La sfida delle nuove generazioni

È iniziato da pochi giorni il nuovo anno scolastico. Il momento più opportuno per interrogarci circa la sfida che le giovani generazioni sono chiamate a sostenere oggi, in un mondo che sembra promettere tutto e non mantenere nulla.

Un mondo slabbrato, affaccendato, sovraccarico di un rumore di fondo che non dà requie, non concede pause, ruba il tempo della riflessione, percosso da eventi imprevedibili e repentini, violenti, che irrompono nello spazio vitale di ognuno, generando inquietudine e contraddizioni che si fatica a tenere assieme per sapere chi si è davvero.

Una società arroventata come la nostra: che impatto offre a chi compare alla vita? Suggerisce che sia un dono oppure un evento abbandonato all’aleatorietà del caso?

Qui c’è un bivio decisivo che, sia pure non messo espressamente a tema, nel profondo della coscienza di ognuno orienta per intero la vita.

Se è percepita come un dono vuol dire che la vita si fonda su una relazione originaria irrevocabile e, dunque, non è abbandonata alla solitudine della buona o della cattiva sorte. Vuol dire che ognuno di noi è unico e irripetibile — del resto, lo afferma, sul piano meramente biologico, anche la genetica, e le due cose sono più correlate di quanto comunemente si pensi — quindi evocato a un senso della vita che è intrinseco alla sua cifra costitutiva e, ad un tempo, lo precede.

Come se non un “destino”, non un approdo obbligato e fatale, ma, piuttosto, una “destinazione”, cioè un ampio orizzonte di senso compiuto orientasse il suo cammino e lo accompagnasse in quell’ininterrotto “andare oltre” che rappresenta il versante più intimo dell’umano.

Se la vita non è percepita come dono, dunque necessariamente aperta, da donare a sua volta, si accartoccia su di sé e smarrisce quella dimensione della trascendenza che la sospinge e la sostiene verso quell’aspirazione all’infinito che rappresenta il campo in cui può affermarsi ed esercitarsi la sua libertà.

Creatività negata e disagio giovanile

Quello di cui sopra è un bivio che precede il pieno esercizio di una razionalità matura, anzi investe le prime età della vita: l’infanzia e l’adolescenza.

Quell’età evolutiva o dello sviluppo in cui compaiono e si vanno organizzando, attorno al torsolo centrale del soggetto, i primi segni e le prime manifestazioni di quella creatività originaria e spontanea, del tutto personale, uguale per tutti eppure declinata, per mille ed infiniti versi, secondo quella particolare ed esclusiva attitudine di ognuno, che ciascuno deve esplorare se vuol guadagnare piena consapevolezza di sé, in un “oltre” inesauribile, fino alle età estreme della vita.

Sennonché viviamo in una società che non è in grado di cogliere, favorire, promuovere la “creatività” dei giovani, secondo l’insondabile e misteriosa specificità di ognuno. La costringe, anzi, a cozzare, fino ad infrangersi, contro la cinta muraria dei nostri castelli di sabbia, quasi andasse a sbattere contro una barriera di gomma che la rimbalza all’indietro come fosse un boomerang.

È questa sordità, questa negazione che opponiamo ai giovani, la pretesa di omologarli al pensiero corrente, di asservirli al costume di vita in cui ci siamo accomodati, la radice di fondo di un disagio che — ce ne dobbiamo davvero stupire? — può condurre, anche nella scuola, a violenze estreme di cui tanti giovani sono, ad un tempo, attori e vittime designate.

Liberare l’energia creativa dei giovani è un compito che la politica non può e non deve disattendere. Ne va di una premessa fondamentale e, per forza di cose, necessaria per un disegno di libertà e di democrazia che sappia reggere l’urto dei nuovi poteri che, via via, un po’ per volta, quasi insensibilmente, ci spingono a spiaggiare sul “bagnasciuga” dell’autarchia.

Domenico Galbiati

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