Non sappiamo che cosa innescherà la prossima crisi economica, ma un probabile candidato è la vendita estera di dollari USA combinata con un crollo delle finanze del governo degli Stati Uniti. Forse il coronavirus si rivelerà un “cigno nero”, ma esistono già le condizioni alla base di una crisi economica e monetaria.

Questo articolo esaminerà i risultati alternativi, visto che l’attuale situazione assomiglia al crollo del programma Mississippi di John Law. La chiave per capirlo è guardare il legame tra i prezzi degli asset e le valute fiat.
Introduzione
In vista di un evento finanziario è una questione di congetture anticiparne il corso. Nelle ultime settimane sono stati osservati diversi segni di una recessione globale, cosa che ci dice che una crisi sistemica arriverà a breve. Oltre a ciò, il coronavirus potrebbe rivelarsi una piaga delle proporzioni bibliche, almeno così recita l’opinione generale. In tal caso il danno economico sarebbe immenso. Un analista potrebbe dedurre che uno dei seguenti esiti è quindi
probabile:
1) Esito da manuale. Alcune banche finiscono nei guai e vengono salvate. I banchieri diventano cauti coi prestiti e cercano di ritirare le linee di credito da clienti più rischiosi. Ne consegue una moderata recessione, la disoccupazione aumenta, il tasso d’inflazione diminuisce e le banche centrali rispondono allentando la politica monetaria. Col tempo l’economia si stabilizza e inizia a riprendersi. Questa è l’aspettativa neo-keynesiana di economisti e pianificatori
monetari impiegati dalle banche centrali, degli stati e dei mercati finanziari.

2) Un crollo sistemico. In questa versione i problemi bancari sono solo l’inizio. Dopo il crollo e il salvataggio delle prime banche, i problemi bancari spuntano altrove e diviene evidente che l’economia globale è in gravi difficoltà. Nei tentativi delle autorità di mantenere il controllo della situazione, l’espansione dell’offerta di denaro raggiunge
proporzioni inimmaginabili, più grandi di quelle osservate a seguito della crisi della Lehman, sia per finanziare i deficit pubblici che le riserve bancarie. Dopo un lungo periodo di tempo l’economia globale si stabilizza, a caro prezzo però per la credibilità e il potere d’acquisto delle valute fiat. Un reset monetario potrebbe essere necessario nel tentativo di stabilizzare la situazione.

3) Un crollo totale. Un crollo sistemico porta inizialmente a tassi d’interesse più bassi (già in corso) e dopo una breve pausa ad un mercato ribassista delle obbligazioni, indebolendo i valori degli asset finanziari su cui si basa il castello di carte della moneta fiat. Entra quindi in gioco la natura scoperta di questo strumento, dove il crollo dei valori delle garanzie bancarie ne espone l’illiquidità e il fallimento delle imprese e degli individui è una triste conseguenza. Il reddito fiscale evapora, insieme a tutta la credibilità residua del denaro fiat che alla fine diventa cartastraccia.

Nel tentativo di divinare il risultato più probabile dobbiamo valutare l’importanza delle varie parti in gioco e il loro probabile sequenziamento.

Considerazioni cicliche
È un errore considerare la fine dell’attuale ciclo del credito separatamente dai cicli precedenti. In passato era valido considerare l’espansione del credito bancario e la sua successiva contrazione come un fenomeno puramente ciclico, dove l’eccessiva espansione veniva spazzata via dalla successiva contrazione. Ma sin dal mandato del presidente Hoover, i successivi governi americani e la banca centrale hanno tentato di contenere gli effetti della contrazione del
credito bancario. Di conseguenza i bust sono stati sempre più istituzionalizzati.

L’accumulo degli effetti dei bust ha richiesto ulteriori mali per arginarli: i governi hanno messo le mani sempre di più sui mercati; la regolamentazione ha fortemente limitato la concorrenza in tutti i settori; i consumatori sono stati incoraggiati a spendere i propri risparmi e ad indebitarsi per aumentare i consumi immediati; le barriere commerciali ed il protezionismo, giustamente considerati come un contributo alla depressione degli anni ’30, sono stati intensificati. Anche i deficit di bilancio, associati a deficit commerciali nelle economie senza risparmi, sono aumentati, in particolare per l’America. Il governo americano è finito in una trappola del debito, alleviata solo dalla soppressione forzata dei costi di prestito da parte della FED. Sempre più spesso i finanziamenti pubblici sono
apertamente inflazionistici.

