Il tempo corre veloce. Nel corso della mia vita, ho assistito a un succedersi di cambiamenti che hanno investito i modi di vivere, di produrre e dell’agire politico.

Negli anni del dopoguerra, il sistema produttivo era volto principalmente alla produzione di beni materiali durevoli per soddisfare i bisogni reali della gente. Poi gradualmente ha preso piede la produzione di prodotti, sovente usa e getta, la cui domanda è indotta da una dilagante pubblicità. In parallelo, è cresciuto l’interesse dell’impresa privata alla fornitura di servizi, fino a comprendere quelli (trasporti, poste, telecomunicazioni ecc.) in precedenza inclusi nella sfera statale o pubblica, unitamente a quelli un tempo assolti nell’ambito della famiglia e di comunità a corto raggio (assistenza ai bambini, agli anziani, agli ammalati cronici, ai disabili). Sul piano generale, il mercato, un tempo semplice luogo di scambio, ha occupato sempre più spazio entrando nell’esistenza delle persone ridotte alla sola dimensione del consumatore.

La più rilevante metamorfosi ha riguardato il mondo della finanza, diventato, a partire dagli anni Ottanta, il settore di prevalente interesse per il grande capitale. Mentre la finanza tradizionale svolgeva una funzione di sostegno all’economia produttiva, raccogliendo il risparmio e destinandolo in prestito alle famiglie e alle imprese per l’acquisto e la produzione di beni e servizi, l’attuale capitalismo finanziario investe denaro per ricavarne altro, ricorrendo in prevalenza a operazioni speculative, senza intervenire nella fase produttiva vera e propria.

Tutto ciò ha creato nuova ricchezza che ha consentito rilevanti progressi nei più svariati settori. C’è stato un netto miglioramento delle condizioni generali: la speranza di vita si è allungata; il lavoro è diventato meno faticoso in fabbrica e in ambito domestico; l’istruzione scolastica ha coinvolto crescenti numeri di giovani; beni un tempo irraggiungibili per i più sono giunti alla portata di tutti o quasi. Tuttavia ogni medaglia ha il suo rovescio. Sono aumentate le diseguaglianze e sono venuti a mancare importati riferimenti valoriali con la conseguenza di un diffuso malessere sociale e di un generale senso di insicurezza. Inoltre, si sono resi manifesti crescenti guasti ambientali, che oggi giungono perfino a farci temere per le sorti del pianeta.

Le criticità citate, e soprattutto i mutamenti climatici sempre più evidenti e distruttivi, unitamente alla pandemia da Covid-19 (in qualche misura collegata alla situazione ambientale) hanno messo sull’avviso la componente più avveduta di quella classe dirigente che ha nelle mani le sorti del pianeta. Stiamo pertanto assistendo a un qualche significativo cambio di rotta.

Un primo segnale in tal senso ci è venuto dal Forum economico mondiale tenutosi il 27 gennaio 2021. Esponenti di primo piano della politica e dell’economia internazionali, insieme a selezionati giornalisti e intellettuali, si sono incontrati a Davos per affrontare le questioni più rilevanti che il mondo deve affrontare. Quanto ne è scaturito costituisce un documento importante per capire quali siano le intenzioni ed i progetti dei cosiddetti “Grandi della Terra”. Nel Forum sopra indicato, il tema è stato The Great Reset.

Il termine reset, impiegato dagli informatici, indica la cancellazione integrale dei programmi pregressi per consentire un nuovo utilizzo del computer. Resettare la società significa cancellare non solo modalità di produzione e di consumo, ma tutto ciò che comunemente si fa e si pensa, per sostituire il tutto con una nuova concezione del mondo. Si tratta di una radicale trasformazione ritenuta necessaria per uscire dalla crisi attuale e per affrontare quelle incombenti. Al centro del cambiamento, c’è il superamento delle energie da fonti fossili da sostituire con le energie rinnovabili, un passaggio introdotto anche per cogliere le opportunità che la svolta “verde” offre al mondo produttivo. Fanno seguito altri interventi di natura tecnica, ma con rilevanti ricadute economiche e sociali, come l’estensione della digitalizzazione e l’implementazione dell’automatizzazione e della robotica.

Si tratta di significativi passi in avanti, ancorché i risultati del G20 e della COP19, e i giudizi critici che ne hanno fatto seguito, abbiano mostrato quanta distanza manchi ancora per raggiungere un traguardo rassicurante. Ma ci sono aspetti del progetto che ritengo di segno non certo positivo. Si parte dalla volontà di estendere il libero commercio mondiale senza prendere in considerazione proprio i risvolti negativi della globalizzazione evidenziatisi nel corso della pandemia. Inoltre, l’accelerazione della globalizzazione si accompagna alla promozione di regole mondiali tese a limitare sempre più la sovranità degli Stati e alla promozione di modi di vita volti a omologare le società.

In pratica, il capitalismo intende trasformarsi in un attore sociale ed assumere una responsabilità politica mondiale. Quell’élite ben rappresentata dai partecipanti ai World Economic Forum, determinata a voler mantenere il suo potere, si propone come soggetto titolato a guidare la trasformazione e ad elaborare e gestire una nuova immagine del mondo. È una posizione liberale di massa (liberista e libertaria), globalista, cosmopolita, vagamente umanitaria, ma che mantiene un ruolo centrale al profitto e alla crescita illimitata.

