Anche questa manovra economica ha il sapore di una occasione persa per coloro che auspicavano una valorizzazione della famiglia nelle attenzioni pubbliche.

L’idea che la famiglia sia “impresa e wellfare” del nostro paese sembra essere sempre un messaggio elettorale passeggero.

Chi ha esperienza di famiglia sa che la famiglia è allo stesso tempo impresa che produce (con lavoro e risparmio) ed organizzazione che investe in istruzione ed assistenzai suoi membri e con il volontariato genera un virtuosismo impegno pubblico. Non un euro gestito in famiglia viene sprecato.

Eppure è innegabile che il Potere percepisce le risorse destinate alla famiglia come una improduttiva spesa assistenziale. Questo, non dobbiamo stancarci di ripetere quanto sia un errore.

Senza avventurarci nella insensata ipotesi di adozione del coefficiente familiare nella fiscalità personale (insensata perché mai compiutamente declinata se non come sterile slogan) pensiamo a quanto, ad esempio, questi quattro ambiti possano valere in termini di coesione e stabilità sociale e di incremento di PIL:

1) Reďdito di maternità;
2) Pensione alle casalinghe;
3) detassazione integrale senza vincolo di capienza degli assistenti alle famiglie con disabili e soggetti non autosufficienti;
4) piano casa pubblico/privato.

Di questo non si trova traccia. Perché non si investe sulla maternità come riconoscimento sociale? Perché il lavoro casalingo rimane lavoro fantasma? Perché le famiglie con persone diversamente abili o con familiari in condizioni di non autosufficienza non possono contare sulla totale gratuità del personale necessario? Perché di un piano casa (l’ultimo si perde nella notte dei tempi, quello di Fanfani) non si trova traccia?

Perché la famiglia non è un interesse organizzato e nel momento della decisione di distribuire le risorse pubbliche semplicemente non esiste. Occorre un vero partito della famiglia. Forse più semplicemente occorre un partito del buon senso.

Luigi Milanesi