Le prove e le conseguenze del finanziamento inflazionistico sono state nascoste al pubblico perché le statistiche, in particolare le stime sull’inflazione dei prezzi, sono state soppresse. Ciò ha permesso agli stati di finanziarsi espandendo le quantità di denaro senza conseguenze apparenti per il livello generale dei prezzi, e allo stesso
tempo dare l’illusione che il PIL reale fosse positivo se adeguatamente aggiustato all’inflazione dei prezzi.

Con i cicli successivi a cui non è stato permesso di cancellare il debito improduttivo, il dollaro è passato da $20,77 l’oncia dai tempi del presidente Hoover a quasi $1600 di oggi. Rispetto all’oro, questa è una perdita di potere d’acquisto per il dollaro USA di quasi il 99%. Con l’aumento delle quantità di debito improduttivo nell’economia
globale è chiaramente ingenuo pensare che sia un processo che continuerà indefinitamente, quando le probabilità che favoriscono una grande crisi stanno aumentando nel tempo.

Gli studenti diligenti della storia avranno ormai capito che i sistemi economici e monetari sotto il controllo degli stati alla fine falliscono sempre. Non c’è motivo per cui questa volta debba essere diverso; la domanda non è se, ma quando.

Svalutazione monetaria
Al centro di questo controllo illusorio dell’economia c’è il denaro. Nel corso dei vari cicli del credito la fase di espansione è sempre stata seguita da una di contrazione del credito bancario. Questo accadeva prima della crisi della Lehman. All’epoca il salvataggio del sistema bancario ha comportato un’espansione senza precedenti dell’offerta di
moneta. L’anno scorso il tentativo della FED di ridurre il proprio bilancio è stato rapidamente abbandonato quando è diventato chiaro  che tutta la liquidità post-Lehman era praticamente svanita.

La storia recente della quantità di denaro fiat è illustrata nella Figura 1, una misura che include anche le riserve bancarie non in circolazione.


Il percorso della FMQ è cresciuto ad un tasso medio del 5,9% prima della crisi, mentre il tasso medio di crescita successivo è stato del 9,6%. Nonostante i $5.600 miliardi in più nel sistema derivanti da questa divergenza, ci sono segni di grave stress visto che la FED deve iniettare decine di miliardi di dollari al giorno nel sistema bancario
attraverso operazioni di pronti contro termine. Ciò si riflette nella forte ripresa della FMQ degli ultimi mesi, visibile nel grafico. Va notato che prima della Lehman la FMQ rappresentava circa un terzo del PIL; oggi è di due terzi. Vi è quindi una notevole quantità di denaro nell’economia americana rispetto ai requisiti normali, un fattore che potrebbe essere cruciale per il futuro del dollaro.

Ciononostante viene richiesto un ulteriore aumento nell’accelerazione della creazione di moneta, con una crescita della FMQ che probabilmente aumenterà ben al di sopra del 10% annuo.Negli ultimi anni è stato il governo degli Stati Uniti e gli speculatori finanziari che hanno richiesto denaro, non il settore privato produttivo. Il deficit
pubblico dovrebbe ora salire ufficialmente oltre i mille miliardi di dollari, mentre secondo i dati TIC del Tesoro USA gli stranieri sembrano perdere l’appetito per l’acquisto di titoli del Tesoro USA. Il drenaggio della liquidità imposto dalle richieste di finanziamento del governo ora si combina con le richieste di liquidità da parte degli hedge fund.

Hanno fornito un sostegno artificiale al dollaro aumentando le posizioni di arbitraggio sui tassi d’interesse, per cui
shortano euro e yen con i loro tassi negativi, e vanno long sul dollaro e sui buoni del Tesoro a breve termine per raccogliere i differenziali di rendimento. Sta quindi diventando chiaro che senza ulteriori espansioni monetarie
i tassi d’interesse ed i rendimenti dei titoli di stato saliranno, con conseguenze devastanti per le finanze del governo degli Stati Uniti. Gli hedge fund sarebbero costretti dalle banche a sciogliere le loro posizioni, vendendo dollari e acquistando euro e yen, per mancanza di riserve di bilancio disponibili.

