Le cronache raccontano di una manifestazione di un gruppo di negazionisti della pandemia da covid-19, di estrema destra, che si è svolta sabato scorso a Roma, nei pressi del Circo Massimo, all’insegna dello slogan «liberiamo l’Italia».

La manifestazione ricalca analoghi eventi celebrati in altre capitali europee ove, a farla da protagonisti, sono stati, anche lì, alcuni rappresentanti dell’ultradestra europea.

Fuori dall’Europa, interpreti di questa posizione sono i Presidenti degli Stati Uniti e del Brasile, autentici rappresentanti di politiche dichiaratamente nazionaliste.

Per Donald Trump e Jair Bolsonaro la negazione del pericolo del contagio da Coronavirus si esprime visivamente con l’ostentata dichiarazione d’inutilità dell’uso delle mascherine.

Perchè questi atteggiamenti di tipo negazionista trovano spazio nei governi e all’interno degli schieramenti politici che fanno riferimento soprattutto alla “cultura” delle destre (sì cultura, guai a non considerarne il peso culturale)?

Per Bolsonaro vale il motto «Il Brasile sopra ogni cosa e Dio sopra a tutti». Trump ispira ogni intervento al principio «America First». Viktor Orbán, in Ungheria, militarizzando la crisi sanitaria e sospendendo il Parlamento, ha posto il paese davanti ad una alternativa netta: «stare con il paese o con il virus».

Si tratta di messaggi, simili nel valore evocativo, che giustificano la sospensione delle regole democratiche, non tanto invocando il primario diritto alla salute, quanto anteponendo il primato della Nazione, quale valore morale e spirituale, meritevole di tutela in sé, a prescindere dall’elemento personale che riguarda soprattutto la salute delle persone.

È su questi presupposti “culturali” che alcuni governi hanno proposto la strategia cinica del conseguimento dell’immunità di gregge, “gregge” appunto, secondo la concezione per cui il popolo rappresenta una massa indistinta e spersonalizzata, sacrificabile se necessario, per la salvaguardia di interessi superiori, quelli primari della Nazione.

In una collocazione simile si era schierata inizialmente anche la Gran Bretagna che, altrettanto cinicamente, auspicando l’auto-immunità di gregge, aveva pronosticato, per bocca dello stesso Premier Boris Johnson, prima di essere lui stesso contagiato, che «molte famiglie avrebbero perduto i loro cari».

Tutto questo ha un nome. Si chiama nazionalismo.

Pensavamo che, con la fine del secondo conflitto mondiale, le tendenze universalistiche e cosmopolitiche, di matrice illuminista, avrebbero vinto per sempre, perché i problemi delle nazioni non si risolvono in sede locale ma nel contesto globale. Su questi presupposti abbiamo assistito alla proliferazione di organismi internazionali, operanti su scala mondiale, nella convinzione che al mondo servono organismi capaci di dettare regole globali.

Ma, non è così. Diversamente da quello che ci piacerebbe credere, la storia non va sempre nella stessa direzione. Questo è il tempo della negazione degli universalismi. È il tempo dei nazionalismi e dell’unilateralismo.

La globalizzazione dei fenomeni economici, paradossalmente, invece di contribuire a rafforzare le ragioni dell’approccio globale, ha prodotto l’effetto inverso: l’indebolimento delle organizzazioni internazionali multilaterali. Si va diffondendo sempre più la convinzione del primato dell’autogoverno, dell’isolazionismo, della necessità di sigillare i confini, bloccare le migrazioni, inibire la «mescolanza dei lieviti stranieri» (Chabod).

La negazione della pericolosità della pandemia da Covid-19, rientra in questa visione negazionista, nonostante l’indiscutibile constatazione del carattere globale degli equilibri, politici, climatici, ecologici, ambientali.

Anche i nazionalisti più accesi, partendo da Giuseppe Mazzini, hanno raccomandato che la nascente nazione italiana avrebbe potuto prosperare solo in stretta connessione con l’Umanità, cioè la giovane Europa.

Anche Gaetano Filangieri, il campione del riconoscimento della «particolarità» delle nazioni, ammetteva che «l’interesse privato di ciascheduna nazione è così strettamente unito all’interesse universale e viceversa l’interesse universale così strettamente unito al particolare, che una nazione non può perder senza che le altre perdano, e non può guadagnare senza che le altre guadagnino» (La scienza della legislazione).

Dopo più di duecento anni, la lezione di Filangieri è tutt’ora ignorata. L’amministrazione Trump nega ogni dimensione globale dei problemi delle nazioni e assume deliberazioni nazionalistiche anche per la distribuzione del vaccino anti-covid.

Dopo aver tentato di acquistare inutilmente dalla Germania un brevetto europeo, in fase di avanzata sperimentazione, fa sapere che, anche nella distribuzione del vaccino statunitense, applicherà la regola America First. Ai nazionalismi tradizionali che Federico Chabod aveva classificato «naturalistici» e «spirituali», si affianca dunque, al servizio delle strategie geopolitiche di Trump, un nuovo tipo di nazionalismo: il «nazionalismo sanitario».

Guido Guidi