Ho letto con molta attenzione l’editoriale del Professor Cassese sul crescente astensionismo nelle elezioni italiane, pubblicato sul Corriere della Sera il 26 novembre. Una riflessione che aggiunge un tassello essenziale a un fenomeno che ormai attraversa tutte le democrazie occidentali: la crescente fuga dalle urne. L’ex giudice costituzionale individua un “fossato tra società e politica” che si allarga anno dopo anno e che non può essere liquidato con la comoda formula dell’antipolitica. Perché quel fossato nasce da cause più profonde. La prima è, senza alcun dubbio, la caduta della partecipazione politica, soprattutto nei luoghi tradizionali della vita pubblica: circoli, associazioni, movimenti. La seconda riguarda la quasi estinzione dei partiti come comunità organizzate. La militanza è evaporata, le sezioni sono scomparse e la discussione si è trasferita sui social network, dove prevale non il confronto ma il conflitto, non l’argomentazione ma il giudizio immediato. Le forze politiche sono ormai diventate piccole organizzazioni oligarchiche, più impegnate nella gestione del consenso che nella costruzione di una visione. Ed è proprio in questo vuoto di senso che attecchisce un altro fenomeno: l’apatia.
L’elettore stanco e l’offerta politica debole
Il terzo motivo del disimpegno elettorale è infatti il più incisivo: l’apatia dell’elettorato e la scarsa qualità dell’offerta politica. Non è una crisi dell’interesse pubblico, ma una crisi di fiducia verso chi dovrebbe rappresentarlo. Già Luigi Sturzo, nel 1922, avvertiva che “la politica è diventata arte senza pensiero”. Ebbene, cento anni dopo, quelle parole risuonano con una precisione quasi profetica.
I partiti italiani, oggi, appaiono più impegnati nella gestione quotidiana dell’emergenza che nella definizione di una strategia. Gli aggiornamenti continui dei sondaggi, le polemiche lampo, i messaggi in 280 caratteri: tutto concorre a un quadro che privilegia la superficie e sacrifica la profondità. Nel frattempo, i cittadini osservano. E quando si sentono esclusi da un processo politico impersonale, spostano l’unica leva che resta: l’astensione. Le urne vuote non sono un capriccio dell’elettore, ma un segnale di sfiducia verso una politica che si percepisce impotente di fronte ai grandi nodi del Paese: crescita, sanità, scuola, PNRR, divari territoriali.
Il populismo come scorciatoia
In questa stagnazione prende forza il populismo, descritto con finezza dallo storico Marc Lazar nel suo recente libro “Pour l’amour du peuple”. Una ideologia leggera – la definisce Lazar – che non richiede programmi, non costruisce progetti, ma offre slogan semplici a problemi complessi.
Se vogliamo dirla tutta, il populismo non riempie il vuoto, lo cavalca. E funziona perché dove la politica appare debole, il messaggio populista appare forte. Lo vediamo anche nella politica italiana contemporanea, oscillante tra leaderismi personalizzati, narrazioni identitarie e promesse a breve scadenza. La semplificazione diventa la regola, mentre la mediazione, cuore della democrazia, viene percepita come una perdita di tempo. E così, mentre il populismo cresce, la politica tradizionale si indebolisce. Le urne si svuotano perché molti cittadini si sentono spettatori di una rappresentazione che non li riguarda più. La sfida è tutta lì: ricostruire un pensiero politico capace di parlare, ascoltare, includere. E soprattutto ricostruire i partiti secondo la lettera e lo spirito dell’articolo 49 della nostra Costituzione, con la partecipazione attiva dei cittadini alla vita pubblica. Perché senza partecipazione, la democrazia non sa più cosa dire, né cosa fare. Non muore d’un colpo, ma lentamente e nell’indifferenza delle masse, cede il passo, ai prepotenti, ai demagoghi e ai dittatori.
Michele Rutigliano