Il “partito della Guerra”

Sotto certi punti di vista, quello che ci ha appena lasciato  è stato un anno di conferma di fatti e vicende già emerse da tempo, alcune delle quali si perdono davvero nel passato. La guerra d’Ucraina e la durezza sanguinosa con cui Israele ha pressoché distrutto tutta Gaza ed ha imposto la propria autorità sulla Cisgiordania non sono fatti addebitabili al 2025  che ci siamo lasciati alle spalle. Il quale ha confermato come sia ancora tenace e forte quello che potremmo definire il “partito della Guerra”. In realtà, si tratta di una congerie variopinta che in ogni paese assume sfumature diverse – così come accade a livello transnazionale, vedi l’Europa – ma il cui fine ultimo è quello di sancire una rinnovata divisione del mondo, tutto sommato in due come eravamo abituati a vivere fino agli anni ’90. E così è complicato vedere realizzata quella “Pace disarmata e disarmante” tanto autorevolmente auspicata.

Indubbiamente, una parte consistente di questi “partiti” è sollecitata e foraggiata dal mondo delle armi, il quale, va da se, vive del conflitto e per il conflitto. Ma vi sono anche altre motivazioni. Quali quelle che ascendono all’esistenza degli apparati che non hanno smobilitato dopo la fine della Guerra fredda perché il loro fine ultimo è di esistere: Primum vivere, deindo … pacificare.  E questo, ovviamente, vale – noi italiani lo sappiamo bene, visto che siamo maestri nel creare e nel far sopravvivere i cosiddetti “carrozzoni”-  per le grandi organizzazioni o dei sistemi di alleanze o di “collaborazione” internazionale messi in piedi da una parte e dall’altra. Lo aveva capito molto bene – lo abbiamo già ricordato in più di un’occasione  – il Presidente Eisenhower che, essendo stato il militare che era stato, aveva poi toccato con mano l’esistenza di certi appetiti da “tempo di pace” che solo un inquilino della Casa Bianca può conoscere bene.

E così, sia in  Ucraina, sia a Gaza è cambiato poco nel corso dell’anno passato. Con la differenza che, nel secondo caso, una prospettiva si è aperta solo allorquando Trump è riuscito a mettere insieme affari ed uno straccio di sospensione delle più violente azioni di Israele grazie alle pressioni dei paesi arabi ed islamici che non potevano reggere più di fronte alla proprie pubbliche opinioni. In ogni caso – visto che i bombardamenti sono continuati anche dopo l’instaurarsi di quella che è stata chiamata tregua – il 2025 si è chiuso con quasi 80 mila morti ed un numero molto più grande – al momento persino quasi incalcolabile – di feriti, mutilati, sbandati. Di sicuro è che il Capodanno è stato passata dai due milioni  di abitanti da Gaza nei pressi e tra le macerie delle loro abitazioni distrutte.

Gli sceneggiatori al lavoro

In entrambi i conflitti, abbiamo visto spesso che, mentre ci si apriva uno spiraglio – cosa sempre da trattare con poco ottimismo, ma con speranza sì –  per quanto tenue ed incerto esso fosse, accadeva qualcosa che faceva – e fa tuttora – chiedere se sapienti sceneggiatori non stessero scrivendo e riscrivendo il copione in modo che l’ipotesi di una qualche forma di intesa fosse sempre rimandata al ciack successivo. E talvolta, siamo stati a costretti a porci la domanda se i “plot” e i “subplot” – così in gergo cinematografico si chiamano fatti e vicende che intervengono per arricchire la trama di un film e, persino, per sviare lo spettatore – non fossero addirittura frutto di attori “nascosti”, quelli cioè che non appaiono ufficialmente sullo schermo.

E’ questo il caso anche del recente bombardamento della villa di Vladimir Putin nella regione di Novgorod. Vicenda ancora misteriosa.  Che probabilmente finirà per trovare una spiegazione “ufficiale” in una sorta di errore. Almeno in questa direzione spingono le ultime note fatte circolare ufficiosamente dalla Cia. E  cioè che  i 91 droni spediti a bombardare la villa di Putin – fatto sempre negato da Zelensky –  dovevano fare il loro compito, sì, ma su obiettivi militari presenti nei pressi della regale residenza in cui vivrebbe la ballerina  fidanzata con il Presidente russo.  Sarà questa la scusa diplomatica ufficiale decisa da quelli che – da una parte e dall’altra – con il beneplacito di Trump, stanno cercando davvero di trovare una soluzione e, almeno, di non far caracollare completamente la tenue speranza di giungere ad qualche sorta di accordo, tregua, pacificazione…? In ogni caso, stiamo viaggiando senza luci verso il quarto anniversario dell’invasione russa.

I palestinesi devono pazientare, se non peggio

I palestinesi sembra che debbano pazientare, se non prepararsi a non vedersi accontentati in nulla o quasi nulla. Netanyahu e Trump hanno continuato all’insegna del minuetto, cioè dei piccoli passi, ma con un continuo “Avant e ‘ndré” che non può far credere possa essere a portata di mano una soluzione come quella auspicata da quasi tutto il mondo intero. Perché il Primo ministro israeliano non ha alcuna intenzione di lasciare completamente Gaza e di fermare le azioni criminali e vessatorie dei coloni contro i palestinesi della Cisgiordania. E, meno che mai, lasciare uno spiraglio aperto alla soluzione dei due popoli due stati.

A fronte di tutto ciò, il 2025 ha avuto il grande merito di farci registrare nuovi atteggiamenti da parte della opinione pubblica del mondo intero. Molte domande sono state poste sul “riarmo” generale. Eclatante la mobilitazione a favore dei palestinesi. Un movimento spontaneo che non si è fatto intimidire dalla propaganda avversa secondo la quale si tratterebbe di antisemitismo. Perché, salvo le solite larghe frange della destra e di alcuni esagitati di sinistra, nel corso delle manifestazioni proPal di antisemitismo non si è visto davvero molto. Una partecipazione, quella dei popoli- spesso in polemica con i loro governanti –  senza la quale non sarebbero giunti neppure i molto timidi tentativi da parte europea – ed italiana – di premere su Israele perché interrompesse la violenza estrema cui ci ha fatto assistere in oltre due anni di risposta all’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre. E si è trattato sostanzialmente di un movimento di pace e pacifico confermato del resto dalla vicenda della Flottilla che, alla fine, si è rivelato un boomerang d’immagine negativa per il Governo Netanyahu. E tutto ciò – in particolare per la partecipazione spontanea dei giovani – fa ben sperare: un po’ bilancia il giudizio che porta a dire che la fine del 2025 è arrivata senza farci provare troppi rimpianti da parte nostra. Con la speranza di poterla pensare diversamente tra 12 mesi.

Ma siamo andati troppo avanti con queste discettazioni affacciati alla finestra sulle cose del mondo nel corso dell’anno scorso. Per l’Europa e l’Italia, dunque, dobbiamo rinviare ad un prossimo capitolo.

Giancarlo Infante

 

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