La pandemia sta segnando la nostra vita come una guerra (ce lo testimoniano gli anziani ancora viventi che la guerra l’hanno vissuta), ma nello stesso tempo può essere motivo di riflessione per chi riesce a superare il panico da Covid e a usare ancora le sue capacità raziocinanti.

Sembrerà una banalità, ma la pandemia ci fa riflettere sull’importanza dell’economia domestica. Prima della riforma delle medie a scuola si insegnava l’economia domestica solo alle ragazze; poi, probabilmente perché tale insegnamento appariva discriminatorio nei confronti delle femmine, fu eliminato. Le bravi insegnanti di economia domestica davano le nozioni – base sulle proprietà degli alimenti, sull’igiene della persona e della casa, sulla puericultura; grazie a ciò la mia generazione ha appreso come portare in tavola un pasto equilibrato (in cui siano presenti carboidrati, proteine, vitamine, sali minerali e grassi) e sa, per esempio, che un piatto di pasta e fagioli può sostituire la fetta di carne quanto a proprietà nutrizionali. Se pertanto lo studio dell’economia domestica solo femminile discriminava, discriminava i maschi perché avrebbero dovuto apprenderla anche loro per imparare a nutrirsi meglio e a nutrire meglio i loro figli, mentre ha favorito le donne della mia generazione che hanno frequentato le medie prima della riforma della scuola dell’obbligo e che oggi, con la pandemia, non potendo con l’abituale frequenza andare al supermercato per il rischio di contagio, riescono a preparare un pasto equilibrato con quello che hanno in casa perché  conoscono le proprietà degli alimenti.

Un mito della pedagogia contemporanea è l’educazione alla socialità e fin da piccoli i bambini vengono educati a stare in gruppo tanto che in alcuni momenti ne sono schiavi; la pandemia, al contrario, insegna loro a stare da soli e fa riscoprire alla società “l’educazione alla solitudine” che apparteneva al passato e che non è affatto negativa, se vuol dire scoperta dell’interiorità e del beneficio del silenzio e della riflessione.

La pandemia vede paradossalmente la valorizzazione dei vecchi. “Senectus ipsa morbus est” ci risuona nella mente dagli anni del liceo, ma la pandemia insegna che la società italiana a struttura familistica ha bisogno dei nonni; i bambini italiani fanno molto riferimento ai nonni e in questo periodo ne sentono la mancanza. Non è necessario andare al “Cato maior de senectute” di Cicerone per scoprire che i vecchi hanno esperienza e valori da trasmettere alle giovani generazioni. Senza contare il calore di un abbraccio di un nonno a un nipote che non può in alcun modo essere sostituito da sms e video chiamate.

La pandemia ci ha reso familiare il concetto di morte e questo potrebbe sembrare negativo a una società consumistica che ha fatto del giovanilismo il suo valore fondante, ma non è così. Senza scomodare Epicuro e il suo invito a non aver paura della morte perché “Nulla è per noi la morte dal momento che quando noi ci siamo, la morte non è presente, quando invece la morte è presente, allora noi non ci siamo”, la Chiesa Cattolica ha sempre invitato i fedeli a riflettere quotidianamente sulla morte per diventare consapevoli della precarietà della vita e quindi della necessità di vivere secondo principi morali e religiosi. Tuttavia tale invito rimaneva sempre più inascoltato, soprattutto da parte dei giovani; con la pandemia la riflessione sulla morte ci è diventata familiare e, come accadeva alle passate generazioni, ciò ci rende più umani e più reattivi di fronte agli eventi negativi della vita.

La pandemia infine (e la stessa etimologia della parola, molto più forte del termine “epidemia”, ce lo conferma) ci rende più coscienti del fatto che il mondo è un villaggio globale, che non esistono confini per fermare non solo il virus, ma anche le idee. Se il mondo è un villaggio globale, non si può più accettare che i Paesi ricchi sfruttino i Paesi del Terzo Mondo, per esempio scaricando in essi i rifiuti, frutto del consumismo del mondo occidentale.  L’ambiente è un bene di tutti, la Terra è patrimonio di tutta l’umanità e pertanto bisogna insieme salvaguardarla. Oggi più che mai a un’economia lineare bisogna sostituire un’economia circolare, un’economia cioè che non crea scarti o quanto meno li riduce in maniera drastica.

Anche qui il passato si fonde con il futuro. La società dei nostri nonni era basata sull’economia circolare. Esempio tipico era in Costa d’Amalfi la peschiera. Ogni giardino a terrazzamento per la coltivazione dei limoni aveva una sua vasca chiamata “peschiera” dove si raccoglieva l’acqua piovana (sotto questo aspetto richiamava l’impluvium romano) che veniva giù dai monti piena di sostanze nutritive e di fango. Le peschiere servivano a garantire l’approvvigionamento dell’acqua per la coltivazione dei limoni; alla fine, quando si procedeva allo svuotamento della peschiera, il fango depositato in essa veniva distribuito nel terreno agricolo concimandolo. Nelle peschiere poi si allevavano anguille che, quando la pesca marina non era possibile per le condizioni atmosferiche avverse, venivano pescate e mangiate. Non a caso a Natale si mangiava il “capitone”. Praticamente, come succede in natura, non si producevano scarti in quanto si recuperava e riciclava tutto.

Sempre in Costa di Amalfi (è un lontano ricordo di infanzia) i vestiti della gente del popolo venivano rattoppati finché era possibile, lo stesso succedeva per le lenzuola che, quando non erano più utilizzabili, venivano usate per farne asciugamani (il lino era insostituibile per asciugare i neonati dopo il bagnetto), stracci da cucina ecc… Quando anche questi erano rovinati, si usavano per spolverare o per lavare il pavimento e infine barattati dalle massaie con lo straccivendolo, in cambio di qualche piatto o bicchiere. Lo straccivendolo a sua volta vendeva gli stracci alle cartiere locali, che ne ricavavano la pregiata carta di Amalfi. In sostanza non si buttava via niente.

Abbiamo tanto da imparare dal nostro passato per proiettarci nel futuro!

Rubiconto Antonietta