Limitata dalle regole di Basilea III, la carenza di liquidità in dollari farebbe salire i tassi d’interesse overnight in un momento in cui il Federal Reserve Board vorrebbe reflazionare l’economia. Di conseguenza una crescita annua inferiore al 10% dell’offerta monetaria più ampia non è più sostenibile, senza innescare una crisi nel finanziamento pubblico e finanziaria. Siamo ora al limite di un’accelerazione dell’inflazione monetaria, che nel tempo porterà ad
un significativo calo del potere d’acquisto del dollaro, misurato non rispetto ad altre valute fiat che affrontano difficoltà simili, ma rispetto alle materie prime e, in definitiva, a beni di consumo e servizi.

Valori degli asset finanziari
Il modo in cui si sviluppa una crisi finanziaria dipende dalla progressione dei valori degli asset. Sin dalla presidenza Greenspan negli anni ’80, si è ipotizzato che la FED avrebbe sempre salvato i mercati azionari abbassando sufficientemente i tassi d’interesse. A partire dal contenimento del crash del 1987, sono stati implementati un numero crescente di modi, tra cui manipolazione dei tassi d’interesse, operazioni di mercato aperto e quantitative easing. Anche modificare il livello delle riserve obbligatorie per le banche commerciali è stato un importante strumento monetario, ma non è più un’opzione a causa della forzatura delle normative di Basilea III  per le banche di rilevanza sistemica. Questo è il motivo per cui la FED alcuni anni fa ha rimosso la distinzione tra riserve obbligatorie e riserve in eccesso.

Il principale metodo di controllo dei prezzi monetari e degli asset rimane l’abbassamento dei tassi d’interesse e, attraverso di essi, i rendimenti obbligazionari, aumentando così l’appeal delle azioni. Con il Fed Funds Rate al due percento e il mercato che sta già iniziando a scontare ulteriori ribassi, è improbabile che la ZIRP sia sufficiente a sostenere i valori degli asset durante la prossima crisi finanziaria. Per questo motivo molti commentatori ritengono che i tassi negativi per il dollaro siano sempre più probabili.

Ciò non aiuterebbe necessariamente a stabilizzare l’economia americana, come attestano le prove della BCE dell’Eurozona. Inoltre ponendo tutte le commodity in backwardation permanente, non solo il potere d’acquisto del dollaro verrebbe indebolito gravemente, ma anche quello delle valute fiat ancorate ad esso. È un dato di fatto che
anche il Fed Fund Rate sconti completamente una preferenza temporale per le merci, il che significa che i tassi d’interesse sono già a zero in termini reali, o addirittura negativi. L’unico pezzo del puzzle  monetario mancante è una comprensione da parte degli investitori compiacenti di quanto i mercati siano vicini ad un precipizio.

Comprendere come e perché i mercati siano sull’orlo di una significativa erosione del potere d’acquisto del dollaro è cruciale, perché definisce il limite di quanto in basso possano essere spinti i tassi d’interesse senza innescare una crisi monetaria. Sappiamo già che gli attuali livelli di soppressione dei tassi d’interesse richiedono che l’effetto sui prezzi venga soppresso con il metodo statistico. Basta solo una spintarella in più tra dollari e commodity, e il risultato diventerà quasi certamente catastrofico per il dollaro e tutte le altre valute fiat.

Se il dollaro subisce questo destino, allora un calo iniziale dei tassi d’interesse sarà seguito da un significativo aumento, imposto dai mercati globali che rifiutano di finanziare il deficit USA e scelgono invece di liquidare le loro posizioni in dollari.

Vi sono due forze opposte che gli investitori devono prendere in considerazione: esiste ancora una speranza che l’attuale deterioramento economico possa essere contenuto e un costante abbassamento dei tassi d’interesse contribuirà a preservare i valori degli asset; la politica della FED non riuscirà a migliorare le prospettive economiche, portando all’aumento dei rendimenti dei titoli del Tesoro USA man mano che i mercati capiranno che i deficit di
bilancio sono fuori controllo. Aspettiamoci, quindi, un acquisto diretto e indiretto di azioni da parte delle banche centrali e dei fondi sovrani, cosa che andrà a vincolare ancora di più gli asset finanziari alle valute fiat.

