Se giovedì prossimo, 23 aprile 2020, in Europa dovesse andar male, verrà probabilmente ricordato come il 30 agosto 1954, giorno in cui l’Assemblea Nazionale francese bocciò la Comunità Europea di Difesa.
De Gasperi era mancato da dieci giorni con il triste presentimento del voltafaccia con cui la Francia avrebbe spezzato un cammino che – ove non fosse stato così drammaticamente interrotto – avrebbe, con ogni probabilità, avviato un percorso ben più chiaro e diretto verso una effettiva unità politica del Vecchio continente. Più di quanto non sia stato il processo ripreso con il Trattato di Roma del ‘57, spostando, però, la partita sul piano del Mercato comune, piuttosto che a livello della creazione di un esercito europeo.
Il Mercato Comune ha avuto grandi meriti. Eppure si può dire che data dalla sua nascita quella torsione, appunto, “mercantile” del processo di unificazione che, avvitandosi progressivamente attorno a pur nobilissime ragioni di sviluppo economico e di avanzamento sul piano del benessere, ha inaridito lo spirito delle origini, permesso la burocratizzazione delle tecnocrazie cui assistiamo oggi e ridotto la prospettiva europea a quel lucignolo fumigante che ora spande poca luce e tanto fumo.
Eppure non va spento. Anzi, va alimentato. Al combustibile che comunque c’è – gli enormi interessi geopolitici in gioco, ma brucia in debito di ossigeno- va aggiunto in abbondanza comburente fresco, l’ ossigeno di una ripresa ideale del progetto europeo. Chi l’ha detto che non tocchi a noi, comunque vada, dare anche qui prova di “resilienza” e proporci come un pilastro saldo e stabile, che – coerentemente alla nostra tradizione culturale e politica – tenga fermo il punto?
Non si tratta, nella nostra condizione di fragilità, di un cervellotico ed un po’ patetico volontarismo, ma piuttosto di quella capacità sottile di analisi e di intelligenza politica delle cose, che – come insegna la plurimillenaria diplomazia dell’ Impero Celeste – può trasformare la debolezza in forza. Del resto, è un po’ la storia del nostro
primo Rinascimento.
Se poi fossimo costretti a far da soli, lo spirito dev’essere quello di chi, anziché scappare per la tangente del sovranismo, dà una lezione di stile e di dignità agli altri Paesi.
Ad ogni modo, ad oggi il quadro è complesso e – come in ogni crisi, che estremizzi la situazione e metta, quindi, alla frusta gli attori in scena – consente di rilevare alcune linee del campo di forze in atto che non valgono solo all’istante, bensì suggeriscono prospettive di più lunga portata da esplorare attentamente.
Intanto, si va configurando un inedito allineamento dei Paesi latini ( Portogallo, Spagna, Francia, Italia), la potremmo chiamare una sorta di alleanza o almeno di aggregato “mediterraneo-atlantico”, che vede sull’altro fronte i Paesi che si affacciano sui freddi mari del Nord, insomma l’Europa teutonica. Potrebbe essere un fatto del tutto occasionale e contingente, oppure l’emergere, nel sommovimento della storia in cui viviamo di un asse portante di fondo che fin qui tardava a venire alla luce.
La declinazione mediterranea della configurazione europea è, del resto, a prescindere dall’attuale momento, un problema cui non si può sfuggire se vogliamo riportare l’intero progetto ad un equilibrio più attento ed anche consapevole delle responsabilità che, come europei, abbiamo nei confronti del continente africano.
Non a caso Aldo Moro affermava: “Tutto il Mediterraneo è in Europa perché tutta l’Europa è nel Mediterraneo”.
Significativo è anche il disallineamento tra Francia e Germania che mostra come quest’ultima, condizionata da una potenziale avanzata della sua destra estrema e populista, soffra inedite difficoltà di equilibrio interno capaci di imballarne il motore politico, più di quanto non appaia a prima vista, e ne indeboliscono la leadership dentro e fuori i suoi confini.
In quanto a Macron che pure non regala niente a nessuno, non può fare a meno di temere i riflessi in casa sua di un avanzamento dei “ sovranisti” che potrebbero trovare in Italia una formidabile testa di ponte per dilagare nell’intero continente. In quanto ai sovranisti sparsi nei diversi Paesi, sono tanto più pericolosi quanto più è tragi-comico un “carro dei tespi” dove tutti sono d’accordo solo sul fatto che, al momento giusto, se le daranno di santa ragione, fino a sfasciare del tutto la carrozza.
In casa nostra, peraltro, non illudiamoci che la Lega si sia perlomeno adattata ad una dimensione nazionale, abbandonando l’idea di spaccare il Paese in due. Lo vediamo giusto in questi giorni di pandemia e di strategie della cosiddetta “fase 2”. La vocazione nazional-popolare è una parvenza che nasconde l’antica pulsione secessionista.
Funzionale ad una più ampia affermazione “sovranista” che, a sua volta – come in un gioco di scatole cinesi o….di “matrioske” – non è fine a se stessa, bensì funge da piede di porco, diretto a scardinare le porte della cittadella europea ed ubbidire a chissà quali altre logiche di posizionamento geopolitico. Insomma, è almeno prudente chiedersi se non vi sia un disegno, meno improvvisato ed occasionale di quanto si possa pensare in un primo momento.
Non vorrei che si possa mutuare – beninteso in tutt’altra salsa – nei confronti del bastione democratico europeo, sfidato da Est ed, in qualche modo, perfino da Ovest, quell’antico detto romano secondo cui: “Cio’ che non fecero i Barbari, fecero i Barberini”, in un processo di scardinamento più endogeno che non esogeno dei suoi equilibri.
Ad ogni modo, le decisioni più gravi – vale anche per la psicologia di massa, quel che succede a livello individuale – non si assumono nei momenti in cui più alto è il tasso emozionale che rischia di alterare la nostra lucidità mentale.
E per quanto sia irritante l’improntitudine di Paesi come l’Olanda, teniamoci stretto il progetto europeo di cui siamo attori e protagonisti dalle sue prime origini ed ha una immancabile strada, per quanto ancora lunga ed accidentata, davanti a sé.
Domenico Galbiati
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