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Nuovi partiti in formazione. Il caso di Insieme – di Carlo Cefaloni

Anche se non si intravede la possibilità di una riforma elettorale proporzionale, esiste una tendenza alla formazione di nuovi partiti. Come quello di Insieme. Intervista a Giancarlo Infante per capire la proposta ricorrente di un partito di ispirazione cristiana, autonomo da destra e sinistra

Manca ormai meno di un anno alle elezioni politiche del 2023 che daranno un nuovo volto al parlamento italiano fortemente ridotto nel numero dei componenti. La questione dell’accordo sulla legge elettorale sembra in alto mare e si teme, come al solito, una soluzione pasticciata all’ultimo momento in base alle proiezioni dei consensi che registrano tuttavia una forte spinta all’astensionismo. Le spaccature interne al M5S inducono il ministro degli Esteri Di Maio ad invitare a non ripetere l’errore fatto da Salvini di far saltare durante l’estate del 2018 il governo giallo verde guidato da Giuseppe Conte. In questo scenario resta una costante il richiamo alla nascita di una possibile formazione politica di ispirazione cristiana. Si è recentemente tenuto il primo congresso nazionale di Demos, un partito che è già presente in alcuni enti locali e che si colloca nell’ambito del centro sinistra. Esiste, inoltre, una diversa proposta sostenuta apertamente dal professor Stefano Zamagni che ha avviato, assieme ad altri, un percorso per formare un partito politico che ha già il nome e un simbolo: Insieme.

Per sapere di cosa si tratta abbiamo sentito Giancarlo Infante della segreteria nazionale di tale formazione politica.

A che punto è la costituzione della vostra realtà politica?
Il nostro impegno è diretto in tre direzioni: autonomia, partito programmatico, facce nuove. La prima è quella della definizione dei contenuti di una proposta politica ispirata cristianamente che vede i propri capisaldi nell’applicazione congiunta della Costituzione e dell’Insegnamento sociale della Chiesa basati sulla solidarietà, sulla sussidiarietà, sul rispetto della dignità umana e sulla ricerca di una più compiuta Giustizia sociale. Questi contenuti sono già stati delineati con il Manifesto Zamagni e sono in progresso con il lavoro dei nostri dipartimenti tematici raggiungibili sul nostro sito www.insieme-per.it, oltre che con l’impegno quotidiano che presentiamo attraverso www.politicainsieme.com.

Questa la visione generale. Ma in pratica?
Con questo lavoro stiamo rispondendo alla necessità di tradurre nel concreto una visione generale. Crediamo infatti che un partito “nuovo”, qual è quello che abbiamo in mente, deve proporre un’alternativa all’attuale sistema politico sulla base delle cose da fare. Così, stiamo elaborando  proposte che partono dal Lavoro, dal Mezzogiorno, dalla scuola, dal Terzo settore, ma anche da talune questioni eticamente sensibili. Perché noi siamo nati sulla base della necessità di superare la divisione tra i cosiddetti cattolici della morale e quelli del sociale. Questo, in realtà, avrebbe sempre dovuto costituire un elemento proprio di ogni presenza politica che dice di nascere sulla base dell’ispirazione cristiana. Si tratta, infatti, di un elemento da dare per scontato per chi guarda la politica sulla base di quella ispirazione perché elemento cardine di ogni impegno pubblico che, in quella prospettiva, riguarda la “Persona” intesa nella sua totale ampiezza, la famiglia e i naturali gruppi intermedi in grado di dare sostanza alla nostra società, ancorché poco rispettati e considerati. Purtroppo, trent’anni di una diaspora senza sostanza politica, impongono una riflessione e, soprattutto, un impegno perché con realismo e capacità progettuale si creino le condizioni di una convergenza. Senza dimenticare, comunque, che il pluralismo è diventato elemento di ricchezza anche del mondo cattolico italiano.

Contate di essere pronti a competere per la prossima scadenza delle politiche? Dipende solo dal varo della nuova legge elettorale di carattere proporzionale?
Noi guardiamo alle elezioni politiche del prossimo anno. Siamo proporzionalisti. Crediamo che la legge elettorale maggioritaria abbia dato corso ad un bipolarismo deleterio per il Paese. Stiamo interloquendo con le altre forze politiche perché si giunga al varo di una legge elettorale che, soprattutto, serva a riconciliare la società con la politica. E questo può avvenire solamente se, attraverso un nuovo sistema di voto, si liberano forze ed energie nuove e si è in grado di rinnovare l’attuale ceto politico.

In questo periodo di preparazione avete puntato sui contenuti a partire da una visione espressa da Stefano Zamagni che, tuttavia, non può guidare il partito per via del ruolo istituzionale che ricopre come presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. A quale risultato contante di puntare? Secondo il professore di Bologna esiste un 25% di popolazione che si può intercettare perché a disagio nell’attuale panorama politico.
Noi sappiamo che l’astensionismo tocca, oramai fisiologicamente, il 50% del corpo elettorale. Molti cattolici, ma anche molti laici, si sono rifugiati nell’astensionismo perché consapevoli del fatto che la politica è davvero distante dalle loro esigenze, dal loro linguaggio, dalla loro postura. Una proposta di trasformazione, come quella che abbiamo indicato attraverso il Manifesto Zamagni, può certamente essere ascoltata ed accolta da una buona parte di questo “mezzo Paese” deluso, demotivato e diffidente.

