«Per essere liberi val la pena rischiare»: è questo il passaggio chiave di una lettera inviatami da un vecchio e caro amico nel cuore dell’estate del 2019, pochi mesi prima che ci lasciasse. Una dichiarazione intensa che mi ha ricordato le parole di Alexis de Tocqueville: «Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire»; una libertà che, nella prospettiva dello studioso francese, andrebbe ricercata, promossa e difesa per se stessa. La libertà di Tocqueville è una condizione essenziale, come ebbe a scrivere anche Luigi Sturzo, per poter sperimentare la gioia di pensare, di parlare, di agire e, persino, di “respirare”.

A partire dal problema del rischio mi sono inoltrato nella lettura del libro di Cass R. Sunstein, intitolato, con una buona dose di coraggio, Sulla libertà. Sunstein è Robert Walmsley University Professor presso la Harvard Law School, dove ha fondato e attualmente dirige il programma di ricerca denominato “Behavioral Economics and Public Policy”. Questo nuovo libro, agile e scritto con uno stile brillante, un pamphlet di grande appeal, pensato come strumento di alta divulgazione, per giungere anche al lettore meno avvezzo alle, talvolta astruse, gergali espressioni dello scienziato economico, presenta una tesi tanto forte quanto discutibile: «le preferenze delle persone sono un prodotto del pungolo. È il pungolo a costruirle. Dopo aver ricevuto quella spinta gentile, gli individui sono felici e forse addirittura riconoscenti». Quindi la tesi del nostro autore è che, per essere liberi, poter scegliere non è affatto sufficiente, ma è necessario che gli individui siano in grado di “orientarsi” e perché ciò avvenga in modo appropriato, gli stessi individui hanno bisogno di strumenti che li aiutino a raggiungere gli obiettivi che si prefiggono.

Il presupposto della tesi è che chi agisce spesso non sappia come raggiungere la destinazione desiderata e perciò Sunstein ritiene che un tale soggetto non agirebbe liberamente. Ciò per quanto riguarda la capacità di orientarsi, in vista di una destinazione desiderata, dunque conosciuta. Tuttavia l’argomento di Sunstein diventa ancora più problematico quando si affronta il caso in cui un ipotetico osservatore dell’azione altrui giudichi la persona agente incapace di autocontrollo, al punto da essere indotto a prendere decisioni che finiranno per peggiorare le sue condizioni di vita. Una sorta di autolesionismo che potrebbe essere evitato, se solo la persona agente assumesse scelte alternative, frequentasse persone diverse, decidesse di cambiare lavoro o se si trasferisse in un’altra città. In pratica l’autore si avventura nel campo minato delle possibili risposte alla domanda delle domande: che cosa promuove o impedisce il nostro benessere, la nostra felicità, persino la nostra dignità, che ci consente di poter affermare di essere liberi?

Forse l’aspetto meno rassicurante di tutto il libro è proprio questo volersi inoltrare in un campo che ho definito minato, perché intimo, dunque non suscettibile di invasioni da parte di illuminati scienziati economici, sempre pronti a costruire ideali ipotetici mondi lunari. Non è un caso che l’autore introduca il suo lavoro domandandosi: «Ma cosa succede se le persone non sanno quello che vogliono? Se non ne hanno la minima idea?». Si presume, dunque, che esistano persone che non sanno quello che vogliono e, seppure lo sapessero, avrebbero seri problemi a individuare il modo in cui soddisfare i propri interessi, quando non si trattasse di persone che desiderano persino l’indesiderabile. L’autore congettura che il più delle volte le scelte che compiamo sono il frutto di un processo di manipolazione che induce la persona agente ad auto-ingannarsi, le preferenze dichiarate non sarebbero altro che il frutto di ingiustizia e di miseria.

Ecco, dunque, che Sunstein individua lo strumento miracoloso per risolvere il problema che impedirebbe il raggiungimento della libertà: “il pungolo”. «I pungoli o spinte gentili (nudges) sono interventi che tutelano appieno la libertà di scelta, ma al tempo stesso guidano le decisioni delle persone in certe direzioni». L’autore è consapevole delle critiche che in tanti, soprattutto dal fronte della cultura politica liberale, rivolgono alla teoria che lo vede protagonista, insieme al premio Nobel Richard Thaler, come esponente della cosiddetta “Behavioral Economics”; critiche che egli stesso sintetizza nel sospetto che i funzionari pubblici non siano poi così più competenti, meno egoisti, più disciplinati e onesti di qualsiasi altra persona.

