovina. Ma non cadrà per merito di “quelli che si fanno avanti”.
Coloro – e l’Arcivescovo ne fa un dettagliato elenco – che in famiglia, nel loro impegno professionale, nelle varie forme di volontariato, nelle categorie sociali, nella politica e nell’impegno istituzionale formano reti di solidarietà e coesione sociale che reggono l’ urto di un momento storico, per molti versi, drammatico.

Domenico Galbiati

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