Entrando nel merito dei contenuti, attingendo ad una tradizione cristiano democratica dove albergavano le posizioni più diverse, ci sono dei punti concreti che vi distinguono? Ad esempio avete una posizione condivisa sulla questione dell’invio di armi in Ucraina?
Uno dei grandi limiti della classe politica del nostro Paese, a partire soprattutto dalla nascita della cosiddetta Seconda Repubblica, è stato costituito dal rifluire in una visione soprattutto “domestica”. Questo ha portato l’Italia a subire due importanti conseguenze: da un lato, ci siamo messi ai margini dei grandi processi della geopolitica internazionale. Dall’altro, abbiamo lasciato libero campo al formarsi, nel Paese, di veri e propri “partiti esteri” che, come abbiamo visto, sono intervenuti per condizionare la politica nazionale e farsi portavoce di interessi di altri. È un’antica caratteristica del nostro Paese. Quasi un “vizio” storico, ma più che mai destinato a suonare stridente con l’accentuata competizione innescata dalla globalizzazione. Che poi si tratti di entità “amiche” o, addirittura nemiche, ad esempio dell’Europa, poco cambia. Noi registriamo che il Paese nel suo complesso ha perso la capacità di “pensare politicamente”, come avrebbero detto san Paolo VI e Giuseppe Lazzati, ed “operare politicamente”, come ci hanno insegnato de Gasperi e Moro. Anche in un contesto internazionale che è diventato più difficile.

E allora? Cosa indica questa prospettiva culturale oggi a vostro parere?
Cercando di recuperare questa grande cultura, in relazione alla domanda specifica che lei pone, noi sosteniamo che si debba andare oltre la questione “armi sì, o armi no” all’Ucraina. Il popolo di quel Paese è stato aggredito ed è doveroso aiutarlo ad aiutarsi. Il punto è di vedere come, ed evitare di andare oltre il limite della “legittima difesa”. Inoltre, sappiamo che come tutte le guerre, questo sanguinoso e distruttivo conflitto, ha un inizio ed avrà una fine. Sappiamo come il più delle volte è davvero complicato gestire la Pace, soprattutto per tutte le conseguenze che lo scontro ha portato alla gente che l’ha subito, da una parte e dall’altra della barricata. La fermezza nella difesa degli ucraini, dunque, non può far dimenticare, come è già stato autorevolmente ricordato, la necessità, anche nei giorni della guerra, di recuperare l’attitudine al negoziato. Il quale sarà tanto più forte e credibile se, anche questo è già stato autorevolmente detto, sarà offerta concretamente la possibilità di tornare a parlare di cooperazione e, magari, pensare davvero alla costruzione di un’Europa che vada da Lisbona a Mosca.

In cosa si distingue Insieme da una realtà come Demos che ha appena celebrato il suo congresso nazionale?
Noi crediamo nell’autonomia, che non è solipsismo, bensì piena consapevolezza della specificità e della forza trasformativa insita nel pensiero cui ci riferiamo. Crediamo che sia venuto il momento di superare il centrosinistra, come il centrodestra. Del resto, parliamo di cose che non esistono davvero più. Una finzione tenuta insieme per la salvaguardia di interessi parziali. Come dimostra del resto anche la grande stampa, refrattaria a capire quale sia la sostanza vera del momento politico che viviamo e artificiosamente racconta di una realtà che ogni giorno si smentisce da sola, si tratta di guardare anche ai grandi interessi esterni alla politica. I quali approfittano di questa debolezza, di questo clima di rissosità, incompetenza e mancanza di contenuti per etero – guidare il Paese. La nostra autonomia, che è soprattutto di contenuti, ci porta a dire che noi non partecipiamo ad una mera scelta di schieramento. Noi vogliamo avanzare una proposta alternativa che superi tutto l’attuale quadro politico-istituzionale con l’obiettivo di prospettare un’ipotesi “diversa” per il Paese. Banalmente, c’è chi parla di Centro pensando che la politica consista nell’individuare un posizionamento geometrico. Noi sappiamo, invece, che il Paese ha bisogno di dare vita ad un “baricentro” capace di indicare prospetticamente e strategicamente un’Italia nuova perché “trasformata” istituzionalmente, economicamente e socialmente. Ovviamente, auspichiamo che anche gli amici di Demos si rendano conto di quanto sia necessario fornire il segno di una presenza autonoma, così come lo richiede la comune ispirazione cristiana e la necessità di mettere assieme questioni sociali con quelle eticamente sensibili.

Carlo Cefaloni

Pubblicato su www.cittanuova.it

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