Natale è il momento più coinvolgente per tornare a sperare e riguadagnare il futuro. La Natività ci invita ad attraversare quella sottile cortina di nebbia che ci lascia intravedere solo la sagoma incerta ed il profilo sfuggente del mondo nuovo verso cui ci stiamo incamminando. O meglio che ci attrae, ci assorbe, come se fossimo calamitati, perfino nostro malgrado, in un “altrove” di cui poco o nulla sappiamo, per quanto forziamo la nostra immaginazione.
Eppure il futuro non viene da sé. Va costruito con la necessaria, paziente ponderazione. Soprattutto in questo tempo – in effetti straordinario – in cui convivono imponenti trasformazioni ed un altrettanto grande smarrimento.
Riguadagnare il futuro vuol dire riconquistare il tempo, oggi offuscato, delle attese, delle speranze, dei traguardi da conseguire perché la vita abbia senso. In altri termini, dobbiamo riappropriarci di quell’ “andare oltre” che rappresenta la cifra originaria ed irriducibile del nostro fondamento ontologico.
L’ “andare oltre”, la dimensione della trascendenza alludono alla prospettiva di un “di più”, addirittura di un infinito cui tendere asintoticamente e senza il quale la nostra vita illanguidisce. La “trascendenza” non ha a che vedere solo con una concezione religiosa della vita, ma è nel fondamento di ognuno, qualunque sia la sua cultura o la sua storia, ne sia consapevole o meno. Riguarda tutto ciò che accende la mente ed il cuore degli uomini, la passione civile, il desiderio di un mondo migliore, il senso di appartenenza ad un destino comune , un sentimento di fiducia nell’umanità, orientato al costante incremento della dignità della persona. Una dimensione che concerne, anzitutto, i giovani, coloro che hanno davanti il tempo di una vita intera. Ed i soggetti “fragili” che, dolenti ed affaticati dalla vita, ne comprendono più intimamente quel valore che, più facilmente, sfugge a coloro che si affaccendano nella “normalità” del quotidiano.
Viviamo, peraltro, una fase della storia ricca di contraddizioni, come se il tempo si rovesciasse all’indietro e, chiuso su di sé, non potesse fa altro se non replicare senza posa guerre, rancori, fiumi di violenza quasi che l’odio diventi un tornante obbligato dei nostri giorni. Attraversati da fratture insanabili, da diseguaglianze e disparità avvilenti che umiliano le persone. Creano aree di emarginazione e compromettono un diritto di cittadinanza che, per definizione, non può che essere uguale per tutti. Come se, di fatto, ricomparissero, a dispetto dello stato di diritto, caste sociali di cui non sappiamo cogliere la gravità.
Eppure – e qui viene in nostro soccorso il Natale – il tempo che oggi ci è dato vivere, questo e non un altro, probabilmente nasconde nelle sue pieghe l’attesa di un nuovo Rinascimento. Viviamo, come tra ‘400 e ‘500, una fase storica in cui l’uomo, mai come prima, si pone domande radicali su sé stesso, fino a mettere radicalmente in discussione la propria auto-comprensione. Quasi che sordamente avvertisse il turbamento delle trasformazioni che ci attraversano, come invito ad esplorare regioni più profonde, ancora inesplorate della sua stessa identità.
Cerca, brancolando nel buio, una visione nuova del suo posto nell’Universo.
Oggi siamo ad un bivio, posti crudamente di fronte ad una domanda radicale : tecnologizzare l’uomo oppure umanizzare la tecnica? La scienza, la sua presunta onnipotenza, la supponente autosufficienza veritativa, la pretesa che il suo linguaggio sia l’unico effettivamente consistente, la potenzialità crescente delle sue ricadute tecnologiche ci incalzano ed, in un certo senso, ci sovrastano, fino a compromettere la fiducia che abbiamo in noi stessi, fino ad indurre il timore che la “macchina” prevalga e ci soppianti. Ma non è, e non sarà così. Purché sappiamo costruire quella “società del valore umano” di cui diceva Aldo Moro, fin dai suoi scritti giovanili.
Domenico Galbiati