Continuiamo a credere nella necessità di varare una nuova legge elettorale. Politica Insieme con Costruire Insieme e Rete Bianca lo hanno ribadito recentemente ( CLICCA QUI  ).

I 5 Stelle e il Pd potrebbero far diventare questo uno dei punti fondanti di quella intesa in grado di archiviare l’esperienza del fallito governo tra i seguaci di Grillo la Lega.

Anche se Matteo Salvini non ha ancora gettato completamente la spugna e continua la pressione di taluni settori per ricucire quanto si è lacerato tra gli ex alleati. Un’ipotesi non completamente esclusa in via teorica neppure dal ministro degli esteri uscente, Enzo Moavero Milanesi.

Quanto tutte le voci fatte circolare dagli ambienti vicini a Salvini facciano parte dell’ennesima “ fake news”, per seminare dubbi nel Pd, lo sapremo dopo aver conosciuta la posizione ufficiale dei pentastellati rappresentata al Presidente Mattarella.

L’attuale crisi politica in ogni caso, qualunque sia il suo esito, conferma la necessità di cambiare il nostro sistema di voto.

Non per andare verso l’elezione diretta  del Capo del governo vagheggiata da Salvini. Ipotesi  che costituisce un motivo in più per sperare nella formazione di un esecutivo  diverso.

Nell’attuale situazione quel che conta è una netta inversione di rotta. In grado di mettere in sicurezza l’Italia, con un suo riallineamento alla politica europea e occidentale.

Dopo aver tanto atteso la crisi di governo, Nicola Zingaretti si ritrova con la responsabilità di scegliere tra le elezioni anticipate, e consegnare così l’Italia a  Salvini, o impegnarsi in un’altra direzione, per quanto faticosa o difficile possa essere il farlo.

Il Pd per il momento non parla di riforma elettorale. Esprime solo un generico riferimento ad un “ pieno riconoscimento della democrazia rappresentativa incarnata dai valori e dalle regole scolpite nella Carta Costituzionale a partire dalla centralità del Parlamento”.

Non sono ancora maturi i tempi per delineare compiutamente un programma di governo e le specifiche aspettative delle singole forze destinate a dare vita a una eventuale nuova maggioranza. Si tratta pur sempre di due questioni distinte. Non è detto, viste le diversità tra 5 Stelle e Pd, e lo stato di emergenza attuale, che le loro rispettive posizioni debbano sempre compiutamente coincidere su tutto. Di questa ovvietà  se ne può tenere conto in quell’ambito parlamentare cui deve essere riconosciuto un respiro proprio rispetto all’azione dell’esecutivo. Del resto,  è stata nuovamente ribadita la centralità del Parlamento. Come accadde quando si dette vita ad un nuovo corso alla Prima repubblica, oltre 40 anni fa.

L’importante è creare un clima nuovo. Nel Paese, nel Senato e nella Camera, e individuare il possibile nucleo essenziale attorno cui costruire una nuova  presenza a Palazzo Chigi e nelle sedi ministeriali.

Noi crediamo che si debba andare verso una marcata scelta per il proporzionale.

La Storia ci dice che i cambiamenti dei sistemi elettorali si determinano quando le condizioni economiche, istituzionali e civili di un paese, più  ancora di quelle politiche, richiedono una risposta persino traumatica per superare una situazione incancrenita e senza sbocco.

L’Italia ha bisogno, e adesso, di cambiamenti radicali. A partire dall’intero sistema politico parlamentare e dalla guida dell’apparato dello Stato e della politica economica.

La stagnazione, il degrado istituzionale, la pesantezza del sistema burocratico e giudiziario, la mancanza di respiro etico, sociale e civile, l’imbarbarimento delle relazioni pubbliche e private, hanno raggiunto livelli tali che senza significative trasformazioni non siamo più in grado di assicurare un degno futuro ai nostri figli e ai nostri nipoti.

Nel nostro contesto, una “ mutazione genetica” può essere realizzata a partire dal sistema elettorale. Per questo,  come già ricordato, abbiamo sostenuto con Costruire Insieme e Rete Bianca l’introduzione di  “ una nuova legge elettorale più partecipativa e più democratica”.

Solo così, infatti, saremmo in grado di liberare molte delle energie vitali presenti nel Paese. Quelle finora represse e distorte da tecniche elettorali abborracciate. Servite solamente a consentire  politiche verticistiche, persino etero dirette, non popolari e non solidali; a ingabbiare il Parlamento in discussioni rivelatrici solo di mancanze di idee e senza, peraltro, portare molti risultati pratici a favore dei cittadini.

