È possibile che siamo alla vigilia dell’apparire di nuove forme partito. Un benchmark con la modestia dei partiti attuali o con quelli che furono (quando avevano uno o due milioni di iscritti e più, pur sapendo che non è tutto oro…) non ha utilità decisiva e può essere fuorviante. Ancora più difficile cercare indizi di futuro nella vita politica di altri paesi. Non sfugga perciò alla nostra attenzione ogni più piccolo germoglio nuovo. È probabile comunque che il futuro non appartenga alle vecchie o precarie realtà che abbiamo intorno. Se si volesse procedere per immagini, la nascita di un partito somiglierebbe alla nascita delle stelle.
Noi riconosciamo la nascita di un partito in una riunione solenne di fondatori, in un atto notarile, in una assemblea costitutiva, o in eventi simili. Tuttavia quando questo accade viene ufficializzato qualcosa che era già avvenuto. Ci vuole una preparazione a volte molto lunga, per arrivare alla riunione dei fondatori (quella decisiva e solenne, intendo). Così sappiamo che si è formata una stella quando ne vediamo la luce. Ma in quel momento la stella esiste da tempo (può accadere, anzi, che vediamo ancora una stella che si è già spenta, ma i partiti estinti non sono così lontani).
Poi occorre crescere. Ma quanto? Ci sono partiti che si danno una vocazione maggioritaria, altri che per quanti sforzi facciano non superano un tetto implicito inscritto nella composizione della società italiana (qualcuno ricorda il PSI di Craxi, o, in tempi successivi, l’Alleanza nazionale di Fini? O possiamo già inserire in questa esemplificazione il FN di Marine Le Pen?).
In tempi recenti tutto è diventato più fluido, e può accadere che velocemente un partito diventi grande e grosso, senza diventare politicamente adulto. Ecco l’esempio del M5S, che con il risultato elettorale del 2018, se politicamente adulto avrebbe potuto dirigere la politica italiana. Così non è stato e da qui l’erosione di elettori ed eletti. Ecco un soggetto che pur avendo i maggiori gruppi parlamentari condiziona la politica italiana, ma non la dirige. All’opposto, se uno tornasse indietro nel tempo, constaterebbe che il PRI di La Malfa era un partito piccolo ma politicamente adulto.
Non mancano, tra chi scrive e chi legge in questo sito, storici capaci di risalire con precisione la corrente del tempo. A me bastano questi accenni approssimativi per introdurre alcuni interrogativi. Come crescerà, quanto crescerà, come sarà da grande un partito nuovo, che intende prendere il largo di questi tempi?
In attesa di risposte a queste domande, annoto tre elementi significativi per me. Crescono rapidamente i partiti (o movimenti, o altro che dir si voglia) che si appellano alla pancia degli elettori, e che talora li incoraggiano a dare il peggio di se (ad essere egoisti, miopi, cinici, rancorosi, socialmente invidiosi…). Usano mezzi di comunicazione funzionali all’indimostrabile e all’indimostrato (o semplicemente al fake).Naturalmente bene e male sono così frammisti (il grano e la zizzania) che con un po’ di buona volontà si potrebbe individuare un certo numero di istanze positive. In ogni caso appellarsi alla testa e al cuore, piuttosto che alla pancia, significa non avere scorciatoie, e intendere una politica essenzialmente leale verso gli elettori.
C’è nella buona politica un elemento educativo che propone uno sguardo di riconoscimento e di comprensione della realtà nei suoi termini effettivi. Alzare il livello della politica – secondo elemento – non vuol dire proporre una politica fredda. Qui soccorre l’idea chiave della trasformazione. La trasformazione richiede obiettivi, ed è su questi che occorre dialogare con la società. Con gli obiettivi viaggiano insieme aspettative, diritti, desideri, sogni a volta. È per obiettivi che ci si mobilita. E possibile dubitare – terzo elemento – del fatto che la comunicazione con gli elettori possa avvenire rivolgendosi alla società civile ‘organizzata’, cioè per il tramite di organizzazioni costituite con proprie finalità, con loro statuti, con loro regole associative, con un loro dna, che può avere molte affinità, ma non può essere lo stesso.
Non molto tempo fa, è ancora storia contemporanea, l’associazionismo di rappresentanza italiano, delle imprese e dei lavoratori, ha compiuto un percorso fino a una disciplina di incompatibilità (tra responsabilità associative e sindacali da un lato e cariche in partiti e nelle istituzioni dall’altro) e fino ad un’idea di autonomia che letta positivamente vuol dire lealtà verso i propri soci (non subordinata o solo condizionata da altre lealtà, sebbene si spera percorrendo la via del bene comune). A queste condizioni sindacati e associazioni imprenditoriali sono soggetti importanti della nostra democrazia, in un pluralismo di funzioni e di ruoli. Non siamo in un campo di verità assolute, ma quello che si chiamava anche superamento del collateralismo non pare avviato a invertire tendenze. Anche l’associazionismo di promozione sociale e le più recenti reti di cittadinanza appaiono nell’insieme sulla stessa lunghezza d’onda. Certo la mappa ideologica, o semplicemente di valori comuni, di priorità condivise, rivela prossimità e distanze ben leggibili. Non si possono escludere dialoghi ed eventuali iniziative comuni. Ma non è scontato trovare disponibilità.
Nei mesi scorsi, suscitato da un intervento di Giuliano Amato, si è volto su Vita un dibattito che ha investito il rapporto del mondo del Terzo settore con la responsabilità politica. “…Perché – chiedeva Amato – il Terzo settore non considera tra le proprie prospettive, e tra le proprie responsabilità, anche quella di concorrere alla provvista del personale politico in una democrazia …?”. Per quanto sia arduo sintetizzare questo tipo di confronti, mi sembra che l’orientamento fin qui emerso è di propensione a una responsabilità che preferisce giocarsi sul terreno civile e sociale e delle missioni proprie di queste realtà.
Si torna alle coscienze personali, e a ricordi di un tempo in cui si sottolineava che i voti si conquistano ad uno ad uno. Ma oggi è più vero. Del resto riflessioni su questo sito non sono mancate (certamente da parte di Domenico Galbiati). Un partito di programma è da un lato un partito di iscritti e dall’altro un partito di comunicazione del suo programma (e delle analisi che lo alimentando). Dunque è dal programma, cioè da ciò che si vuole comunicare, che deve partire il potenziamento della comunicazione, che da qualche accenno mi sembra avviato. Chiunque lavori a contenuti e iniziative si farà carico di trarne la proposta di messaggio. I linguaggi delle competenze e delle esperienze dovranno essere tradotti. Bisognerà cercare nelle generazioni successive le voci e non solo le orecchie. Non è una strada di successo facile. Ma non ci appartengono le strade che cercano visibilità nella enfatizzazione dei conflitti e nella invenzione di effetti speciali. Verso i nuovi media, senza tradire il proprio stile, occorre muovere risolutamente.
Vincenzo Mannino