Perché mai?

Questo è il primo interrogativo, che sorge quando si pone una simile possibilità.

Da più parti si sente ripetere, con costante litania, che non serve un nuovo partito ed ancor meno un partito di ispirazione cattolica.

Le ragioni sono le più diverse, ma sostanzialmente si argomenta che il “cattolicesimo politico” è, sul piano istituzionale, questione del “passato” e che col riferirsi espressamente a “valori cattolici” si rischia di separare o radicalizzare le divisioni, già tantissime nel panorama italico, senza considerare la scarsissima probabilità nell’immediato di ottenere un diffuso consenso elettorale.

Se poi si aggiungono le sconfitte sui temi “etici” degli ultimi anni, nonché l’assenza totale di risorse economiche, il tutto appare di per sé giustificare l’astensionismo, se non elettorale, quanto meno istituzionale.

Ma se così è, perché allora si continua a ricercare un partito di ispirazione cattolica? Dove trovare la forza aggregante e soprattutto capace di giustificare nel presente e per il futuro una simile opzione?

Oggettivamente, se si disancora il partito da una opzione fondamentale e, dunque, da una “forte” ideologia, non ha senso procedere nella direzione indicata. Bisogna allora trovare una ratio ed una ragione che sia condivisibile da parte del mondo cristiano, ma che raccolga la voce anche di chi non è cristiano.

D’altra parte, vivendo nel secolo, non deve spaventare il riferimento al “partito”, inteso come parte del tutto sociale, poiché in una visione laica, la divisione presente è ineliminabile nella storia sociale ed in fin dei conti elemento necessario per lo sviluppo (non necessariamente conflittuale) della civiltà e dello stato politico.

I valori cristiani sono presenti nel mondo, ma non sono gli unici: ciò e vero e di ciò va preso atto. Ma se così è, è oltremodo vero che questi nostri valori sono valori propri di tutti gli uomini e dell’intera umanità.

Si dirà: ma cosa significa tutto ciò in concreto?

Vuol dire che un partito di ispirazione cattolica deve fondarsi sopra una chiara visione dell’uomo o, se si preferisce, dell’umanità, capace di indirizzare l’azione e correggere gli errori infiniti che si commetteranno anche con la migliore volontà.

Da tempo, si indica che i fini del “diritto” o della “società” sono la pace, l’uguaglianza e la libertà, fini che a loro volta vengono tra loro diversamente combinati.

Ma se in effetti, tali fini sono ultimativi del diritto o della società e, in fin dei conti, della politica istituzionale, allora si dovrebbe prendere atto che non vi sarebbe un’alta visione dell’uomo, ma solamente una considerazione accettabile, sul piano della retorica, ma totalmente insoddisfacente sul piano del progresso umano.

Ancor oggi si sente dire che la razionalità o la volontà libera (id est non ostacolata da terzi) sono elementi essenziali o quanto meno qualificanti dell’uomo e della società umana.

Ciò è vero, ma è pochissima cosa rispetto ad una visione, appunto, cattolica dell’umanità.

La visione cattolica vede l’uomo come “immagine e somiglianza di Dio” e tale visione ha una concretezza incredibile, sol che si consideri le caratteristiche fondamentali del Dio cristiano e delle potenzialità dell’agire umano.

Si dice, correttamente, che Dio è amore, ma spesso, ingiustamente, si considera solo l’aspetto “positivo” dell’amore divino, cioè solo il fatto che Dio ama l’uomo e l’umanità, con la conseguenza pratica che si mira a esaltare la capacità di amare dell’uomo così che vengono esaltati nell’uomo proprio la sua razionalità e la sua libertà, essendo per definizione strumenti indispensabili per amare.

Tuttavia, il primo comandamento, anche in senso cristiano, non è di amare gli altri ma di amare Dio ed è pacifico che se è vero Dio ama amare, è anche vero che Dio ama altresì d’essere amato.

Dunque, è nell’ambito dell’amore dovuto a Dio che deve trovarsi, sul piano anche sociale, un riferimento che giustifica l’amore verso gli altri.

Se, infatti, si ama, è perché vi è qualcuno che deve essere amato: sul piano della società umana, si devono quindi individuare soggetti che, per loro natura o per la particolare condizione in cui si trovano, sono il rifermento elettivo dell’amore e, dunque, della razionalità e della libertà umana.

Insomma, chi se non i poveri, gli ultimi, i malati e tutti coloro che necessitano di essere tutelati o che sono privi di una piena libertà, possono essere coloro che rappresentano Dio nell’umanità, sotto il profilo del dovere d’amare?

L’umanità, dunque, ha in sé sia l’aspetto positivo, ma anche quello passivo – se così si può dire – dell’amore divino: si può amare, solo se vi è qualcuno d’amare, ma più di tutto l’amore sarà più autentico e denso verso coloro che non possono darci nulla in cambio.

Tutti noi non solo siamo stati e saremo soggetti dell’amore divino, ma è anche vero abbiamo avuto e avremo diritto (in senso non solo sociale) ad essere amati, allorché non siamo stati o non saremo capaci di amare concretamente gli altri uomini.

