C’è qualcosa di profondamente politico nel gesto di raccogliere un rifiuto dalla strada, sottrarlo alla sua apparente inutilità e trasformarlo in un’opera d’arte. A Kinshasa, dove la città sembra talvolta vivere in una lotta quotidiana contro ciò che produce e che poi non riesce a smaltire, questo gesto assume un significato che va molto oltre l’estetica. È quasi un atto di cittadinanza. È una dichiarazione sulla città, sullo Stato, sulla memoria e persino sul futuro.
È da questa prospettiva che occorre guardare alla decima edizione di Kin’Act, il Festival nato dall’iniziativa dell’artista Eddy Ekete e concepito come un laboratorio urbano nel quale arte, performance, teatro, arti plastiche e coscienza ambientale entrano deliberatamente in collisione con la vita quotidiana. La decima edizione, articolata a Kinshasa dal 3 al 29 agosto 2026, non arriva dunque in una capitale qualsiasi né in un momento qualsiasi della storia recente della Repubblica Democratica del Congo.
Arriva in una Kinshasa che sta cercando, attraverso una nuova grammatica politica, di rispondere a una domanda antica: che cosa significa governare una città? Ed è forse proprio qui che Kin’Act acquista la sua autentica portata. Il festival non parla soltanto dei rifiuti. Parla dello Stato attraverso i rifiuti, della cittadinanza attraverso lo spazio pubblico, della dignità attraverso le strade e del futuro attraverso ciò che una società decide di gettare via.
Il calendario di questa decima edizione è, a questo riguardo, quasi sorprendente. Nel giugno 2026, la presidenza congolese ha istituito una Task Force incaricata della salubrità e dell’igiene urbana di Kinshasa, posta direttamente sotto l’autorità del capo dello Stato. Nel luglio successivo, Félix Tshisekedi ha personalmente ispezionato le operazioni di risanamento avviate lungo il boulevard Lumumba. Il governo lavora parallelamente a un progetto integrato per la gestione dei rifiuti, in una capitale che, secondo i dati richiamati dal ministero del Piano, produrrebbe oltre 17.000 tonnellate di rifiuti al giorno.
In altre parole, ciò che gli artisti di Kin’Act portano nelle strade come materia artistica è diventato, nello stesso momento, una questione di Stato.
La coincidenza è più che interessante: rivela una verità politica elementare. Una città non si governa soltanto con le leggi, i ministeri, i bilanci o i discorsi. Si governa anche attraverso il modo in cui tratta ciò che appare insignificante. Il rifiuto è precisamente questo: la parte invisibile della modernità, ciò che il consumo produce e che la società vorrebbe non vedere più. Ma a Kinshasa la sporcizia ritorna sempre. Ricompare nei canali di scolo, nei mercati, ai margini delle grandi arterie, nei quartieri popolari. Diventa paesaggio. E quando un problema diventa paesaggio, cessa di essere soltanto tecnico: diventa politico.
È qui che comincia l’arte
Kin’Act ha compreso, forse prima ancora delle istituzioni, che non basta dire ai Kinois che la città deve essere pulita. Occorre permettere loro di guardare diversamente ciò che li circonda. Le creazioni realizzate attraverso materiali recuperati non cercano semplicemente di abbellire i rifiuti: ne rovesciano il significato. Trasformano lo scarto in un segno, l’oggetto abbandonato in memoria, la materia morta in materia espressiva. L’artista compie così un’operazione quasi filosofica: rende visibile ciò che la società aveva deciso di non guardare più.
Si potrebbe vedere in questo gesto una forma contemporanea di ciò che Walter Benjamin aveva intuito nella figura dello straccivendolo, colui che raccoglie nei detriti della modernità i frammenti attraverso i quali è possibile comprenderne la verità. Lo straccivendolo benjaminiano non osserva il mondo dall’alto: fruga nelle sue rovine. Sa che le società, talvolta, raccontano la propria storia meglio attraverso ciò che gettano via che attraverso i monumenti che scelgono di conservare.
Anche Kinshasa possiede i suoi monumenti. Possiede le sue grandi arterie, i boulevard, gli edifici amministrativi, i mercati, le chiese, gli studi musicali, gli artisti e quella straordinaria energia popolare che ha fatto della capitale congolese una delle grandi officine culturali del continente. L’UNESCO riconosce Kinshasa come Città Creativa della Musica, erede di una storia nella quale la rumba congolese ha avuto un ruolo fondamentale nella costruzione di identità, socialità e dialogo culturale.
Ma Kinshasa possiede anche un altro patrimonio, assai meno glorioso: quello delle disuguaglianze urbane, dell’informalità, dell’insufficienza delle infrastrutture e dell’accumulo della sporciziae dei rifiuti. Gli studi dedicati alla gestione dei rifiuti nella capitale mostrano da anni quanto questa questione sia legata alla rapidissima urbanizzazione, alla fragilità dei sistemi di raccolta e alle difficoltà strutturali della governance.
