“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” dice il principe di Salina al nipote Tancredi nel grandioso “Il Gattopardo”.

E in effetti, dopo la Covid, la guerra, la crisi delle materie prime e dell’energia, nei tre grandi blocchi economici mondiali sono riemerse tendenze già conosciute e che sembravano essere state travolte dalla globalizzazione.

Si affermano le identità che prevalgono sul dominio delle ideologie; riappare il protezionismo dopo l’egemonia incontrastata dei mercati; tornano gli interventi statali nella competizione economica azzerando il motto degli anni ‘novanta, “più mercato e meno Stato”.

In America con Trump, nel Regno Unito con la Brexit e in Cina con tutto il potere a Xi Jinping i riferimenti ideologici tradizionali sono stati sostituiti dal ritorno alla prevalente affermazione delle identità, per non dire in Russia con l’incessante vento sovranista dell’autocrate Putin.

Quanto rimaneva di ordine mondiale possibile, dopo la caduta del muro di Berlino, sembrava ricondurci ai tempi della pace di Westfalia (1648) come ha scritto Henry Kissinger nel suo fondamentale “Ordine mondiale”, vale a dire un adeguamento pratico alla realtà e un sistema di stati indipendenti in equilibrio. Invece la ossessionante competizione globale ha rotto anche questo filo di possibile equilibrio ed è bastato  la Covid per far crollare il castello di carte.

Le conseguenze della crisi sanitaria, per ora superata in Europa e in America, ma non ancora in Cina, hanno cambiato tempi e modi dell’approvvigionamento delle materie prime e dei servizi, in particolare, ridimensionando la grande logistica. Da qui, tempi più lunghi e linee di forniture più corte per le imprese, nella ricerca di mezzi e prodotti, con inevitabile esplosione dei costi e la ricerca di protezione con le nuove barriere doganali.

Non solo. Sono inevitabilmente tornati gli aiuti di Stato alle imprese e alle famiglie, dai bonus ai ristori, dai crediti di imposta alle sovvenzioni, dalle sospensioni dei pagamenti alle quote di beni di consumo scontate a carico del debito pubblico.

Il passo per andare oltre è stato breve: negli Stati Uniti torna il “By American” ed è imminente un intervento di oltre trecento miliardi di dollari per rilanciare le imprese. L’Europa difficilmente potrà stare al passo, anche se è imminente il lancio di un nuovo progetto non troppo diverso dal PNRR questa volta denominato “Net-Zero Industry” per incentivare le tecnologie pulite e prevedere sgravi fiscali per l’industria verde.

Della Cina inutile dire: lo Stato controlla oltre il novanta per cento delle grandi aziende, le finanzia sistematicamente e più recentemente è intervenuto per evitare la bancarotta di rilevanti imprese immobiliari.

Il ritorno degli aiuti di stato vede i tedeschi nazionalizzare i colossi energetici Uniper e Sefe, già di Gazprom oltre alle raffinerie di Rosneft; i francesi hanno completato l’acquisto dello Stato di azioni di EDF, la più grande impresa produttrice di energia. In Polonia il governo è proprietario delle prime banche del Paese. Per non dire delle compagnie aeree largamente oggetto di sovvenzioni e interventi: almeno 20 miliardi di euro tra Lufthansa, Finnair, Air France ed altre compagnie.

E da noi? i dossier Alitalia, ex Ilva, Tim, Autostrade, Montepaschi aperti da tempo sono già costati miliardi al contribuente italiano ed ora il governo dovrà decidere se insistere nei tentativi di rimettere sul mercato imprese fortemente dimagrite oppure ritornare alle nazionalizzazioni. Al posto dell’IRI oggi di fatto c’è la Cassa Depositi e Prestiti che avrebbe ben altre finalità. Ma il vero problema è un altro: con che mezzi nazionalizzare? Ai tedeschi è consentito, ai francesi pure ma il nostro debito non lo consente certo. Finirà che verranno da oltralpe a fare shopping. Tutto rimane proprio perché tutto cambia.

Guido Puccio