Non avremmo proprio bisogno di sentirci dire “lo vuole l’Europa”. Una vera, ma al tempo stesso infelice espressione che tanto è costata al prof. Mario Monti a suo tempo.

E’ sbagliato ridurre l’Europa all’immagine di una arcigna matrigna che perseguita noi poveri italiani. Una smentita è venuta dal Pnrr. Anche se dobbiamo realisticamente prendere atto che tutto il progetto Next Generation Ue fa comodo all’intero gruppo del 27. Non ci sono regalie. Sta a noi, però, cogliere le opportunità e, una volta tanto, sintonizzarsi con l’evoluzione in atto in Europa e nel mondo.

In ogni caso, è doveroso porsi il quesito: quale Europa ci chiede qualcosa? Quella dell’ordo – liberalismo o quella che vuole più solidarietà, più  coesione e il superamento degli squilibri sociali e geografici? Si tratta di due, anzi più Europa molto differenti tra di loro. Non c’è dubbio alcuno che nel corso degli ultimi vent’anni ha finito per prevalere la prima, quella di liberalismo economico sfrenato che ha favorito i grandi gruppi finanziari e finito per creare grossi problemi anche all’economia cosiddetta reale. Poi, il clima antieuropeo cresciuto particolarmente negli ultimi sette, otto anni in tutti i paesi europei, con alcuni che si sono persino rivoltati contro, come quelli di Visegrad, ha costretto a più miti propositi. Fino a giungere, con il diffondersi della pandemia e la necessità di impostare azioni comuni di sostegno all’economia e alla società europea nel suo complesso, appunto, al Pnrr.

L’apodittica frase “lo vuole l’Europa” sta riecheggiando di nuovo in queste ore in cui il Governo ha definito il cosiddetto decreto Concorrenza che agita la base parlamentare formata a sostegno dell’attuale Esecutivo e che consente all’opposizione di Fratelli d’Italia di gridare forte la propria contrarietà.

Non avremmo bisogno di sentirci dire che dobbiamo trasformare gran parte del nostro Paese. Il punto su cui è necessario fare chiarezza è quello sullo sbocco della trasformazione.

Molto si parla dei cosiddetti “balneari”. E’ evidente che non si possa continuare con il rinnovo automatico delle licenze sugli arenili e neppure con le relative modeste entrate assicurate alle casse pubbliche che assommano a poco più di 100 milioni di euro. Ma significa questo che dobbiamo penalizzare migliaia di gestori di stabilimenti i quali quasi sempre assicurano il sostentamento di intere famiglie, oltre che quelle dei tanti dipendenti che vi lavorano? Penalizzarli per favorire i grandi gruppi economici interessati alla gestione di un business che vale oltre due miliardi di euro l’anno?

Lo stesso ragionamento può valere per altri aspetti del decreto. Ad esempio, quello del trasporto pubblico, che coinvolge taxi e noleggi auto, oppure, questione ancora più delicata e che richiama la sensibilità della pubblica opinione qual è quella dell’acqua potabile.

Riformare non significa riprendere con le vere e proprie “svendite” delle nostre risorse pubbliche o di interi settori produttivi o di servizi a favore di multinazionali il cui primo obiettivo è realizzare il più alto profitto possibile. Se è questo che chiede l’Europa possiamo benissimo dire di no. Ma noi sappiamo che non è questa la vera richiesta.

E’ importante, infatti, che anche da noi nasca e si sviluppi un’autentica concorrenza. Cosa che non esiste in tanti settori vitali del Paese o che è ridotta a concepirla come concorrenza tra gli attori che vi operano, ma senza giungere alla considerazione che essa dovrebbe servire a creare davvero un mercato “sano” in grado di assicurare ai cittadini, alle famiglie e alle imprese le convenienze più ampie possibili.

Ciò che è accaduto con l’arrivo della grande distribuzione dovrebbe farci riflettere prima di addossare all’Europa colpe che sono nostre. Abbiamo praticamente regalato ai grandi colossi un intero settore dal valore di oltre 11 miliardi di euro distruggendo il reticolo di negozi di quartiere. Colossi che non assicurano una reale concorrenza destinata a far calare prezzi e ad offrire un aumento della qualità dei prodotti offerti. Colossi che, mentre impunemente aumentano i prezzi a loro piacimento, riducono sempre più i margini di profitto dei produttori delle materie prime.

Attenzione dunque a non ripetere gli errori del passato. Come nel caso dell’acqua pubblica su cui gli italiani si sono già espressi in occasione di un referendum popolare che oggi non si può certamente eludere.