Come finisce la storia
Dovrebbe essere ormai chiaro che non solo c’è una crisi finanziaria e sistemica dietro le quinte, ma non può essere risolta dalle banche centrali usando gli strumenti a loro disposizione. Possiamo facilmente dedurre che ci sarà la solita fine del ciclo del credito, problemi sistemici e finanziari, che potrebbero comportare il salvataggio di una
o più grandi banche. Inoltre la svalutazione monetaria da parte delle banche centrali sarà significativamente maggiore di quella successiva alla crisi della Lehman, non solo perché l’entità del problema bancario coinvolge numeri molto più grandi, ma anche a causa della posizione  impossibile in cui si trova il governo degli Stati Uniti rispetto alle sue stesse finanze.

Stando così le cose, possiamo escludere la prima delle tre opzioni esposte nell’introduzione a questo articolo (l’esito da manuale). Ci rimane una crisi sistemica o un crollo totale.

Non vi è dubbio che una crisi sistemica comporterà un calo del potere d’acquisto delle valute fiat, cosa che sarà impossibile da nascondere con il metodo statistico. In questo frangente un leader politico che comprende la situazione e come risolverla avrà l’opportunità di farlo, perché l’alternativa a non farlo sarà molto peggio per la popolazione. Tale approccio richiederà l’abbandono della socializzazione della moneta e dei mercati, la riduzione all’osso del welfare state e il ritorno ad una moneta sana ed onesta. Sebbene le cose possano cambiare, non sembra esserci la possibilità che un tale leader esista e che sia in grado di smuovere i suoi colleghi.

Questo ci lascia con l’ultimo risultato possibile, un crollo totale del paradigma neo-keynesiano e del suo strumento principale: il denaro fiat. Dopo un iniziale abbassamento dei tassi d’interesse e un calo dei rendimenti dei titoli di stato, che è già in atto, diventa chiaro che l’economia è in condizioni molto peggiori di quanto si pensasse in
precedenza; il settore produttivo e coloro che vi sono impiegati sono stati impoveriti dall’inflazione monetaria.

La ripresa economica diventa un pio desiderio e le finanze statali si deteriorano rapidamente. Con i risparmiatori spariti ed i consumatori allo stremo, l’unico mezzo per finanziare i deficit di bilancio è con mezzi inflazionistici. La valuta inizia a declinare in due modi: gli stranieri la vendono e si rifiutano di contribuire a finanziare il deficit
di bilancio, oppure i depositanti nazionali decidono di smobilitare i loro conti bancari e acquistare invece beni. In quest’ultimo caso il danno è rappresentato dal dumping della valuta fiat, i cui effetti superano l’apparente aumento della domanda derivante dalla fuga di denaro.

Se gli Stati sono fortunati, la gente continua ad usare il denaro fiat come moneta, nonostante il suo potere d’acquisto continui a diminuire. I tentativi di stabilizzare la valuta, introducendo controlli sui prezzi, non fanno che peggiorare le cose. Queste sono le condizioni che hanno appestato alcuni Paesi dell’America Latina con alti tassi di inflazione per periodi prolungati. In alternativa il denaro fiat finisce in un abisso.

Non presenteremo un confronto con il Venezuela o lo Zimbabwe, dove la corruzione è stata un fattore importante. L’esperienza tedesca dopo la I Guerra Mondiale è un modello migliore, quando il finanziamento inflazionistico della
spesa pubblica iniziò prima della guerra e portò al crollo finale della valuta nel novembre 1923. Ciò suggerisce che ci vorranno diversi anni affinché un crollo finale possa riflettersi nella distruzione di una valuta fiat. Ma ci sono differenze tra le iperinflazioni europee di quasi cento anni fa e la situazione di oggi.

In America e Gran Bretagna, nonché in alcuni Paesi dell’Eurozona, la maggior parte dei depositi bancari non è dovuta a privati, in quanto prevale il credito al consumo. Con l’ottanta per cento dei dipendenti in questi Paesi che vivono di busta paga in busta paga e il prestito mediante carte di credito è la norma, vi è una maggiore ponderazione
dei depositi istituzionali nel sistema bancario di oggi rispetto al passato. Nel caso del dollaro USA, i conti correnti e di risparmio ($12.150 miliardi) includono circa $4.000 miliardi di depositi di proprietà estera. Gli emittenti di carte di credito e altre società finanziarie accumulano flussi di cassa significativi e quindi depositi.

