Greg Jaffe sul New York Times analizza il rapporto quasi patologico degli Stati Uniti con le guerre (CLICCA QUI): iniziarle può essere relativamente facile, mentre riconoscere che non possono essere vinte e decidere di uscirne diventa enormemente difficile.
Jaffe parte dall’Afghanistan, la guerra più lunga della storia americana, conclusasi cinque anni fa con il caotico ritiro da Kabul. La tesi è particolarmente interessante perché, con il senno di poi, molte delle paure che avevano impedito a tre presidenti americani di ritirarsi si sono rivelate infondate: dopo la partenza degli Stati Uniti, l’Afghanistan non è diventato quella base terroristica capace di trasformarsi in una nuova piattaforma per attentati contro l’America che molti temevano.
Eppure, gli Stati Uniti continuarono a combattere anche quando la possibilità di sconfiggere i talebani appariva sempre più remota. Dopo la morte di Osama bin Laden nel 2011, secondo l’articolo, ci sarebbe stata una concreta occasione per uscire dal conflitto: Al Qaeda era stata duramente colpita e il principale responsabile dell’11 settembre era morto, mentre i talebani si dimostravano impossibili da eliminare militarmente.
Perché, allora, non si ritirarono? Per una combinazione di fattori: la paura di perdere credibilità internazionale, il senso di responsabilità verso gli alleati afghani e soprattutto la difficoltà politica e militare di ammettere una sconfitta. Per i comandanti che avevano perso uomini e amici in combattimento, abbandonare la guerra sembrava quasi contraddire la stessa ragione d’essere della loro professione: l’esercito americano combatte per vincere.
Il problema, sostiene Jaffe, è che questa dinamica non appartiene soltanto all’Afghanistan. Dal secondo dopoguerra gli Stati Uniti si sono trovati ripetutamente davanti alla stessa domanda: quando e come si abbandona una guerra che non è esistenziale per gli Stati Uniti, ma che è diventata difficile da vincere? Un analista della RAND citato dal giornale osserva che molte delle guerre americane degli ultimi decenni sono state, in sostanza, forme di mantenimento dell’ordine globale e di difesa degli interessi e dei valori americani, non conflitti nei quali fosse in gioco la sopravvivenza degli Stati Uniti.
Ed è qui che l’analisi arriva all’Iran, stabilendo il vero parallelo. Anche in questo caso l’amministrazione Trump aveva promesso una guerra breve, precisa e decisiva, ben diversa dai “pantani” di Iraq e Afghanistan. Ma la realtà militare ha cominciato a raccontare un’altra storia. Gli attacchi aerei non sono stati sufficienti a ottenere gli obiettivi prefissati e il capo degli Stati maggiori ha riconosciuto che la potenza aerea ha dei limiti. La strategia si è quindi spostata verso il blocco navale e le sanzioni, con la prospettiva ormai non più di una vittoria rapida, ma di una campagna destinata a durare mesi o anche più a lungo.
La differenza fondamentale rispetto all’Afghanistan, osserva però Jaffe, è che per gli Stati Uniti la posta in gioco in Iran è molto più bassa e quindi anche il costo politico e militare dell’uscita sarebbe inferiore. Il problema è che la macchina politica e militare americana sembra avere enormi difficoltà a trasformare questa constatazione in una decisione.
Il finale contiene forse l’elemento più significativo. Nel quinto anniversario della fine della guerra afghana, il ministro della Guerra Hegseth ha celebrato alcuni militari americani feriti nell’attentato di Kabul, presentandoli come uomini di una forza “imbattuta”. La sconfitta dell’Afghanistan è stata così trasformata, attraverso la celebrazione dell’eroismo dei soldati, in una sorta di vittoria morale. Nessuno ha parlato della sconfitta americana.
Ed è probabilmente questa la vera lezione che il New York Times propone: il problema non è soltanto vincere una guerra. È avere la lucidità politica di riconoscere quando una guerra non può essere vinta e il coraggio di uscirne senza dover trasformare una sconfitta in una vittoria narrativa.
Questa chiave di lettura, tra l’altro, si presta molto bene a un collegamento con l’Ucraina, soprattutto per il tema affrontato: il rapporto tra obiettivi dichiarati, realtà militare, credibilità politica e difficoltà dei governi occidentali nel riconoscere che una guerra può arrivare a un punto nel quale la ricerca di una soluzione politica diventa più importante della ripetizione dell’obiettivo della “vittoria”.