La contraddizione messa in scena
Da una parte, una metropoli la cui immaginazione e vitalità culturale supera largamente i confini nazionali; dall’altra, una città che fatica ancora a garantire a tutti i suoi abitanti le infrastrutture elementari di una grande capitale. Da una parte, la potenza creativa della gioventù di Kinshasa; dall’altra, i rifiuti che si accumulano come prova materiale di un patto urbano ancora incompiuto.
Il festival, tuttavia, rifiuta di ridurre questa contraddizione a una semplice denuncia. Le oppone un’estetica dell’invenzione.
Ed è forse qui che si trova la sua dimensione più profondamente congolese. La cultura urbana di Kinshasa si è sempre nutrita di una straordinaria capacità di fare con ciò che esiste. La débrouille, spesso descritta soltanto come necessità economica, è diventata anche un’intelligenza sociale, una maniera di aggirare i vincoli, reinventare gli usi e trasformare l’impossibile in una risorsa. L’UNESCO ha osservato da tempo questa capacità di Kinshasa di trasformare la costrizione in creatività.
Kin’Act prolunga questa tradizione, ma le conferisce una dimensione ecologica e politica. Il rifiuto non è più soltanto qualcosa da eliminare: diventa qualcosa attraverso cui pensare.
E pensare Kinshasa oggi significa anche pensare la Repubblica Democratica del Congo nel suo insieme.
Il Paese attraversa una fase nella quale le questioni della sovranità, della sicurezza, della ricostruzione dello Stato, del conflitto e della coesione nazionale occupano il centro del dibattito pubblico. Le tensioni persistenti nell’est, le relazioni con il Rwanda, gli sforzi diplomatici e i diversi processi di mediazione conferiscono al discorso politico congolese una forte centralità alle questioni dell’integrità territoriale e della rifondazione dello Stato. Alla fine di agosto, il presidente Tshisekedi ha inoltre avviato un processo di dialogo nazionale dedicato alla pace, alla coesione e alla rifondazione dello Stato.
In un simile contesto sarebbe facile considerare un festival di strada dedicato all’ambiente come una questione secondaria, quasi ornamentale. Sarebbe un errore.
Perché la ricostruzione di uno Stato non comincia soltanto nelle sale delle trattative, negli accordi internazionali o nelle istituzioni centrali. Comincia anche nel rapporto concreto fra il cittadino e l’ambiente nel quale vive. Comincia quando lo spazio pubblico smette di essere considerato una terra senza proprietario. Comincia quando la strada diventa un bene comune.
La questione dei rifiuti è dunque, a un altro livello, una questione di sovranità
Uno Stato sovrano è anche uno Stato capace di prendersi cura del proprio territorio, di proteggere gli spazi pubblici, di organizzare le proprie città e di dare ai cittadini la percezione che la comunità politica possieda una realtà materiale. La sovranità non si misura soltanto attraverso il controllo delle frontiere; si misura anche attraverso la capacità di rendere abitabile il territorio che si pretende di governare.
Per questo la forza simbolica di Kin’Act non dovrebbe essere sottovalutata.
Il festival, naturalmente, non sostituisce una politica pubblica di gestione dei rifiuti, né infrastrutture moderne, né un’amministrazione municipale efficiente. L’arte non può raccogliere da sola le migliaia di tonnellate di rifiuti prodotte quotidianamente da una metropoli delle dimensioni di Kinshasa. Sarebbe anzi pericoloso chiedere alla cultura di riparare le inefficienze dello Stato.
Ma l’arte può fare ciò che la tecnica, da sola, non è sufficiente a fare: modificare lo sguardo.
Nessuna politica ambientale duratura, del resto, può funzionare senza una trasformazione culturale. Si possono installare cestini; bisogna però che i cittadini li utilizzino. Si può organizzare la raccolta; bisogna però che esista una concezione condivisa dello spazio pubblico. Si possono moltiplicare le campagne di sensibilizzazione; bisogna però che la popolazione senta di partecipare a qualcosa che le appartiene.
È qui che lo spettacolo di Kin’Act diventa politico.
Il performer ricoperto di materiali recuperati non è semplicemente un artista travestito. È una sorta di specchio ambulante. Attraversa la città portando sul proprio corpo ciò che la città vorrebbe nascondere. Dà una forma umana a una questione astratta. Costringe il passante a guardare.
Lo sguardo, nella politica come nell’arte, è già una presa di posizione
C’è inoltre una magnifica ironia nella vicenda di Kin’Act: mentre tante capitali africane cercano di proiettare l’immagine di una modernità fatta di grandi progetti, torri, centri commerciali e infrastrutture nuove, il festival ricorda che la modernità potrebbe cominciare da qualcosa di molto meno spettacolare: dal modo in cui una società tratta ciò che non vuole più vedere.
La decima edizione del festival appare così come una sorta di fotografia morale di Kinshasa. Vi si vede una città povera e inventiva, sopraffatta ma mai sconfitta, confrontata con problemi giganteschi e tuttavia capace di opporre loro umorismo, colore, performance, musica, teatro e immaginazione.
Questa è forse la grande lezione di Kin’Act: una società non si esaurisce nelle proprie crisi. Si riconosce anche nel modo in cui riesce a trasformarle in linguaggio.