Oggi ne stiamo raccogliendo i frutti. Constatiamo che il tanto decantato maggioritario non ha affatto assicurato la governabilità. Ha consentito  che un ceto politico, abbastanza impreparato e squalificato, s’impadronisse dell’Italia e dei suoi gangli vitali.

Ha trovato così libero corso una gestione burocratica dell’intero Paese, dal sapore antico dei vecchi stati piramidali e verticistici. Sempre più farraginosa e costosa è diventata la  presenza dello Stato e delle regioni ed è scomparsa molta di quella ” prossimità” verso i cittadini, propria delle amministrazioni locali. Del tutto ignorata la necessità di avviare uno sviluppo sostenibile in sintonia con le tendenze caratteristiche del mondo più evoluto. Quello che si rende conto della possibilità e l’opportunità di conciliare l’innovazione tecnologica, la produzione e le politiche per l’occupazione con il rispetto dell’ambiente e, anche, contrastare vecchie e nuove povertà.

E’ chiaro che una nuova presenza organizzata del mondo cattolico democratico e popolare trarrebbe giovamento dal sistema proporzionale.

Potrebbe riscattarsi da una diaspora deleteria,  favorita dall’accettazione dalla lunga stagione del bipolarismo. Potrebbe consentire di dispiegare tutte intere quelle capacità di dialogo, mediazione, comprensione delle ragioni dell’altro, attenzione ai ceti intermedi e alle rappresentanze sociali, produttive ed economiche che hanno segnato il passaggio dell’Italia dal sottosviluppo alla modernità e consentito di realizzare una più forte coesione civica e civile.

Noi, però, non vogliamo una nuova legge elettorale per un nostro tornaconto.

Ammesso, poi, che l’attuale situazione consenta effettivamente di dare vita ad un nuovo soggetto politico che faccia dell’ ispirazione cristiana il punto di riferimento e di partenza di una presenza più ampia, libera e autonoma,  in grado di offrire una proposta orientata ad una crescita economica solidale, di ricomposizione sociale e di ricostruzione di un sentire pubblico non dimentico di tensioni etiche e ideali. Senza una vera convergenza e senza facce nuove, oltre che senza  delineare una piattaforma politico programmatica valida, potremmo fare poca strada, in ogni caso.

In realtà, noi guardiamo solamente agli interessi più generali del Paese. Sappiamo che il recupero al processo democratico di una larga parte dell’elettorato dell’astensione, il coinvolgimento del ceto medio e delle rappresentanze della parte viva e produttiva del paese, a cominciare dalle Pmi, dalle partite Iva, dai pensionati ancora capaci e volenterosi di spendersi per il prossimo, possono rappresentare un punto di svolta.

Guardiamo anche a tutte quelle posizioni culturali, di pensiero e politiche, quelle di riferimento del mondo liberale, repubblicano e socialista, che da 25 anni vivono la stessa nostra irrilevanza. Eppure, noi sappiamo che anch’esse hanno ancora un peso significativo nella coscienza politica del Paese. Hanno pure loro pieno e libero diritto di parola. Senza essere costrette ad una sudditanza imposta da leggi elettorali che puntano all’omologazione e alla semplificazione forzata del quadro politico, riducendo quella ricchezza e quelle risorse del Paese rappresentate dalla molteplicità di posizioni, sensibilità e prospettive.

Tutto questo considerevole e variegato mondo, come il nostro, deve potersi riconoscere in una realtà politica che altrimenti resta inane, screditata, disinformata e animata solo da uno spirito di contrapposizione preconcetta, mentre incalzano problemi che sono di tutti e a tutti richiedono ben altro tipo di contributo e di partecipazione.

Una nuova fase di recessione è alle porte, come ci dicono molti indicatori e come ricordano le forze sociali attente alle dinamiche della produzione, dello scambio commerciale e dell’occupazione.

Solo una rinnovata riscoperta delle ragioni condivise che tengono insieme una comunità nazionale, e di tutte le sue espressioni, libere e non compresse, può far ritrovare molti italiani attorno a politiche di sviluppo e di inclusione, oltre che a operare per superare le tante disuguaglianze che ci affliggono.

Giancarlo Infante