Il compito del partito, sosteneva Carlo Donat Cattin, è “dare voce a chi non ha voce”.

Un compito straordinariamente alto per le forze che sappiano farsene carico in modo trasparente, secondo quel costume di generosità e di gratuità che, idealmente, dovrebbe appartenere alla politica.

Senonché, nelle mille riflessioni che riguardano le difficoltà cui vanno incontro gli ordinamenti democratici e le possibili strategie di contrasto del fenomeno, è rarissimo che si incontri una considerazione sul possibile ruolo dei partiti, se non per negarlo, secondo una retorica tanto facile quanto stantia.

Dei partiti è lecito solo parlar male. Altrimenti, si rischia di apparire “demodé” oppure un po’ stupidi e ingenui, se non addirittura conniventi e compromessi. Credo sia ora di darci un taglio e di cominciare a riflettere sul fatto che senza partiti non c’è bisogno di uccidere la democrazia. Muore da sola.

Il significato del “prendere parte”

Essere partito significa “prendere parte” e, se ci sono fasi della storia in cui non se ne può fare a meno, sono, in primo luogo, i momenti di trasformazione, di passaggio da una stagione all’altra della vicenda umana, come avviene ai giorni nostri.

“Prendere parte” non significa brandire la spada contro chi sia di altro avviso. Semmai vuol dire sottrarsi al falso e vischioso “perbenismo” del politicamente corretto. Significa non cadere in quella untuosa umiltà che, costruita ad arte per mostrarsi concilianti, aperti e condiscendenti, in effetti approda a una supponenza nascosta. “Prendere parte”, essere partito, vuol dire creare la situazione previa, in quanto a chiarezza e puntualità delle posizioni assunte, perché un dialogo vero e schietto, addirittura una reciproca fecondazione, sia possibile tra culture politiche differenti, secondo l’ammonimento di Jacques Maritain che invita a “distinguere per unire”.

Distinguere per unire. Non fondere. Errore esiziale. Ci fu un tempo in cui l’identità di una forza politica era motivo d’orgoglio. Il retroterra storico, ideale e culturale cui dava espressione sul piano politico, il progetto di società, i programmi che ne derivavano venivano rivendicati come fattore distintivo da proporre agli elettori per ottenerne un consenso convinto, fortemente motivato e caratterizzante.

Identità e partecipazione democratica

Oggi, al contrario, una forza politica, in fondo, è come se temesse la propria identità, per quanto sbiadita, o la vivesse con una certa circospezione, come fattore destinato a limitare, circoscrivere e contenere pregiudizialmente il proprio potenziale bacino elettorale.

Non a caso non vi sono più partiti, nel senso proprio del “prendere parte” in modo chiaro e distinto, ma piuttosto alleanze, coalizioni, fusioni o altre forme tali per cui ogni forza politica, di fatto, si para dietro le quinte di uno schieramento abbastanza vasto perché la particolarità di ognuna si confonda, pur con differenti sfumature, in una posizione tendenzialmente eclettica. Ed è così che siamo caduti in un sistema che tiene assieme il grigiore e la rissa, la povertà culturale delle analisi politiche e la cosiddetta “testardaggine”, l’assenza di contenuti e la presunzione, la totale incapacità di interrogarsi sulla vera natura della svolta epocale che stiamo vivendo.

Avanziamo alla cieca, a tentoni, verso una terra inesplorata dove, però, con ogni probabilità, è nascosto il tesoro di un’umanità più ricca. È un cammino che gli uomini devono percorrere assieme, per non smarrire la strada, mano nella mano, secondo uno spirito di coesione, cui i partiti, al di là di ogni apparenza, possono concorrere in misura significativa, creando nuclei di identità culturale e di pensiero comune, spazi di solidarietà politica che rappresentino gli aggregati elementari necessari per costruire una più vasta armonia sociale. O almeno provarci.

Domenico Galbiati

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