È quasi fatta: il Gruppo Gedi, con la proprietà dei suoi gioielli Repubblica, La Stampa e Limes, volano all’estero. E già si è levato il lamento della “Patria si bella e perduta… “.

Quella che una volta chiamavamo Fiat si libera del suo importante gruppo editoriale ed implementa la propria fuoriuscita dall’Italia. Del resto, segue il “trasloco” finanziario già fatto nel “paradiso fiscale” per le multinazionali che si chiama Olanda. Poi si aggiungerà ciò che resta della produzione automobilistica. Nonostante quelli che una volta quasi governavano l’Italia, sappiano bene che l’Avvocato si sta probabilmente rigirando nella tomba. La Stampa soprattutto era un suo fiore all’occhiello. Suo e della città di Torino. Al punto che Gianni Agnelli voleva sempre la cronaca cittadina piazzata nella seconda pagina de La Stampa di cui fu direttore e proprietario Alfredo Frassati.

Il disimpegno dall’Italia segue una linea che non nasce oggi, come confermato  dal dissidio tra il giovane Elkan e Marchionne negli ultimi anni di gestione del manager prima della sua morte, resa davvero amara da vedere giungere la fine del gruppo Fiat come “italiano”.

E non ci si dovrebbe meravigliare se la stessa fine la facessero Ferrari e Juventus. Per il pallone, Elkan si è già avviato portando la squadra più blasonata d’Italia, e con più tifosi di quasi tutte le altre italiane messe insieme, in visita da Donald Trump.

Per la vendita di Repubblica e de La Stampa il viaggio è stato più breve. A due ore di volo, in Grecia, con una variante che sembra riguardare anche la partecipazione del Principe saudita, Bin Salman, anche se questa notizia ha ricevuto una smentita dal Golfo.

È vero che oramai il mercato è globale. Ma è anche vero che per la prima volta entrano degli stranieri nel sistema editoriale italiano. E non si tratta di fare bulloni o forcine per i capelli. Parliamo del mondo dell’informazione e, quindi, anche di democrazia.

Flebili voci giungono da chi dovrebbe parlare a differenza di quanto fatto in occasioni precedenti. E magari alzando la voce se certe nuove proprietà non piacevano. Ma molto dice che questa à un’operazione “politica” che giunge gradita, se non è stata addirittura sollecitata.

Non basterà, allora, preoccuparsi solo di non perdere posti di lavoro, bensì di tutelare un pluralismo e una qualità dell’informazione che nel nostro Paese hanno già ricevuto più di un colpo con un pezzo di stampa divenuta sempre più funzionale al vigente “sistema”.

Giancarlo Infante

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