In ordine di tempo, rileviamo la critica degli economisti americani Mario J. Rizzo e Glen Whitman, che hanno pubblicato di recente il ponderoso volume Escaping Paternalism. Rationality, Behavioral Economics and Public Policy (Cambridge Press, 2020). Nel loro studio Rizzo e Whitman, sulla scia tracciata – tra gli altri – dagli economisti austriaci Ludwig von Mises e Friedrich A. von Hayek, dimostrano come la teoria del “pungolo” altro non sia che una riedizione del tradizionale paternalismo. Secondo la definizione di Danny Scoccia, per paternalismo intendiamo il fatto che «P limita la libertà di Q o interferisce nelle sue scelte […] con il pretesto di agire per il suo bene»; (D. Scoccia, The Concept of Paternalism, in Aa.V.v., The Routledge Handbook of the Philosophy of Paternalism, a cura di K. Grill e J. Hanna, Routledge, London-New York 2018, p. 9).

Il “paternalismo comportamentale” si baserebbe su una definizione estremamente angusta di comportamento razionale, secondo le parole di Rizzo e Whitman: «Trascura preferenze, esperimenti e scoperte non convenzionali. Si basa su una ricerca comportamentale spesso incompleta e inaffidabile. Richiede un livello di conoscenza da parte dei responsabili politici che non possono ragionevolmente ottenere. Presume un processo politico ampiamente immune agli effetti dell’ignoranza, del’irrazionalità e dell’influenza di interessi particolari e di carattere morale. Nel complesso, il paternalismo comportamentale sottovaluta la capacità delle persone di risolvere i propri problemi, sopravvalutando al contempo la capacità di esperti e responsabili politici di progettare interventi utili». L’unica differenza che marcherebbe la distanza tra il paternalismo tradizionale e il neo-paternalismo comportamentale sarebbe l’impiego di strumenti apparentemente meno violenti, ma come tutte le forme di paternalismo che lo hanno preceduto tende al conformismo, rispetto ad un modello idealizzato, finendo per trattare gli individui come “marionette” piuttosto che come persone.

Riprendendo il tema iniziale evocato dall’amico scomparso, al centro del problema della libertà in una “società aperta” troviamo il “rischio”. Nel caso del paternalismo, è il “rischio” che liberamente il “popolo sovrano” decida di asservirsi al “buon pastore” di turno che, in nome del “bene del popolo”, chiederà e pretenderà dal popolo un potere sempre più illimitato per governarlo come un pastore governa le sue pecore. Ciò può avvenire in maniera hard, quando la pretesa si traduce in violenza, ma potrebbe avvenire, e solitamente avviene, anche in maniera soft; gentile appunto: una dolce spintarella.

Dopo la lettura di questo libro sorge spontanea la domanda: il liberalismo e la democrazia possono convivere con il paternalismo? Possono esistere forme democratiche e liberali paternalistiche? Paradossalmente, afferma Tocqueville, mai come nell’epoca presente in cui prospera la tensione democratica, si è assistito all’emergere di un “sovrano” così assoluto, il quale può avanzare la pretesa di amministrare da solo e per il bene del “popolo”; una pretesa giudicata persino lodevole dai suoi sudditi, poiché ormai si auto-percepiscono cittadini – dunque sovrani di se stessi.

L’implementazione del paternalismo, dunque, sarebbe alla base di una nuova forma di “dispotismo”: l’“imperium paternale”, «il peggior dispotismo che si possa immaginare», secondo Kant, che si presenta con il volto “mite” e rassicurante della democrazia, senza per questo conoscere alcun limite se non quello imposto dalle esigenze funzionali del potere: la propria sopravvivenza mediante l’occupazione di tutti i possibili spazi. La concentrazione del potere e la riduzione monistica del pluralismo delle forme sociali sono alla base di quel sano timore che il potere possa tradursi in dispotismo e i potenti in tiranni, avendoli ormai riconosciuti e accettati come nostri “tutori” naturali. Per questa ragione, il “paternalismo” è una forma di oppressione popolare tutta immersa nella modernità e si nutre delle “democrazie malate”, di quelle “democrazie avvelenate” dalle tossine del populismo e della demagogia.

In realtà, citando sempre Tocqueville, l’identità del “padrone” dovrebbe preoccuparci molto meno del fatto che comunque obbediamo a qualcuno. Una tale predisposizione disinnesca la capacità critica, si configura come speciale dispositivo che inibisce il dovere di porre domande scomode al potere, nasconde la realtà che la democrazia è un discorso critico su questioni d’interesse comune, mentre, al contrario, finisce per favorire lo spirito d’obbedienza e tende a isolare i pochi che conservano il sano sospetto nei confronti del potere. Le critiche al paternalismo comportamentale ci consentono di individuare le ragioni gnoseologiche che fanno della democrazia il più fecondo habitat per sviluppare la capacità di problem solving. Ciò perché la democrazia, come afferma Enzo Di Nuoscio, in quanto ordine spontaneo, basato sul principio di competizione, riesce a generare più conoscenze, quindi più soluzioni a problemi e, di conseguenza, anche più benessere. In assenza di un tale quotidiano esercizio democratico, l’umano stesso si corrompe e diventa altro da sé, è l’alienazione più profonda e anche la più subdola perché partorita dal ventre democratico e fecondata dalla finzione della sovranità popolare.

Flavio Felice

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