Si parla molto di chi va a sinistra o a destra, ma il decisivo è andare avanti e andare avanti  vuol dire andare verso la giustizia sociale (Alcide De Gasperi)

Per rendersi conto della gravità del dramma che scoppiò a Firenze, quando la Pignone stava per chiudere (siamo nel 1953), bisogna tener presente che esso avvenne alcuni anni dopo dopo la crisi che costrinse De Gasperi- un giorno del febbraio del 1946- a telefonare a La Guardia, Sindaco italo-americano, pregandolo di spedire in Italia un quantitativo di grano affinché gli italiani non restassero senza pane dall’oggi al domani. Nel gennaio del ’47 a Washinton, De Gasperi concordava un prestito di cento milioni di dollari con la Export-Import Bank e otteneva preziose forniture di materie prime a prezzi agevolati.

Con la chiusura a Firenze della Pignone e di altre fabbriche cittadine migliaia di famiglie sarebbero rimaste senza pane!

Due mesi prima dell’affare Pignone, al consiglio nazionale D.C. di settembre 1953 ( verrà rieletto De Gasperi) , Giulio Pastore, leader della corrente sindacale, aveva detto: « il problema fondamentale per il partito, più che un problema di governo, è quello di accentuare l’indirizzo sociale della D.C. sul terreno delle questioni che più toccano la necessità e i bisogni di giustizia sociale dei lavoratori, riprendendo appunto il cammino sulla via della tradizione sociale cattolica».

La Pira, citando la parabola dei vignaioli, osservava: «Tutti i disoccupati che nelle varie ore del giorno oziavano forzatamente nella piazza  -perché nessuno li aveva occupati: “nemo nos conduxit”- furono occupati. Esempio caratteristico di ‘pieno impiego’: nessuno fu lasciato senza lavoro (Matteo: 20,7). A conferma del Vangelo, cita poi gli economisti anglosassoni Keynes e Beveridge : bisogna rovesciare «il modo usuale di considerare la finanza dello stato e il bilancio dello Stato: tale bilancio deve essere compilato con riferimento non più al denaro, ma al potenziale umano disponibile: tanti uomini da occupare, tanti denari da spendere; deve diventare un bilancio a ‘scala umana’»

Difficili furono i problemi che assillarono e sovrastarono l’amministrazione La Pira fin dal suo insediamento e in particolare nell’autunno del 1953: primo fra tutti quello del lavoro; a seguire l’abitazione, la lotta contro la povertà e le ingiustizie sociali. A causa della necessità della riconversione post-bellica, le grandi fabbriche fiorentine, in particolare la Pignone e le Officine Galileo, si trovavano in grave difficoltà tecnica, organizzativa e manageriale.

In una memorabile seduta del Consiglio comunale del 24 settembre 1954, il sindaco di Firenze,  Giorgio La Pira, cogliendo l’occasione che gli erano state offerte dalle dimissioni di due assessori comunali del partito liberale, espose le ragioni che lo avevano condotto a Palazzo Vecchio e la sua concezione dell’Amministrazione comunale.

Un discorso in cui – pur rivolgendosi agli assessori dimissionari- il sindaco finiva con l’esporre la sua concezione dei doveri del cristiano impegnato in pubbliche funzioni.

“Vi ricorderete che avevamo previsto investimenti per dieci miliardi di lire. Vi ricorderete anche che in questa occasione l’ opposizione ironizzò apertamente sulle possibilità di condurre a termine il mio progetto.

Si disse: “I miliardi di La Pira sono come i milioni del Signor Bonaventura!”

Ebbene…non sono dieci, ma dodici miliardi, che la nostra Ammini-strazione ha investito nella nostra città o che si trova sul punto di farlo. Dodici mila milioni di lire, che si sono trasformati in due mila alloggi già terminati e più di mille e cinquecento in costruzione. Sono state edificate nuove scuole, riparate molte strade e ben presto alcuni ponti saranno gettati sul fiume. … Significa che questi dodici miliardi non si si sono trasformati solamente in salari operai, ma sono andati ad aumentare gli stipendi degli impiegati ed anche in maniera apprezzabile le entrate degli industriali e dei commercianti.

Dodici miliardi di investimenti significano artigiani che lavorano( la bottega artigiana è il cantiere dove si edifica con più compiutezza la persona umana e la città umana; dove la persona umana acquista più intima consapevolezza delle proprie capacità creative) piccole e medie imprese, che fioriscono (Se l’officina Pignone avesse cessato di esistere quali ne sarebbero state le conseguenze, non per le due mila famiglie operaie e per gli impiegati licenziati, ma per il reddito complessivo di Firenze e per la vita economica della città? …Quello che si è detto della Pignone è già stato ripetuto a proposito di molti altri miei interventi, destinati a impedire nuove chiusure o riduzioni nel settore della produzione) risoluzione del problema degli sfratti attraverso le requisizioni degli alloggi(Sapete qual è il numero degli sfrattati? Se vi dico che sono stati tre mila, sono certo di non esagerare. Ho teso una mano caritatevole a numerosissime famiglie povere e disperate, e l’ho fatto servendomi della legge).

