Ci vorrebbe un rabdomante che percepisca dove scorrono le falde che s’ingrottano nel sottosuolo e  si celano alla vista, per capire cosa bolle in pancia –  e dove finirà per approdare – la sedicesima crisi di governo che il Paese affronta dal 1994, secondo l’ invidiabile media, alla faccia del maggioritario, di un governo ogni anno e mezzo.

Al contrario, basta un badilante della politica per inquadrare la caduta di Conte ed, anzi, questa legislatura intera, in una prospettiva temporale più vasta, la sola che consenta di comprenderne la cifra. Il collasso del secondo governo Conte, infatti, è anche figlio di una legislatura che fin dal suo avvio si tinge della luce crepuscolare di un tramonto.

L’ elettorato – e l’elettorato, beninteso, non ha mai torto; se mai, hanno torto coloro che non hanno saputo comprenderne per tempo  il sentimento – ha assegnato un’ ampia maggioranza relativa ad una forza che non ha consapevolezza di sé. Molti elettori hanno premiato i “5 Stelle” sul presupposto, schiettamente populista,  che volessero aprire il Parlamento come  una scatoletta di tonno. Poi, come noto,  le cose sono andate diversamente.

Molti hanno denunciato il passaggio dal primo al secondo Conte come un caso di trasformismo. In effetti, è  necessario , piuttosto, ricorrere ad una diversa ed inedita categoria interpretativa che alluda alla “aleatorietà” di ambedue i governi presieduti dall’ “avvocato del popolo”, fondati entrambi su presupposti insufficienti a darne ragione, si direbbe, addirittura, sorprendenti perfino per coloro stessi che li hanno promossi ed incarnati.

Nati, si potrebbe dire, per partenogenesi, senza, cioè, che l’uno dei contraenti abbia davvero conosciuto l’altro. Ad ogni modo, il ”Papeete” di Matteo Renzi, la mossa con cui ha causato la crisi di governo appare ancora più improvvida, anzi francamente cervellotica di quanto non apparisse la scorsa settimana. Era chiaro come non avesse alcun profilo strategico.

Si poteva immaginare che, volando raso-terra, si potesse intercettarne un motivo tattico, magari pure per conto terzi, cioè entro un disegno più prospettico e complesso, non così solitario. Al contrario, sembra, invece – almeno fin qui, “poi domani  è un altro giorno, si vedrà”, come cantava Ornella Vanoni –  che  Renzi si sia dribblato da solo; in definitiva, prigioniero e vittima di sé stesso.

Senonché, a questo punto è necessario voltare pagina ed, anziché, alambiccare sui dati di schieramento, sui “responsabili” o quant’altro si muova sulla scacchiera del potere prossimo e venturo, è tempo di guardare sul serio alle attese del Paese.

Purché ci sappiano fare, non mancheranno certo i banchi di prova, sempre che nasca, per le forze che daranno vita al terzo governo della diciottesima legislatura repubblicana. Ma c’è un dato di carattere generale che trascende la particolarità pur rilevantissima degli impegni programmatici e dei contenuti dell’azione di questo eventuale governo.

Ogni soggetto collettivo, non diversamente da ogni  persona singola, ha tante più possibilità di successo, quanto più ha viva coscienza di sé, il che gli consente di calibrare in maniera appropriata potenzialità e limiti della sua iniziativa. 

Insomma, il governo che ci auguriamo possa nascere, evitando di cadere nella conclusione anticipata del quinquennio parlamentare, dev’essere, innanzitutto, consapevole di quale sia il punto spazio-temporale della parabola civile e democratica del nostro Paese, in cui  va a collocarsi.

Deve tener presente di rappresentare – a meno che voglia fare a pugni con la fisiologica evoluzione e lo spegnimento di una fase storica – l’atto conclusivo della cosiddetta “seconda repubblica” e di dover, quindi,  accompagnare il Paese, passando attraverso l’elezione del nuovo Capo dello Stato, alla conclusione naturale della legislatura , dotandolo, altresì, degli strumenti necessari ad inaugurare una stagione  nuova e di reale trasformazione della nostra  vita collettiva, a cominciare dalla fisionomia del sistema politico.

Deve trattarsi di un governo retta da una maggioranza non occasionale e posticcia, bensì organica e realmente “politica”. Che sia, dunque, in grado di eleggere il nuovo inquilino del Colle senza patire condizionamenti da parte della destra e della sua connotazione antieuropea e sovranista.

Nonché capace di concedere finalmente agli Italiani, attraverso una nuova legge elettorale proporzionale, di tornare a decidere in proprio – secondo la personale e libera responsabilità di ciascun cittadino-elettore, in buona misura obnubilata dalla camicia di forza bipolare –  quale debba essere l’orizzonte del nostro comune destino.

Domenico Galbiati