In venti giorni, compreso Natale, vigilia e ultimo giorno dell’anno, il Parlamento dovrà approvare la Legge di bilancio del governo Meloni. Un’impresa impossibile, tenuto conto che siamo oltre i limiti ragionevoli imposti dal tempo e dallo spazio e che sono stati presentati oltre tremila emendamenti da discutere, e quindi da respingere o approvare, previa discussione.

Chi ha provocato tutto questo? Non certo il governo appena insediato ma piuttosto chi ha provocato le elezioni in autunno e quindi un nome: Giuseppe Conte. Il quale sarà sulle barricate a lamentare i tempi stretti.

Sulla Legge di bilancio, fondamentale per il funzionamento dello Stato, ministri, maggioranza e opposizioni si sono affrontati sia pure sommariamente nelle commissioni di Camera e Senato. Qualcuno ha già dato fuoco alle polveri, sia pure  su aspetti marginali, come il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Fazzolari, uomo di fiducia della Meloni, che sul problema dei limiti all’uso della moneta elettronica non ha esitato ad aprire il fuoco di uno scontro istituzionale attaccando Banca d’Italia.  Lo ha fatto con una dichiarazione dopo la riunione di una commissione parlamentare dove erano presenti in sette su quarantotto membri.  Quindi con quarantuno assenti. Bell’esempio per il nuovo Parlamento.

Un  qualificato funzionario di Banca d’Italia, convocato in quella sede per esprimere il risultato delle analisi svolte dalla banca centrale, non aveva contestato l’impianto della legge di bilancio ma solo espresso alcune perplessità sull’utilizzo del contante oltre il limite dei mille euro, sulla elevazione dell’ammontare al di sotto del quale si può non usare la moneta elettronica, e sulla flat tax (termine ormai tanto abusato quanto fumoso) nonché sulla soppressione del reddito di cittadinanza senza uno sbocco legislativo alternativo.

Apriti cielo. Il nostro potente sottosegretario, sempre davanti a sette parlamentari su quarantotto, incurante del fatto che le osservazioni non investivano il complesso della legge ma solo i dettagli sopra riferiti, non ha esitato a definire Banca d’Italia un istituto “che fa gli interessi delle banche private”.  Non solo, ma con una dichiarazione di stampo che è facile immaginare, non ha perso l’occasione di rammentare che i vertici dell’autorevole istituto sono a termine. Come dire: ce ne ricorderemo. Senza peraltro considerare che già la Corte dei Conti e l’Ufficio Parlamentare di bilancio avevano espresso le stesse perplessità

Se queste sono le premesse, ovvero deliberare in venti giorni le cose da fare nei prossimi tre anni, possiamo solo immaginare come sarà il dibattito, il confronto e il voto.

Sembra quasi che incidenti di questo calibro servano a nascondere ben altre questioni aperte. Una di questa è certamente la sorte dei rilevanti fondi europei previsti per il PNRR: non bastano i progetti, bisogna anche attuarli perché gli ispettori europei non scherzano. Inoltre, condizione essenziale, è necessario completare il programma di riforme già avviato dal governo Draghi. In particolare le riforme della concorrenza e quella fiscale.

Della prima non se ne parla più, dopo la rivolta dei taxisti e dei concessionari di spiagge pubbliche tutelate con la consueta finezza da Salvini.

Quanto alla riforma fiscale, sempre il governo Draghi aveva preparato la legge delega, ampia e finalmente sistemica, ma pare che il nuovo governo voglia ripartire da zero.

Siamo alle solite. In trent’anni abbiamo avuto venti governi, Tenendo conto che molti sono ripartiti da zero su riforme rilevanti, siamo al famoso paradosso di Achille e la tartaruga.

Guido Puccio