Se vogliamo continuare a farci del male da soli per una forsennata rincorsa a quattro voti in più – salvo addirittura che poi succeda il contrario, come sta capitando alla Lega – non dobbiamo fare altro che esacerbare, fino al calor bianco, il clima politico parossistico che stiamo vivendo nel contrasto, a tutto campo, che non solo contrappone maggioranza ed opposizione, ma attraversa e le opposizioni e le forze stesse della maggioranza.
Trasformare l’Italia in un “caravanserraglio” probabilmente non aiuta a migliorare lo standard di affidabilità che avremmo bisogno di esibire sui tavoli di Bruxelles. Chi non sa dire peggio si limita a disquisire, da sofisticato esegeta, sulla legittimità costituzionale o meno degli atti del Governo.
Fra tanto dotti costituzionalisti, probabilmente una qualche attenzione merita anche l’opinione di Gustavo Zagrelbesky che la Corte ha avuto la ventura di presiedere una quindicina di anni or sono o giù di lì. In effetti, l’argomento – almeno per molti – è chiaramente strumentale ad accrescere il discredito del Governo e condurlo ad insabbiarsi da se stesso, senza che debbano sporcarsi le mani i mandatari di un’operazione di cui dovrebbero poi rispondere in termini di oggettiva responsabilità politica. Altri, in fondo più schiettamente – e segnatamente Berlusconi che, memore della sua antica leadership, pareva volersi emancipate, senonché, evidentemente richiamato all’ordine, torna all’inusitato ruolo di garzone di Salvini – scoprono che il governo Conte andrebbe abbattuto in quanto sarebbe, ovviamente a sua insaputa, un governo “di sinistra”.
In ogni caso – a meno che, dopo l’abbuffata delle nomine, non voglia stendere cortine fumogene su altri scenari – chi invoca, minaccia, auspica, sogna o cerca di procurare la caduta di Conte e dei suoi fantaccini, dovrebbe avere l’onestà intellettuale di dire a chiare lettere – non con segnali di fumo di cui rilasciare la corretta interpretazione solo ex-post – che cosa propone per il dopo. Dovrebbe farlo almeno con la stessa rude e sfrontata franchezza – e questo gli va riconosciuto – con cui, a suo tempo, Renzi mise l’anello al naso al mite Zingaretti, parcheggiandolo fin dentro il recinto del governo cosiddetto giallo-rosso.
Camminiamo senza rete su un ponte pensile, piuttosto sconnesso, teso tra le due sponde di un rabbioso torrente di montagna che non si può attraversare altrimenti. Dal momento che non ci sono “salvatori idella Patria” e che – almeno ce lo auguriamo – degli “uomini della provvidenza” abbiamo esaurito la scorta, è legittimo temere che finiremmo per cadere in una pericolosa ed irrisolvibile crisi abissale. Chi intravedesse, in controluce alla tela di ragno degli attuali rapporti politici, una solida rete fatta di schiette e sostanziali convergenze circa gli assi fondamentali dell’iniziativa politica di cui il Paese avrebbe bisogno, è pregato di segnalarla.
Senza, peraltro, scordare che – per un’insuperabile legge, si potrebbe dire, di ordine fisico che vale anche sul piano politico – i governi di unità nazionale quanto più appaiono necessari ed inevitabili, addirittura obbligati, tanto più sono destinati all’immobilismo. Infatti, poiché la dialettica politica – a meno che sia soffocata da un regime dispotico, il che fortunatamente non è il nostro caso – è insopprimibile, quando non può esprimersi nel fisiologico contrasto tra maggioranza e opposizione, si trasferisce, qualora questa sostanzialmente ricomprenda l’intero arco delle forze in campo, all’interno della stessa compagine di governo.
Cosicché, dopo la luna di miele con il potere, i contrasti via via crescono al punto che per evitare di essere travolti dalla turbolenza, i motori vanno messi al minimo, a costo di rischiare lo stallo. Eventualmente per compensare l’intollerabile inerzia del sistema, si può, a quel punto, procedere a lubrificarlo con una miscela di ricchi premi e cotillons, come si usava nelle feste paesane.