In ognuna di queste azioni da amministratore La Pira applicò in modo concreto le idee di Keynes- applicate da Roosevelt col New Deal per assorbire la sovrapproduzione e la disoccupazione attraverso lo sviluppo dei consumi- e lo fece nella prospettiva di una politica economica al servizio della dignità umana, che in quel momento non poteva essere protetta senza evitare la chiusura delle fabbriche esistenti, come la Pignone.

In La Pira c’è un senso forte dell’etica di governo per il bene comune in qualsiasi ruolo pubblico, che continua una tradizione millenaria praticata con determinazione nel medioevo e nel Rinascimento, come dimostra a Firenze Orsanmichele, il granaio della repubblica fiorentina, che serviva allo stato per calmierare i prezzi intervenendo direttamente sul mercato in difesa dei più poveri e quindi della semplicità della vita per tutti.

“La povera gente, afferma La Pira, chiede al governo essenzialmente una cosa: la lotta alla disoccupazione e alla miseria. Ma questo obiettivo non deve essere perseguito in modo negligente, episodico, assistenziale”.

Si tratta piuttosto di costruire un modello economico nuovo, che “superi la controversia tra socialismo e capitalismo…partire dall’occupazione, non dal denaro: partire: dall’uomo, cioè dal fine: non dal denaro, cioè dal mezzo”.

E’ una difesa morale contro l’immoralità dello speculare sulle persone in difficoltà, ma è anche un modo per mantenere alta la qualità della comunità..

lo sradicamento della disoccupazione e della miseria.

Per ottenere la piena occupazione era necessario che lo Stato non solo favorisse l’iniziativa privata, ma intervenisse direttamente con un piano organico di investimenti pubblici.

Affidarsi per la realizzazione ad un sistema misto di aziende pubbliche e private, supportate da Banche di Stato

“Sia lo Stato che i privati-afferma Giorgio La Pira- devono spendere secondo piani finalizzati alla massima occupazione ed al soddisfacimento dei bisogni essenziali dell’uomo. Si potrebbero, ad esempio, costruire case, produrre energia, industrializzare le aree depresse.

Il denaro necessario per il finanziamento dei piani si sarebbe potuto trovare utilizzando il risparmio inoperoso delle banche, che erano tutte o quasi dello Stato e sfruttando razionalmente il patrimonio demaniale”.

Il senso alto, caritatevole, ma anche serio e preciso, del ruolo pubblico che ha avuto La Pira deve essere assunto -ancora oggi e proprio in questi giorni “da dopoguerra” – da chiunque a qualsiasi livello esercita un’attività che risponde a interessi comuni e ,vista la situazione attuale, occorre incentivare al massimo gli interessi pubblici in atti privati.

In queste situazioni drammatiche del Coronavirus, emerge la comune necessità e determinazione di noi di POLITICA INSIEME – una volta superata questa fase, ma fin da adesso- di farci promotori per una nuova economica europea nella quale la solidarietà e la sussidiarietà assicurino a tutti una partecipazione equitativa e consapevole alla redistribuzione equa delle risorse.

Oggi più che mai occorre piegare alla dignità umana l’iniziativa pubblica, anche attraverso una reinterpretazione di Keynes in armonia con le idee dei distribuisti, della Rerum Novarum e della decrescita dello spreco.

Le teorie keynesiane ci hanno assicurato trenta anni di benessere nel dopoguerra mentre le idee neoliberiste a cui si sono ispirati da tempo i nostri legislatori e i nostri governi hanno tradito le aspettative del popolo, nascondendosi sotto l’espressione “l’Europa lo vuole”.

Bisogna ricordare a tanti giovani -che conoscono poco gli anni del dopoguerra- che l’Italia grazie a uomini come De Gasperi, Fanfani e La Pira il tasso di crescita dell’economia italiana nel periodo 1948-1963 fu superiore a quello degli Stati Uniti, della Francia e dell’Inghilterra, che pure avevano economie in fase di sviluppo.

Ricordare che lo stato che concepisce La Pira è quello meglio descritto nell’art. 2 della Costituzione italiana, unica che parla dei diritti dell’uomo anche nelle formazioni sociali di cui fa parte, basati sui doveri di solidarietà.

Quindi riconosce che la fonte del diritto a cui lo stato si deve inchinare e che deve servire sono i diritti naturali e originari dell’uomo e delle comunità dove si svolge la sua personalità e che si basano sui doveri di solidarietà politica, economica e sociale.

Antonino Giordano