Ecco dove la visione cattolica dell’umanità è grandiosa e capace di risvegliare le coscienze e dove trovare un faro per guidare la nave nella tempesta dell’odierna cultura individualista.

Per essere uomini o per avere dignità di uomini, è sufficiente essere stati concepiti e dal momento del concepimento fino alla morte – ma anche dopo (si pensi al tema delicatissimo della sepoltura e della preghiera e del culto) – abbiamo il diritto di essere amati, anche se incapaci (fisicamente o psicologicamente o economicamente) di amare per la condizione in cui ci troviamo.

I ricchi, i sani, gli intelligenti hanno il dovere di amare i poveri, i malati e gli insani o chi non ha capacità di ragionare, perché è in loro che vi è il senso del loro essere ricchi, sani e intelligenti.

Tutto ciò si traduce sul piano politico alla considerazione che il diritto e lo stato (così come dai più nobili è sempre stato sostenuto) sono sorti e trovano la loro giustificazione per tutelare chi ha bisogno di tutela, chi è stato violato nei suoi diritti.

“Dare a ciascuno il suo” è l’antica sintesi del concetto di giustizia: ed il “suo” è innanzi tutto quello che spetta agli altri che non ci hanno dato e non potranno darci nulla sul piano umano, allorché daremo loro ciò che a loro spetta.

In questo senso, non solo non si pone il problema di tutelare l’embrione e l’uomo, quale che sia la sua condizione, ma si indica anche che il peggioramento delle condizioni sociali di per sé non è giusto e che dunque bisogna far di tutto perché le condizioni sociali migliorino.

Ma in questa esigenza di miglioramento, il cristiano sa che è verso i più deboli, che si deve agire, e che se la povertà (intesa in senso ampio e, dunque, anche in senso culturale) aumenta, vi è un regresso e non un progresso dell’umanità, ancorché i dati “puramente” economici sembrano ottimi.

Se così è, è evidente che un partito di ispirazione cattolica non solo può esserci, ma in verità deve esserci.

Non ha senso, infatti, far riferimento, per ritenere soddisfatto l’agire politico dei cattolici, solo alla possibilità di poter convincere i governanti nelle sedi opportune, ma deve anche riconoscersi che nella complessità dell’evo moderno solo con un’azione bene organizzata si può davvero far bene ciò che è dovuto a tutti gli uomini.

Si obietterà: ma così operando, i ricchi, i sapienti ed i sani non vorranno partecipare, poiché “esclusi” dall’azione politica di un simile partito.

Nulla di più falso e di più forviante: la ricchezza e l’iniziativa privata vanno tutelate, così come la conoscenza e l’educazione e l’ambiente ove vive l’uomo così come la sua salute.

Il fatto è che questo è solo il primo stadio e non il punto verso cui tutto si giustifica: che ciò sia deriva dalla semplice considerazione che se è vero che non si vogliono creare più poveri o più malati, è oltremodo vero che non si mira a far ciò eliminando o dequalificando, sul piano umano o sociale, i poveri o i malati, ma custodendo e curando i poveri e i malati.

Ecco dove il cattolicesimo politico trova la sua esigenza sociale ecco dove non si può e non di deve ammettere che nel discorso politico scompaia del tutto la voce cristiana del mondo.

E’ un dovere sociale ma innanzi tutto di coscienza quello che deve muovere verso un partito di ispirazione cattolica e ciò proprio in periodi quale quello che stiamo vivendo.

Si obietterà: ma molti hanno usato, usano e useranno il riferimento al cristianesimo per esigenze personali in ambito politico. Di fronte a questa odiosa ipocrisia che fare?

Certamente non arrendersi e non dare maggior spazio a tali ipocriti.

Se vi sono dei falsi “adoratori”, gli altri, se possono, scappino pure, se l’alternativa è quella di essere trucidati nella culla come avvenne al tempo di Erode. Accadrà però che il pericolo si attenuerà: ci si potrà rifugiare in piccoli spazi ed in modeste località, per coltivare e far crescere le idee per tempi migliori … ma alla fine ci si dovrà mostrare e mostrare chiaramente e questo è il tempo.

Vi saranno sempre dei cattivi cristiani, ma non è a loro che ci si rivolge, ma a quelli che consci delle proprie debolezze e fragilità, anelano fiduciosi ad un futuro migliore se non per loro almeno per i loro figli e anche per i figli di chi non conoscono, specie se non cristiani.

Il Natale è ormai giunto e con esso il vivo ricordo del Dio che si fa bambino: verso la povertà del Cristo, si è subito rivolto l’amore umano e ha trovato la sua vera ragion d’essere.

Oggi si è chiamati a ricordare non già una data, ma un momento che mutato per sempre la storia del mondo occidentale.

A noi sta il compito di voler far parte di questo nuovo mondo e di partecipare almeno un poco alla sua realizzazione e, dunque, di andare avanti oppure di vivere prima che Cristo fosse.

Buon Natale!

Alfredo De Francesco