Non ho alcuna intenzione di scagliare la prima pietra né tantomeno di ritagliarmi uno spazio da moralizzatore: nessuna delle due cose rientra nel mio stile di vita e aborrisco la dietrologia, le opinioni gratuite e i giudizi a buon mercato.

Ho però la vaga impressione di aver già letto da qualche parte – sicuramente nei libri di scuola – una qualche descrizione delle caratteristiche proprie dei periodi di decadenza: se ne parlava ad esempio ai tempi dell’impero romano e poi la storia si è ripetuta più volte.

Sembra che anche adesso ci tocchi di riviverla, in formato di’post-modernità’ pandemica.

In genere non c’è mai stato un limite al peggio: ingiustizie, miserie, soprusi, angherie, sopraffazioni, sovente anche in nome del progresso e della civiltà.

Se, raccogliendo l’invito del teologo Vito Mancuso, dovessi pormi davanti alla storia dell’uomo per decifrarne il senso e la continuità, penso che la prima osservazione che mi verrebbe in mente sarebbe più o meno questa: che da che mondo è mondo l’umanità è protesa in una incessante ricerca di cambiamento, di opportunità di vita migliori, di tensione verso il progresso.

Uno sforzo continuo e – a leggerlo tutto d’un fiato – gigantesco di vivere adattandosi al contesto e modificandolo incessantemente per realizzare la pienezza della propria condizione esistenziale.

Applicando questo ragionamento al nostro tempo rilevo come la maggior parte dei desideri e delle aspirazioni coincida con categorie di valore proprie dell’economia: tutto deve essere utile, dobbiamo espanderci, produrre, consumare, alzare il tenore del benessere materiale.

La nostra vita è inevitabilmente commisurata al PIL: solo il segno ’più’ ci rende realizzati e felici, non è neppure mentalmente accettabile una fase di stagnazione, non ci si può fermare pena la soccombenza. Senza avere un’idea di futuro viviamo il terrore del ritorno al passato.

Conosco economisti di alto lignaggio che si dannano per uno scostamento di zero virgola, che fanno della moltiplicazione degli utili l’unica operazione algebrica concettualmente accettabile.

Una prima riflessione riguarda proprio questo: la sostenibilità dell’insieme, la tenuta dell’espansione rispetto alla fisiologia delle cose, ai ritmi della vita.

Non è che a forza di impossessarci del mondo lo stiamo inesorabilmente distruggendo?

In estrema sintesi la lezione più dura e densa di significati declinati al presente e al futuro che ci è stata impartita dalla pandemia da coronavirus consiste nel non aver posto limiti all’espansione e alla crescita come linea retta senza interruzioni: il tempo ha riportato indietro le lancette dell’orologio nella percezione dell’esistente intorno a noi e nei vissuti interiorizzati.

La vistosa accelerazione dei consumi ha portato all’usura delle risorse e al superamento della soglia tra utile, necessario e superfluo, non possiamo ormai fare a meno di tutto quello che ci circonda.

Nella vita fast food cui eravamo abituati si usava ciò che serviva e si buttava il resto, mentre era prevalente una concezione strumentale anche nei rapporti umani.

Chi sono allora  i nuovi soccombenti, i perdenti senza speranza, gli uomini senza qualità?

Il Covid-19  ha introdotto nella nostra vita nuove forme di livellamento, alzando la soglia statistica della povertà fino ad inglobare soggetti finora esclusi da problemi mai pensati.

Una specie di selezione naturale che scarta e marginalizza una fetta consistente di umanità e realizza vecchi e aggiornati  paradigmi di eccellenza e qualità: nicchie ristrette che proteggono la visibilità, l’ostentazione, il potere, la proprietà, il conto in banca.

C’è una parola da lungo tempo bandita ed espunta dal vocabolario contemporaneo: accontentarsi.

Salvo doverla applicare per sopraggiunta necessità: sarebbe poi una grossa sciagura esistenziale se cominciassimo a dar valore a tutto quello che abbiamo, a riscoprire le cose nascoste intorno a noi?

Eppure la crisi pandemica sta creando situazioni insostenibili: far ricorso a prestiti o dazioni non sposta i target sociali di riferimento: stranamente ma sarà sempre così, i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri (e numerosi). Siamo al tutti contro tutti per aver tutto il possibile.

La recessione morale purtroppo anticipa e precede la recessione economica perché non si riescono ad introdurre meccanismi compensativi. La crisi acuisce le distanze e le solitudini diventano siderali.

Francesco Provinciali

 

Immagine utilizzata: Pixabay

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