Le brevi affermazioni di Draghi in assemblea di Confindustria (il 23 settembre scorso) hanno acceso una discussione sui contenuti e la stessa configurazione di un eventuale patto. Si è trattato di una vampata, che forse ha bruciato l’oggetto del dibattito, e se sia rimasta una brace da alimentare lo vedremo.
L’incontro tra Governo e sindacati di tre giorni orsono, non triangolare quindi, nel suo esito e nelle aspettative di un metodo convenuto induce a considerare aperta la strada. La sicurezza del lavoro è peraltro uno di quei temi che richiede un’attenzione mai distratta e un impegno inesorabile, perché davvero è duro accettare che lavorare costi la vita.
I partiti non sono stati alla finestra, partiti deboli che devono parlare di tutto, e hanno tentato di far proprio l’oggetto ridenominandolo ciascuno a modo suo: patto per la crescita, patto per la ripresa, patto per il lavoro e la crescita, patto per l’Italia. Qualcuno da voce alla preoccupazione, propria e di altri, di non rimanere fuori dal patto e qualcun altro manifesta la sua diffidenza.
Cosa sorprendente, sebbene molte voci siano consapevoli che non si può riproporre la concertazione degli anni Novanta, tuttavia, per una sorta di coazione a ripetere, si diffonde prevalentemente la locuzione patto sociale e se ne ipotizzano possibili contenuti che appartengono al versante delle relazioni industriali. Anche i sindacati reagiscono differentemente. Con favore prevedibile la CISL, mettendo avanti alcune questioni concrete la CGIL, questioni che non è scontato fossero prioritarie, tra quelle da mettere in campo, per Draghi. Comunque non è realistico immaginare Draghi celebrare riti e rappresentazioni con posti in piedi nella Sala verde. Uno slittamento rapido (lessicale ma politico) ha trascinato il dibattito apparentemente lontano dalla proposta Draghi. Ma Draghi che cosa intendeva proporre? Tanto per cominciare Draghi non ha usato l’esatta espressione “patto sociale”.
Conviene dunque non fare una riflessione per sentito dire, ma partire dalle parole del presidente del Consiglio, la cui prosa non è velata dal fumo della retorica (o che, se si preferisce, sa far bastare una retorica di sostantivi). “… le parole del presidente Bonomi – ha affermato il presidente del Consiglio – suggeriscono che effettivamente si possa cominciare a pensare a un patto economico, produttivo, sociale del Paese. … Io cerco di non usare la parola patto, usavo la parola “una prospettiva economica condivisa”. Il significato è che bisogna mettersi seduti tutti insieme e cominciare a parlare di quello che si fa sui vari capitoli. “
Dunque patto. Draghi lo dice, ma non solo sociale e soprattutto come un modo per indicare la prospettiva economica condivisa e quindi soprattutto l’insieme delle azioni per rendere strutturale e permanente lo slancio della ripresa.
Un patto sociale può essere un terreno di scambio del consenso a soluzioni particolari (o della rinuncia a soluzioni). Una prospettiva economica condivisa esige una convergenza su obiettivi. Comporta la manifesta volontà di procedere insieme verso mete determinate.
Ora un’intesa sottoscritta dal Governo e dalle parti sociali più rappresentative, sia datoriali sia dei lavoratori, secondo la configurazione tradizionale, sarebbe comunque una testimonianza positiva al Paese, cioè un fatto di coesione. Sarebbe almeno un atto di legittimazione reciproca, anziché il logoro gioco della delegittimazione.
Un patto sociale, se occorre, si fa, e può essere una specie di avviso comune multiplo, che assicuri il consenso delle parti sociali a misure che debbano essere assunte dal Governo e dal Parlamento.
Un tempo infatti i patti prodotti dalla concertazione tradizionale supportavano alcune misure concordate (per raffreddare l’inflazione, per delineare una politica dei redditi, per regolare l’impatto sociale di trasformazioni in corso, per cambiamenti di rotta previdenziali). Invece condividere una prospettiva economica metterebbe le premesse per una mobilitazione di energie anche civili e sociali, non solo economiche in senso stretto. Conterrebbe alcune possibilità di trasformazione.
A suo tempo, tra i molti frequentatori della Sala verde, mi ero formato il convincimento che la variante italiana del dialogo sociale mal si presta a condividere strategie e decisioni di sviluppo. La mancanza di una prospettiva condivisa pesa sull’Italia, rendendo più difficile e incerto ogni passo da compiere, in assenza di una preliminare scelta della direzione di marcia. Ma allora il dibattito che si è avviato, nel complesso (quindi al di là di singole proposizioni fondate), potrebbe apparire una falsa partenza. È sugli obiettivi, sulla prospettiva che si condivide, che va portata la discussione.
Un patto dunque che dovrebbe indicare traguardi e percorsi impegnativi per le parti sociali anche in materia di transizione energetica, di lotta al cambiamento climatico, di aumento della produttività, di cittadinanza digitale, di allineamento ai livelli più elevati in UE delle prestazioni dell’istruzione (meno evasione dell’obbligo, meno abbandono scolastico, migliori risultati di apprendimento, più laureati, e così via), di nuove strategie e strumenti per aumentare l’occupazione. Ma dovrebbe anche indicare come si vuole rilanciare la vitalità del Paese a cominciare dalla natalità. Dunque si tratterebbe di portare la sfida della trasformazione nel tavolo del Governo e delle parti sociali, e cioè all’attenzione della politica in generale, andando oltre l’elenco delle riforme dovute a Bruxelles, per dirigerci verso un futuro da noi scelto.
Lavorare per una prospettiva di trasformazione è il punto di scelta. Oggi l’orizzonte di medio periodo è ⎌occupato dal PNRR che in parte costituisce e in parte sostituisce la prospettiva economica condivisa. Ma il 2026 non è lontano come qualcuno pensa. Dobbiamo prepararci a proseguire la corsa dello sviluppo (quello umano integrale, ben più che a muovere solo qualche indicatore economico) senza la protesi finanziarie e politica del PNRR. E dobbiamo prevenire il pericolo di un rompete le righe regressivo, rischio dal quale non possiamo certo considerarci immuni.
Vengono a seguire i problemi non semplici di chi è legittimato a partecipare a un nuovo tipo di dialogo sociale per lo sviluppo e di come fare per rendere effettivamente vasta la platea nazionale delle forze che si responsabilizzano e si mobilitano.
La definizione di un patto – la condivisione di una prospettiva incoraggiante e mobilitante – dovrebbe coinvolgere rappresentanze quanto più possibile vaste ed effettive, ma non per mezzo di un numero eccessivo di rappresentanti, oltretutto muniti di quote di rappresentatività assai eterogenea. Alcuni anni fa ci si era avvicinati a questo assetto, quando la rete fra cinque associazioni di commercianti e artigiani consentiva a due grandi settori di esprimersi con una sola voce. Una sola voce parlava per il mondo cooperativo (come è tuttora possibile), e una sola voce parlava per banche, assicurazioni e finanza (come pure sarebbe ancora possibile).
Il valore dei corpi intermedi è indiscutibile, ma l’effettiva efficacia del loro ruolo dipende anche dalla disponibilità a rafforzare e ammodernare ulteriormente il sistema associativo della rappresentanza. I quasi mille Contratti collettivi nazionali di lavoro risultanti dal deposito ufficiale in CNEL sono un sintomo già troppo trascurato, un’inflazione che svaluta ruoli e funzioni che dovremmo preservare con cura.
Vincenzo Mannino