Con le ultime elezioni regionali, Giorgia Meloni ha perso quell’aura di invincibilità che la accompagnava da quando siede a Palazzo Chigi. Non ha toccato palla, al punto che perfino Salvini si è ringalluzzito. E questa immagine, di fatto, perdente, è probabilmente, se vista in prospettiva, il dato più significativo, al di là di ogni altra analisi di maggior o minore dettaglio, della più recente tornata.
Queste improvvise folate di vento che sembrano poter cambiare o mettere in discussione, anche se spesso non trovano riscontro in dati oggettivi, l’ orientamento generale, fino a quel momento, dell’ opinione pubblica, possono far del male seriamente. Del resto, se si cede al culto della personalità, ci si pone in una posizione che quanto più è alta, tanto più la caduta può essere rovinosa, nell’ immaginario collettivo.
Non a caso, infatti la Meloni si è spaventata. Talmente allarmata da reagire senza tergiversare un attimo. Com’è – va detto, anche in modo encomiabile – nelle sue corde si è messa immediatamente in posizione d’ attacco. Con una netta accelerazione sulla nuova legge elettorale e sul premierato, tutt’ altro che sopito come taluni sostenevano. La prima del tutto funzionale al secondo ed il secondo -il premierato – ribadito “madre di tutte le riforme”. A conferma di una strategia politica, orientata non solo a governare, ma, anzitutto, a cambiare quell’ Italia – sorta dalla lotta antifascista, evidentemente non gradita – nella quale, piuttosto che il principio di democrazia, garantito dalla Costituzione, si vorrebbe veder primeggiare una declinazione del nostro sistema politico-istituzionale, di evidente caratura autocratica.
Insomma, Giorgia Meloni – e questo è un merito che le va riconosciuto – la mette giù piatta e va al “dunque” della questione: o di qua o di là. Ed in un mondo in cui i pusillanimi superano di gran lunga gli ardimentosi, questo, purtroppo, diventa un suo punto di forza.
Domenico Gabiati