Joe Biden giura come 46° presidente degli Stati Uniti. È questo  l’evento più rilevante del drammatico anno che si è chiuso. Non che ci si possa illudere su mutamenti radicali della politica statunitense. Anche l’Amministrazione Biden sarà sempre interprete fedele di un modello economico iper-liberista, attenuato da qualche pennellata di carattere sociale.

Un risultato, tuttavia, è stato raggiunto. Sto parlando della bocciatura della strategia trumpiana, che puntava a: 1) ridiscutere le tradizionali regole di convivenza fondate sul metodo democratico e sullo Stato di diritto, 2) rompere l’equilibrio dei rapporti USA-Europa, sul presupposto della crisi degli Stati nazionali.

Gli analisti di tutto il mondo condividono l’assunto che la politica dovrà cambiare, a causa della crisi dello Stato Nazione. In effetti, questo modello di organizzazione politica, che ha avuto origine fin dal ‘700, e si è consolidato per effetto delle due guerre mondiali, è in crisi, a seguito dell’introduzione di un diverso modo di lavorare e di produrre.

Gli ambiti territoriali nazionali, da un lato, sono troppo ristretti, in rapporto alle dimensioni del mercato globale, dall’altro però sono troppi ampi, in relazione all’accresciuto senso di libertà e di autonomia rivendicato dalle formazioni sociali, culturali, economiche, territoriale, presenti in tutto il mondo.

Quale soluzione dare alla crisi dello Stato nazione?

Trump ha immaginato politiche volte a creare più Stato (America First), quando le ricette da coltivare dovrebbero andare, invece, nella direzione opposta. Nella visione nazionalista degli USA, Trump ha boicottato ogni istituzione di carattere multilaterale (Oms, Onu, Trattato sul Clima). Ha messo in pericolo l’esistenza stessa dell’Unione europea, anche con il sostegno alla Brexit. Ha avviato una politica protezionistica con l’introduzione di dazi doganali contro cinesi ed europei. Ha soprattutto conservato il suo personale consenso elettorale con la proposta del muro con il Messico e l’adozione del Muslin ban, volto a negare l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini dei paesi a maggioranza musulmana.

Nella direzione indicata da Trump si sono mossi, oltre alla Gran Bretagna, anche i governi di Polonia e Ungheria, mentre i movimenti cosiddetti sovranisti hanno fatto capolino in tutti gli Stati europei, Italia compresa.

Ecco perchè il neonato partito Insieme plaude all’elezione di Joe Biden. Il presidente degli Stati Uniti non sarà più il punto di riferimento per ogni rinascente nazionalismo o sovranismo.

Perchè negarlo. Per effetto della globalizzazione economica il mondo sarà sempre più interconnesso e l’interculturalismo sarà sempre più il fenomeno con cui fare i conti, piaccia o non piaccia.

L’uniformità del modello produttivo ha causato, come reazione contrapposta, la spinta auto-difensiva alla preservazione della diversità: stili di vita, forme di cultura, tradizioni, religioni.

C’è una doppia strada, obbligata, da percorrere, per contrastare la crisi dello Stato nazionale. Da un lato, riprendere il cammino interrotto, ridando vita alle istituzioni multilaterali, sovranazionali, europee o pluriregionali; dall’altro, rafforzare il mondo delle autonomie, dei pluralismi sociali, economici e istituzionali, del dialogo interculturale, con una sola preclusione: il rifiuto di ogni fondamentalismo, di qualsiasi tipo esso sia, di natura economica, ideologica, religiosa o “tribale”.

Guido Guidi