Pare evidente che la democrazia (quella sostanziale e non solo formale o di facciata) non abbia più licenza di esistere in tale nuova visione del mondo. Non è compatibile con essa la distanza che viene a determinarsi tra coloro che hanno il potere delle scelte e i cittadini. E altrettanto estranei alla democrazia sono la priorità assegnata agli automatismi di un mercato globale e pervasivo rispetto al ruolo della politica, e il venir meno dello stesso concetto di sovranità con il passaggio della sua titolarità dagli Stati ad un universo indeterminato. Inoltre, l’omologazione delle modalità di vita degli esseri umani, sradicati dai contesti che ne fanno delle persone, origina un totalitarismo che, più che soft, è subdolamente mascherato, ma non meno pericoloso dei totalitarismi espliciti.

Secondo Gael Giraud, gesuita ed economista di fama internazionale, esiste uno stretto rapporto tra le fonti energetiche utilizzate nel corso della storia e gli assetti di ordine economico, sociale e politico.

Nel corso del XIX e del XX secolo, l’impiego del carbone come fonte energetica ha favorito l’avanzamento salariale e sociale del movimento operaio. Essendo costoso il suo trasporto, l’utilizzo di questa fonte energetica ha comportato l’impianto delle industrie prevalentemente in vicinanza delle aree carbonifere, mettendo a contatto minatori e lavoratori delle varie fabbriche dei quali ha facilitato la presa di coscienza del potere di negoziazione posseduto nei confronti del padronato. Uno sciopero dei minatori o dei ferrovieri era in grado di bloccare le attività delle fabbriche e i trasporti (essenzialmente ferroviari) paralizzando le città, private di prodotti essenziali e di energia elettrica a sua volta dipendente dal carbone.

Invece petrolio e metano, facilmente trasportabili con basso costo grazie a oleodotti e gasdotti, possono facilmente essere reperiti in luoghi lontani ed essere importati dall’estero. A partire dagli anni Quaranta, il loro diffuso e crescente impiego nei trasporti (automobili e camion), nell’industria, nella produzione di elettricità, e in altri ambiti, ha progressivamente indebolito il potere di contrasto della classe operaia e quindi la sua forza di negoziazione sociale. Questa riappropriazione di potere, dovuta al petrolio, da parte dei detentori dei capitali, ha trovato nel neoliberalismo l’ideologia volta a legittimare tale nuovo assetto. Con la globalizzazione (legata al petrolio e al metano come fonti energetiche), le diseguaglianze si sono ulteriormente aggravate.

Vista l’incidenza delle fonti energetiche sulle caratteristiche della società, occorre chiedersi, fin da oggi, come potrà essere la futura società delle energie rinnovabili. A tal fine, bisogna tenere presente che (secondo Giraud) le energie rinnovabili comportano rilevanti spese di investimento, ma ridotti costi di gestione.

Una prima possibilità è quella indicata dai protagonisti di Davos, che affida un ruolo centrale a quanti possiedono i capitali per gli ingenti investimenti richiesti dalla trasformazione energetica. Abbiamo visto che il legame di tale progetto con un assetto democratico reale è alquanto dubbio, se non nullo. Aggiungo che non sembra molto credibile neanche la sua idoneità a vincere la battaglia nel contrasto al riscaldamento climatico poiché si continua ad assegnare un ruolo primario al profitto e alla crescita del prodotto interno lordo. In materia, va ricordata l’affermazione di Giorgio Parisi circa l’impossibilità di raggiungere tale traguardo in presenza di uno sviluppo fondato sulla crescita del PIL. Anche per padre Giraud, è una mera illusione l’idea che la transizione possa essere realizzata mediante interventi finanziari ad opera di mercati anonimi: infatti, né il settore bancario privato, né i fondi sovrani mai finanzieranno interventi la cui redditività strettamente finanziaria è bassa.

Altra opzione è quella tecnocratica (verso cui pare orientarsi la dirigenza cinese, ma non solo essa). Questa prevede, sotto la direzione di un potere statale tendenzialmente autoritario, una società molto centralizzata, altamente capitalistica, basata su una stretta alleanza tra il settore pubblico e quello privato, in grado di indirizzare ingenti capitali verso la transizione, programmandone le tappe.

C’è poi la soluzione cara ai militanti ecologisti e ai giovani seguaci di Greta, che discende dalla ipotizzata realizzazione di un’ampia e diffusa distribuzione sul territorio dei generatori di energia. Sarebbe un assetto favorevole alla nascita di una democrazia decentralizzata e partecipativa che, in un’ottica di sussidiarietà, assegni un ruolo primario ai territori e alle comunità locali per soddisfare le esigenze produttive e i bisogni dei cittadini. Il suo punto debole è il reperimento dei capitali per una trasformazione che è molto costosa. Tuttavia, pur trattandosi di un percorso difficile, sembra forse essere l’unico in grado di salvaguardare la democrazia, una democrazia reale fondata sulla partecipazione e l’impegno dei cittadini.

Ci sono ovviamente altri possibili scenari, ora di compromesso tra quelli schematicamente indicati, ora derivanti da possibili rivoluzioni culturali. In questa direzione, il citato padre Giraud, partendo dal ripudio di quella che definisce “l’illusione finanziaria”, invoca un cambio di civiltà che veda l’Homo sapiens europeo imporsi sull’Homo oeconomicus in un cammino che passa per la riconciliazione delle nostre società con lo Spirito che è all’opera nella nostra storia.

Forse è giunto il momento di cominciare ad occuparsi di questo futuro che è molto prossimo.

Giuseppe Ladetto

 

Pubblicato su Rinascita Popolare dell’Associazione I Popolari del Piemonte ( CLICCA QUI )