In effetti, i fautori del governo di unità nazionale più che ad innovare, come forse loro stessi in buona fede credono, sono interessati a permanere in quel movimento a pendolo, da destra a sinistra e viceversa, in cui da trent’anni si dissipano le energie potenziali del nostro sistema politico-istituzionale. In altri termini, appaiono soprattutto preoccupati di mettere in atto, sotto le mentite spoglie dell’ “union sacre’”, il tentativo di spostare d’un tratto decisamente a destra la barra del sistema, anche sulla base dell’ errato presupposto che l’attuale governo sarebbe ” pericolosamente” di sinistra.
Del resto, quali istanze vorremmo rappresentare in questa supposta unità nazionale? Perfino quelle del demagogico populismo para-fascista e magari pure il sovranismo antieuropeista? Siamo sicuri che siano versanti che legittimamente rientrano nel “pantheon” dei valori nazionali e sui quali si possa, pertanto, investire in un frangente così delicato?
Si può convenire in ordine al fatto che ciò che oggi passa il convento non sia esaltante, ma è, in ogni caso, come già osservato – ma è bene ribadirlo – il portato di una lunga stagione di errori, espressamente ricercati piegando la politica ad interessi smaccatamente di parte oppure smarrendo, nel marasma dell’involuzione del proprio “gotha” ideologico, la necessaria intelligenza politica delle cose.
Si potrebbe dire che Conte sia, in tal senso, una sorta di nemesi storica di un sistema politico-istituzionale che, dalla metà degli anni ’90, ha cannibalizzato sé stesso. In ogni caso, se ciò che passa il convento sembra poco, in effetti, colpiti prima e più duramente di altri Paesi, ci stiamo lasciando il peggio alle spalle e, non a caso, le linee portanti adottate da noi, hanno aperto una strada percorsa anche da altri. Dobbiamo, almeno una volta, smetterla di denigrarci da soli, di immaginare che l’erba del vicino sia sempre la più verde montando raffronti improbabili con altri Paesi.
Il che mostra il limite di un “provincialismo” che non è degno di una nazione di antica civiltà e di grande, straordinaria cultura. Senza la giusta dose di orgoglio o, più semplicemente, di consapevolezza di quanto vale il nostro Paese, non faremo altro che aprire varchi al nazionalismo bolso dei fascisti ed alla strumentalizzazione “italiota” dei padani che furono. Del resto, ci si dovrebbe chiedere perché la popolarità del Governo e di chi lo guida sia decisamente significativa.
Comunque, per tagliare la testa al toro, dato che tra coloro che vogliono “matare” il governo, molti sostengono – e qui giustamente – che Conte non è mai stato eletto, si presenta loro l’occasione di cogliere due piccioni con una fava.
Siano, dunque, loro a chiedere che si vada ad un “governo del Presidente”, assolutamente transitorio, che si presenti in Parlamento con il solo compito di convocare i “comizi elettorali”.
Purché si voti con metodo rigorosamente proporzionale così da restituire finalmente l’Italia agli italiani, anziché alle camarille di palazzo del maggioritario nelle sue varie declinazioni. Vi ha accennato nei giorni scorsi Andrea Orlando, sostenendo giustamente che, dopo questo governo, non ci sono che le elezioni.
Ed in effetti – ben condotta, come sa fare, dal Quirinale, dove fortunatamente sta la vera garanzia per il Paese – questa potrebbe essere la via meno dolorosa, anzi perfino liberatoria per il Paese. Con l’ulteriore vantaggio che i leader dell’ imperante “narcisismo politico” dentro e fuori la maggioranza, una volta tanto, invece di sfidare il governo, dovrebbero finalmente sfidare se stessi, passando – ove se ne dimostrassero capaci – dalla propaganda alla politica.
Domenico Galbiati