La scelta di fare della strada la scena principale non è casuale. Rompe con una concezione elitaria ed astratta della cultura rinchiusa nei musei, nelle gallerie o nei centri culturali. Restituisce all’arte la sua funzione originaria di incontro. In una città nella quale non tutti hanno accesso alle istituzioni culturali, è la cultura ad andare incontro al cittadino. Non chiede al pubblico di attraversare una porta: attraversa essa stessa il confine fra spazio artistico e spazio quotidiano.
La città diventa così un’opera d’arte, ma un’opera d’arte che contemporaneamente critica se stessa.
Ed è qui che Kin’Act si inserisce in una lunga storia dell’arte politica: dal teatro di strada alle pratiche performative, dall’agit-prop alle esperienze latinoamericane del teatro dell’oppresso di Augusto Boal. Ma Kin’Act non replica quei modelli. Li traduce in una realtà propriamente kinois, dove la strada è già un immenso teatro sociale e dove musica, moda, performance, religiosità, commercio e linguaggio popolare si mescolano continuamente.
La città il palcoscenico di una discussione su se stessa
Vi è infine un altro elemento che conferisce profondità alla decima edizione: la difesa degli spazi culturali. La questione di «Ndaku ya La Vie est Belle», luogo importante per la formazione e l’accompagnamento della gioventù artistica di Kinshasa, ha mostrato che la battaglia culturale non riguarda soltanto le opere prodotte, ma anche i luoghi nei quali una generazione può imparare a produrle. Eddy Ekete ha richiamato l’attenzione sul fatto che la questione non riguardasse soltanto gli artisti, ma l’intera società kinois.
È un punto essenziale. Non basta chiedere all’artista di sensibilizzare la popolazione; bisogna anche garantirgli luoghi, strumenti e condizioni per lavorare. Una società che chiede ai propri artisti di parlare del futuro mentre lascia scomparire i propri spazi culturali è destinata a vivere una contraddizione sterile.
La politica culturale, dunque, non può essere l’ornamento della politica nazionale. Deve essere considerata una delle sue infrastrutture.
In una Repubblica Democratica del Congo che parla oggi di pace, coesione e rifondazione dello Stato, sarebbe utile non dimenticare questa evidenza: non si rifondano soltanto le istituzioni. Si rifonda anche l’immaginario collettivo.
Kin’Act partecipa a questa rifondazione a modo suo: in maniera modesta e spettacolare allo stesso tempo. Modesta, perché parte dalla strada, dai materiali poveri, dai quartieri popolari e dai problemi ordinari. Spettacolare, perché trasforma quei materiali in immagini capaci di entrare nella memoria collettiva.
Il 22 agosto 2026, nel cuore di questa decima edizione, Kinshasa non ha dunque semplicemente ospitato un altro festival artistico. Ha mostrato ancora una volta una delle proprie contraddizioni fondamentali: una capitale capace di produrre enormi quantità di bellezza e, nello stesso tempo, sommersa dai propri rifiuti; una società attraversata da crisi politiche e di sicurezza profonde e tuttavia capace di una creatività straordinaria; un Paese che parla di sovranità e ricostruzione mentre deve ancora conquistare, nelle proprie città, le condizioni più elementari di uno spazio pubblico condiviso.
È per questo che Kin’Act merita di essere letto come un evento politico, anche quando non fa politica nel senso partitico del termine.
La sua politica è altrove.
È nel rifiuto di distogliere lo sguardo. È nella trasformazione dello scarto in materia. È nella convinzione che lo spazio pubblico appartenga a coloro che lo abitano. È nella difesa della cultura come bene comune. È infine nell’idea, semplice ma considerevole, che il futuro di una città non si decida soltanto negli uffici dove si governa: si costruisce anche nelle strade dove si vive.
Kinshasa non ha forse ancora risolto la questione dei propri rifiuti. Ma da dieci anni Kin’Act pone una domanda più profonda: che cosa facciamo di ciò che abbandoniamo?
La risposta, in fondo, va molto oltre i rifiuti e gli scarti.
Riguarda gli uomini, i quartieri, gli artisti, le istituzioni, la memoria e lo Stato stesso. Riguarda tutto ciò che una società considera periferico prima di scoprire, troppo tardi, che proprio lì si trovava una parte del proprio futuro.
In un’Africa urbana destinata a conoscere ancora decenni di crescita demografica, tumultuosa, drammatiche trasformazioni sociali e sconvolgimenti climatici, l’esperienza di Kin’Act assume dunque una portata che supera i confini di Kinshasa. Ricorda che l’ecologia africana non può essere soltanto materia di vertici internazionali e grandi programmi finanziari. Deve diventare cultura quotidiana, estetica, politica di prossimità e soprattutto un nuovo modo di guardare la città.
Forse è per questo che i rifiuti, sui corpi dei performer di Kin’Act, diventano improvvisamente così eloquenti.
Dicono che nulla è davvero gettato via. Né la materia, né la memoria, né la città e certamente nemmeno la speranza.
Edoardo Almagià