Bene fa la magistratura a voler approfondire le rivelazioni di Report che, se definitivamente confermate, costringerebbero a rivedere tutto il significato della strage di Capaci che, proprio trent’anni fa, portò alla morte del giudice Falcone, della moglie e di una parte degli uomini della sua scorta. Nella strage può essere stato coinvolto quel Delle Chiaie che già da anni rappresentava la punta più avanzata del terrorismo di destra e uno degli strumenti utilizzati da chi in Italia, dall’estero e dall’interno, lavorava contro la democrazia? Si potrebbe giungere ad una diversa lettura di fatti che finora sono stati considerati solo cose di Cosa nostra?

Nel corso degli ultimi tre decenni, più volte, ci si è dovuti chiedere se gli attentati a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino fossero questioni esclusivamente “mafiose”. Del resto, costituirono solamente il punto di partenza della strategia d’attentati che avrebbe sconvolto l’Italia fino al 1993, mentre intanto infuriava Mani Pulite.

Quel che colpisce è che Report ha messo insieme il coinvolgimento di Stefano Delle Chiaie con altre cose già note, ma senza che il mix che ne esce fuori sia mai stato oggetto di un’indagine specifica e portare ad una interpretazione investigativa in grado davvero di dire perché ci fu Capaci e, meno di due mesi dopo, quella di via Amelio dove persero la vita Borsellino e i componenti della sua scorta. Eppure, da tempo sappiamo che tante cose sono rimaste appese. Come quelle relative alla scomparsa della famosa agenda di Borsellino, e non certamente ad opera dei mafiosi.

Nel corso della trasmissione di Report sono stati resi noti brani illuminanti sulla strategia di Delle Chiaie e dei suoi fiancheggiatori fascisti. Cioè il tentativo di operare, potendo contare su uomini delle istituzioni e del giornalismo, nel raccontare la vulgata delle “stragi di Stato”. Una vergognosa tesi che, purtroppo, venne abbracciata, e che ancora oggi talvolta rifà capolino, creò un clima di “antipolitica” utile, nella sua saldatura con il parallelo dispiegarsi di “Mani pulite”, a far finire la Prima repubblica e, con essa, la stagione dei grandi partiti popolari.

Sia la Mafia, sia la destra stragista non hanno mai amato il processo democratico e quelle forze, a partire dalla Democrazia cristiana, che avevano assicurato la piena partecipazione come fatto di popolo alla dialettica pubblica e alle dinamiche decisionali.

Bene dunque se questa diventa l’occasione per ricominciare a scavare e andare a fondo di tante storie del passato senza porsi tanti riguardi nei confronti di un “racconto” della storia italiana che, evidentemente, dev’essere almeno approfondito e non dato più per scontato.