Anche gli speculatori finanziari, come gli hedge fund, mantengono saldi significativi come garanzie repo. In breve, le classificazioni dei detentori di depositi sono molto diverse da quelle di un tempo, quindi è probabile che il loro atteggiamento collettivo nei confronti del denaro sia molto diverso. Non li spendono in beni e non danno giudizi di valore. È più probabile che siano spaventati da sviluppi puramente finanziari. Ciò ci porta a prendere in considerazione un’altra possibilità: scoppio della bolla come quella ai tempi di John Law e il crollo della valuta.

Il modello di finanziamento di Law John Law fu un proto-keynesiano che nel 1716 ottenne l’autorizzazione dal Duca d’Orléans, in qualità di reggente di Luigi XV, di istituire la Banque Genérale nella Place de Vendome di Parigi,
capitalizzata con debito pubblico e base per l’emissione di banconote. Accettava depositi di metalli, principalmente monete d’oro e d’argento. Nel settembre del 1716 la banca ebbe un tale successo che stava facendo fallire gli altri banchieri. Il rapporto tra Reggente e Law si basava sul piano di quest’ultimo di ripristinare le finanze reali che erano in considerevoli difficoltà. In parole povere, il suo piano era di trarre profitto dall’inflazione delle sue banconote per pagare i debiti reali. Inoltre introducendo il sistema bancario moderno in una Francia finanziariamente arretrata, il
miglioramento dell’economia derivante da una circolazione monetaria più efficace contribuì anche a ripristinare le finanze reali attraverso entrate fiscali più elevate.

L’uso delle banconote di Law per pagare le tasse assicurava la loro circolazione ed i metalli continuavano ad essere depositati presso la Banque Royale in cambio di esse. In conformità con i piani di Law, il bilancio della Banque Genérale si stava rapidamente gonfiando e stava cominciando a dominare negli affari finanziari a Parigi. Law
accettava il debito statale ad un tasso del 4% e lo copriva con le sue banconote che rendevano un 4% apparentemente più certo e un bonus derivante dal commercio di pellicce nelle colonie francesi in America.

L’uso del debito pubblico come fondamento dei suoi affari assomigliaa come funzionano oggi le banche centrali, le quali emettono denaro attraverso il quantitative easing in cambio di debito pubblico. Nel dicembre del 1718 la Banque Generale divenne Banque Royale, trasformandosi da banca privata in banca statale. Law ora aveva il
monopolio dei soldi in Francia. Inoltre aveva acquisito tutti i diritti per commerciare con le colonie francesi in America, che divenne l’impresa Mississippi. La capitalizzò utilizzando sottoscrizione coperte parzialmente che, dando profitti rapidi e sostanziali ai primi sottoscrittori, garantirono un buon inizio alle azioni Mississippi; inoltre Law utilizzò le emissioni di banconote della Banque Royale per aumentare ulteriormente i prezzi delle azioni. E così nacque una bolla, ma alla fine del 1719 Law trovava sempre più difficile sostenerla. Un miliardo di livree erano stati creati e spesi per aumentare le quote nella Mississippi. In seguito alla sua nomina a controllore generale nel 1720, decretò che le sue banconote fossero l’unica valuta consentita ad eccezione delle piccole transazioni e che tutte le vecchie monete dovevano essere sequestrate. Chiaramente stava tappando buchi in una nave sempre più alla deriva.

Il 22 febbraio 1720 la Mississippi Company e la Banque Royale si unirono. Il re vendette 100.000 azioni a 9000 livree e successivamente le azioni iniziarono ad affondare. A novembre di quell’anno erano scese a 3.200 livree e per molte di loro c’era difficoltà a rimborsarle. Negli ultimi tre mesi del 1720 non vi era alcun prezzo in sterline per le
livree francesi, perché anche le banconote di Law erano scoppiate insieme alla bolla Mississippi.

