La campagna elettorale appena conclusasi ha replicato un copione già visto. Le forze politiche che hanno raccolto il maggior numero di consensi, hanno impostato la loro azione su argomenti di facile presa quali forme di assistenza a largo raggio, contrasto agli sprechi e alla corruzione, difesa della sicurezza e della sovranità, fermandosi all’ovvietà del contingente e senza dare alcun senso di profondità ai loro programmi.

Oltretutto molte delle misure proposte risultano alla luce dei fatti impraticabili in quanto in palese contrasto con criteri e norme istituzionali vincolanti, la cui violazione porrebbe immediatamente il Paese in una situazione di ingiustificabile inadempienza con ricadute di inimmaginabile e impensabile gravità.

Slogan elettorali molto seducenti e resi vincenti dalla fragile e quindi facilmente suggestionabile  condizione psicologica di buona parte della popolazione che vive un forte di disagio sociale ed affida quindi le speranze di cambiamento alle promesse di coloro che, con grande abilità, propongono scorciatoie difficilmente  percorribili per giungere a un miglioramento generale. Condizioni di precarietà crescenti nella loro estensione di fascia sociale e di territorio e rese ancora più acute per il timore di un futuro pieno di incognite e privo di prospettive certe per i giovani.  Il tutto incrementato da una diffusa incapacità nel saper attentamente valutare le questioni economico/giuridiche oggi divenute estremamente importanti e dalla cronica attitudine di delegare ad alcuno le decisioni piuttosto che partecipare attivamente alla vita politica.

Si può obiettare ed a ragione che l’elettorato è stato posto di fronte a una scelta obbligata: dinanzi alla vacuità ed inconsistenza delle precedenti gestioni di vario colore politico mostratesi totalmente prive di coraggio nel modificare gli assetti precostituiti, non restava che tentare la carta del tanto peggio tanto meglio e questa è un’attenuante che si può umanamente comprendere.

In tale quadro e con i rimedi radicali ed estremi avanzati dai partiti vincitori è sin troppo facile scommettere sul perdurare di una situazione di stallo socio/economico dalla quale il Paese, unico nel panorama europeo, non riesce ad uscire e sull’aggravarsi di una crisi morale che ne alimenta le radici.

La questione merita quindi di essere attentamente analizzata se si ha a cuore il bene comune. Dall’esatta diagnosi della malattia sarà possibile individuare le corrette terapie da calare nella realtà quotidiana per alleviare le sofferenze sempre più diffuse.

Dal momento in cui è esplosa la crisi stiamo ancora vivendo, dieci anni circa, da più autorevoli parti, soprattutto dalle Gerarchie della Chiesa che per i cattolici costituiscono le fonti primarie di indirizzo, è stato affermato che la causa della stessa è da attribuire primariamente a ragioni etiche piuttosto che finanziarie. Molti hanno raccolto l’appello promuovendo approfondimenti culturali ed elaborazioni scientifiche volti a dimostrare la fondatezza dell’assunto. Il risultato principale delle ricerche è stata la rilevazione di una progressiva e crescente affermazione di comportamenti tendenzialmente egoisti ed individualisti generatori di un processo di esclusione dalle opportunità sociali dei ceti medio-bassi che rappresentano la quota più numerosa della popolazione.

Le evidenze storiche attestano che in presenza di importanti divari in termini di ricchezze si arresta il buon funzionamento del ciclo economico e si produce un laceramento del tessuto sociale foriero di allargamento della povertà, della precarietà, di ingiustizie, di tensioni e pericoli sociali di vario genere.

Tale fenomeno di divaricazione progressiva in termini di benessere si riscontra sia in Italia, in maniera particolarmente avvertita, sia all’interno delle altre nazioni. Ciò non va confuso con il processo di crescita delle aree sottosviluppate del pianeta che, negli ultimi decenni, è proseguito costantemente grazie soprattutto a importanti mutamenti politici contrassegnati da maggiore apertura democratica nonché all’abbondante liquidità finanziaria creata peraltro artificiosamente e i cui effetti rischiano di ritorcersi come un boomerang alle prime nuove avvisaglie di sfiducia generale.

Sul punto nodale dell’aspetto etico dell’attuale crisi manifestatosi in evidenti forme di corsa all’accumulazione indiscriminata di guadagni e alla difesa ad oltranza di posizioni di rendita e di privilegio sarebbe doveroso un adeguato approfondimento da parte del mondo laico e religioso. Entrambi dovrebbero infatti interrogarsi, per i profili di rispettiva competenza, sui motivi che hanno prodotto l’insorgere di sentimenti evidentemente antisociali di natura egoistica che continuano a contrassegnare i comportamenti individuali e collettivi causando sofferenze enormi alle popolazioni. Per quali ragioni l’Uomo di oggi punta al al “tutto e subito” piuttosto che preferire politiche di sano equilibrio sociale e di tutela intergenerazionale.

Per quanto concerne invece la terapia da somministrare al Paese gravemente ammalato, questa non può che rinvenirsi in politiche di forte riequilibrio sociale, di serio impegno per la ricostruzione dell’economia reale e legale, di alto senso di responsabilità morale. Il progetto andrà sviluppato lungo due percorsi, distinti ma convergenti. Il primo, di corto raggio, sarà volto a fronteggiare le dolorose urgenze che affliggono le fasce più deboli della popolazione, in primis i giovani. Si dovrà quindi porre immediato rimedio al divario sociale vieppiù crescente invertendone la tendenza, agendo su fattori che ne hanno determinato la nascita e l’attecchimento: l’eccessiva preminenza del capitale sul lavoro, l’affermazione dell’oligarchia finanziaria, la speculazione finanziaria, veleno che deprime l’economia reale distorcendo i valori economici e distruggendo la morale, l’iniqua distribuzione delle ricchezze, la frantumazione contrattuale, la diminuita forza dei corpi di tutela e di rappresentanza intermedi, la carenza di formazione e aggiornamento per le basse qualifiche. Con il secondo, di tipo prospettico, si opererà per modificare il modello culturale dominante orientandolo verso forme incentrate sulla tutela della dignità della persona e per costruire un diverso sistema socio/economico basato sui principi della solidarietà, sussidiarietà, della realizzazione del bene comune.

Sono tutti riferimenti valoriali contenuti nell’ampio patrimonio della dottrina sociale cattolica che rappresenta il punto di riferimento per tutte le forze politiche che lavorano al servizio del bene della collettività. In virtù di tale considerazione si può affermare che sia giunta ormai l’ora che le componenti politiche che si richiamano nei loro programmi alla dottrina sociale si uniscano superando sterili ed incomprensibili individualismi ed operino in stretta collaborazione per porsi al servizio del Paese in una prospettiva di sostenibile e duratura gestione politica. A condizione che abbiano il coraggio di modificare gli equilibri precostituiti somministrando medicine pur amare ma che guariscono in profondità e non palliativi, altrimenti i buoni propositi rimarranno solo sulla carta, riproponendo il solito copione già visto e prolungando le sofferenze in atto.

Carlo Ranucci