Governo che va, Governo che viene. In Rai, dunque, di nuovo si cambia. Se in meglio o in peggio, si vedrà. Intanto, arrivano le solite ricorrenti “grandi manovre” sulla pelle dell’azienda cui è affidato il Servizio pubblico.

Gli occupanti i piani alti del palazzo di Viale Mazzini, quello sovrastante il cavallo morente di Francesco Messina, sono in procinto di sostituire  alcuni direttori dei telegiornali dopo essere stati al servizio dell’esecutivo d’impronta salviniana. A quell’impronta si deve anche una parte dell’incombenza di Matteo Salvini sulla nostra infomazione, grazie ai quotidiani bombardamenti cui siamo stati sottoposti fino alla fine del primo Governo Conte.

Ora che Salvini se ne è uscito dal Governo altri devono decidere sulla gestione dello schermo.

Nulla di nuovo sotto il sole, insomma. Se le regole del gioco sono queste, nessuno se ne deve lamentare. Molto avrebbero da dire, invece, gli italiani: pagano il canone e non sembrano affatto soddisfatti dell’erogazione del Servizio pubblico il quale dovrebbe risponde ad una di quelle esigenze vitali proprie della società contemporanea della comunicazione: essere adeguatamente informati e “intrattenuti”.

Sembra che, invece, ci sia persino negato il diritto a vedere un buon film o un ottimo documentario, mentre abbondano continue ripetizioni delle stesse produzioni e le risse televisive. Queste sono diventati i nostri “talk show”, riprosizione in versione piccolo schermo delle inutili diatribe da vecchia osteria di una volta.

Meno la politica sembra interessare gli italiani, una certa politica in realtà, e più viene propinata una programmazione che finisce per ridurre le questioni del mondo alle diatribe, alla retorica e all’inconsistenza dei nostri uomini politici. Così, si produce l’effetto contrario e la gente cambia canale. Poi ci meravigliamo dell’astensionismo e del boom di ascolto del Festival di Sanremo.

L’annunciata sistemazione dei vertici Rai è in piena coerenza con la logica delle cose perpetuata oramai da decenni. Una logica, purtroppo, entrata fin nel profondo del dna di un’azienda per la quale si è giunti persino a prevedere le nomine dei cinque consiglieri d’amministrazione da parte dei Presidenti di Senato e Camera dei deputati.

Foglia di fico che serviva ipocritamente a ribadire la mera funzione d’indirizzo da parte del Parlamento mentre, in effetti, offriva solo una mal disegnata maschera dietro cui si provava a coprire l’assoluta dipendenza della Rai dalla politica. Il gioco non resse e la pratica, talmente palesemente pedestre e smaccata, venne poco dopo abbandonata.

Adesso, comunque ci risiamo. Anche dopo l’entrata in vigore, il 30 gennaio 2016, dell’art. 5 della Legge n. 220 del 28 dicembre 2015, le nuove modalità di nomina dei vertici Rai restano fortemente dipendenti dai momentanei equilibri parlamentari e da chi guida da Palazzo Chigi e dal Ministero del Tesoro. Nessuno parla più di far diventare la Rai come la Bbc.

Lo fece lo scorso anno Luigi Di Maio sulla scia di un antico ritornello cui spesso ci si abbandona in tema di Servizio pubblico senza che segua, in realtà, qualcosa di valido ed innovativo perché tutti finiscono per scoprire come sia piuttosto opportuno non cambiare ciò che potrebbe tornar comodo, a proprio uso e consumo.

Come fatto in occasione dell’intervento dell’ex Capo politico dei 5 Stelle ( CLICCA QUI ) torno ad avanzare una proposta che i pentastellati e il Pd, salvo che le bizze di Renzi non facciano precipitare le cose, ma anche una parte dell’opposizione, potrebbero pure prendere in considerazione: restituire la Rai agli italiani con l’utilizzazione dell’azionariato popolare.

Università, fondazioni, enti benefit e no profit, amministrazioni locali, dipendenti Rai, famiglie, semplici cittadini, potrebbero diventare i veri azionisti di un’azienda che, così, si sgancerebbe dalla tutela politica e riuscirebbe ad assicurare un autentico Servizio pubblico e, quindi, un’informazione libera e indipendente. Ovviamente, si dovrebbe trattare di un sistema che non consenta il rastrellamento delle azioni da parte di nessuno gruppo d’interesse o finanziario.

La Rai affrancata dalla tutela del partitismo che ha preso forma negli ultimi 25 anni, si rivelerebbe azienda ancora più forte di quello che è e in grado di reggere alle logiche del mercato della comunicazione, della fiction e dell’intrattenimento.

Giancarlo Infante