Somiglianze odierne con la bolla Mississippi
Ci sono importanti somiglianze che si stanno sviluppando tra gli eventi in Francia di trecento anni fa e quelli di oggi:
• Law implementò uno schema inflazionistico simile a quello proposto da Keynes. Entrambi ottennero un impatto economico inizialmente favorevole, seguito da un fallimento nel mantenere le promesse precedenti. Avendo progredito attraverso una serie di cicli del credito, il piano di Keynes deve ancora crollare completamente.
• Law usò il debito pubblico come base per il suo piano, così come fanno oggi le banche centrali. La differenza è che il pubblico sapeva che Luigi XV era in bancarotta. Oggi i mercati devono ancora rendersi conto di questo fatto.
• Supportato dallo stato, Law usò i poteri che gli vennero concessi per manipolare i valori degli asset e sostenere il suo piano, un obiettivo ora apertamente perseguito dalle banche centrali moderne e dai loro fondi sovrani alleati.
• Con la Banque Royale Law mise in piedi un prototipo di banca centrale il cui duplice obiettivo era finanziare i prestiti dello stato ed emettere valuta. Il supporto che le banche centrali offrono al sistema bancario commerciale odierno è in definitiva orchestrato per raggiungere lo stesso scopo.
• Law vietò la circolazione dei metalli preziosi come denaro e di qualsiasi altra alternativa alle proprie banconote. Le banche centrali di oggi esercitano esattamente gli stessi monopoli nelle rispettive giurisdizioni.
• Law fu il primo ad utilizzare derivati sotto forma di azioni e opzioni per promuovere e sostenere i valori patrimoniali. Il sistema finanziario globale oggi utilizza allo stesso modo i derivati per supportare e incoraggiare la speculazione rialzista tra gli asset finanziari.
• Collegando l’aumento dei valori degli asset finanziari al potere d’acquisto delle sue livree, Law fece in modo che il crollo dei valori degli asset finanziari indebolisse anche la fiducia nella valuta, causandone il collasso totale in sei mesi. Oggi sia le banche centrali che i fondi sovrani sono investitori attivi in obbligazioni e azioni, con l’effetto di creare un legame simile tra titoli di stato, azioni e valute fiat.

Dati i tempi diversi ed i metodi diversi, ci sono differenze tra lo schema di Law e il modo in cui si è evoluto quello di Keynes. Tuttavia sono le somiglianze che dovrebbero far suonare campanelli d’allarme. I critici del finanziamento inflazionistico generalmente ipotizzano che la fine di una valuta fiat sia contrassegnata dalla popolazione che alla
fine non la usa più. Le somiglianze tra gli schemi di Keynes e Law suggeriscono un risultato diverso.

Legando i valori degli asset finanziari alle valute, se uno fallisce anche l’altro seguirà lo stesso destino. Una perdita di fiducia nell’uno indebolirà immediatamente l’altro. Prima c’è un fallimento nel sostenere i prezzi di obbligazioni ed azioni, seguito poi da un loro crollo, accompagnato successivamente dall’erosione di tutta la fiducia nella valuta.

Con questo quadro in mente possiamo disegnare un futuro sia per i mercati finanziari sia per il dollaro. La FED, in un ruolo simile alla Banque Royale, continua con i suoi tentativi di manipolare i prezzi dei titoli del Tesoro USA e quindi i mercati azionari, come è accaduto in modo più netto da quando Greenspan è diventato presidente.

Nel febbraio del 1720 il re vendette 100.000 azioni per 9.000 livree ciascuna, evento che segnò il picco della bolla di Law. La domanda è chi o cosa suonerà il campanello questa volta. Al di fuori del sistema bancario statunitense, chi comprerà quantità sempre più grandi di titoli del Tesoro USA? Questo perché gli stranieri stanno bloccando il loro appetito ed i risparmiatori interni sono pressoché inesistenti. Dobbiamo tenere presente che la proprietà delle
valute estere è giustificata dai volumi degli scambi e le prove del calo del commercio internazionale indicano fermamente che il dollaro è venduto. Di conseguenza le banche che agiscono come agenti per la FED saranno le sole acquirenti, essendo pagate dalla FED attraverso l’accredito di riserve.

All’ultimo conteggio gli stranieri ed i loro governi possedevano $19.400 miliardi in titoli statunitensi e avevano circa $4.000 miliardi di depositi bancari. La bolla scoppierà sicuramente quando il dollaro inizierà a scendere rispetto ad altre valute, creando perdite raddoppiate per gli investitori stranieri e una crisi di finanziamento per il debito pubblico degli Stati Uniti. Con i rendimenti dei titoli del Tesoro statunitensi in rialzo, il dollaro vedrà accelerare il suo declino a causa delle crescenti perdite nei portafogli degli investitori stranieri.

Questa, forse, è la somiglianza più marcata con la fine dello schema di Law: una combinazione di circostanze basata su un legame tra asset finanziari e valuta fiat. Come con il crollo dello schema di Law, possiamo aspettarci una impennata del prezzo dei metalli preziosi (oro e argento) e delle criptovalute (principalmente Bitcoin).

Alasdair Macleod