La Costituzione italiana definisce i partiti soggetti sociali.[i] Il Codice Civile estende a tali soggetti le norme che regolano le Associazioni,[ii]di conseguenze i partiti devono essere gestiti attuando il metodo democratico.

Per fondare un partito bisogna che almeno tre persone si rechino da un notaio e depositino con atto legale il nome del nuovo soggetto, l’obiettivo politico e il logo.

È necessario essere almeno in tre, affinché le cariche istituzionali previste dalla legge, ossia quella di Presidente, Segretario politico e Tesoriere, siano ricoperte da persone diverse.

Fatto questo si dovranno compiere gli atti seguenti:

avviare una regolare partita IVA;

chiedere l’iscrizione alla Prefettura (indispensabile se si vuole partecipare   alle elezioni);

aprire un conto corrente presso una banca;

avere una sede stabile dichiarata presso il Tribunale Elettorale, la Guardia di Finanza, la Camera di Commercio, la Questura, il  Comune e la Prefettura.

L’iter non è concluso: chi ha registrato lo statuto deve convocare un congresso di fondazione, atto indispensabile per dare la possibilità a chi intende aderire al partito, di confermare o meno le cariche segnate nell’atto notarile. D’ora in poi la gestione del nuovo soggetto sociale dovrà continuare ad essere partecipata nel rispetto del metodo democratico. In caso contrario il partito perderà la propria caratteristica fondamentale, sarà preda di chi lo comanda e farà mancare alla politica nazionale un contributo sociale irrinunciabile.

Già durante i lavori dell’Assemblea Costituente non mancarono accorati interventi affinché la gestione dei partiti fosse democratica.

Per tutti riporto quanto disse Calamandrei[iii]:  “Senza democrazia interna ai partiti non si avrà democrazia esterna ad essi. (…) Una democrazia non può essere tale se non sono democratici anche i partiti in cui si formano i programmi e in cui scelgono gli uomini che poi vengono esteriormente eletti con sistemi democratici.” [iv]

Gramsci[v], morto dieci anni prima rispetto alla data di promulgazione della nostra Costituzione, lasciò in eredità ai suoi compagni un pensiero diverso:  “Altra è la democrazia nel partito e altra è la democrazia nello Stato: per conquistare la democrazia nello Stato può essere necessario (anzi è quasi sempre necessario) un partito fortemente accentrato” [vi].

Ettore Bernabei[vii], fine conoscitore e testimone autorevole di quegli anni, scrisse che in vista delle elezioni del ’48, non appena la macchina del Pci fu ben oliata da Mosca, quel partito fu strutturato con l’obiettivo di occupare strategicamente le istituzioni. La Dc, invece, fino al 1954, rimase sostanzialmente un partito “leggero”, con struttura e organizzazione deboli. Ciò che mosse in quegli anni il popolo democristiano fu il valore ideale ultraterreno, la volontà di ricostruire l’Italia dopo gli orrori della guerra, l’opportunità concreta offerta ai cittadini di ogni classe sociale di partecipare alle attività del partito, dibattere, potersi candidare, scegliere la propria classe dirigente, in definitiva di concorrere alla politica nazionale per il bene comune, nel rispetto delle regole democratiche[viii].

Bernabei scrisse che la Dc del primo dopoguerra non aveva fondi a disposizione. Infatti, quando si trattò di acquistare il quotidiano “La Nazione”, i democristiani, non avendo una lira in cassa, furono costretti a chiedere un contributo eccezionale al Vaticano[ix].

Alla Domanda come la Dc riuscì a vincere le elezioni del ’48, Bernabei rispose: “Nel ’48 la Dc vinse anche grazie all’accordo con le forze laiche e liberali, (…) grazie all’accordo fra De Gasperi e Mattioli (…). Se avessero perso i comunisti, ai cattolici sarebbe andata la guida della politica, ai laici il controllo della finanza, dell’industria, dell’informazione. (…) l’obiettivo era di sconfiggere i comunisti e tenere l’Italia nell’area occidentale.[x] (…) “Nel ’48 ci fu un enorme slancio volontaristico nel mondo cattolico, che mascherò la debolezza strutturale e organizzativa della Dc. Negli anni successivi, però, quella debolezza si vide e pesò, tant’è vero che bisognò pensarci seriamente. (…) Senza i denari della grande industria (per la verità ne arrivarono pochissimi) la Dc non avrebbe avuto i mezzi sufficienti per condurre la sua battaglia politica. (…) La faccenda si complicherà in seguito e subirà una svolta decisiva nel ’54, quando Fanfani arrivò alla segreteria”.[xi]

La svolta in questione fu decisa al V° Congresso nazionale che la Dc tenne a Napoli nel 1954.[xii] Fanfani vinse lanciando una nuova linea organizzativa e programmatica, caratterizzate da cospicui interventi pubblici nell’economia, potenziamento dell’organizzazione e della struttura del partito, fino ad allora troppo dipendente dall’Azione Cattolica e dal rapporto con Confindustria.

Bernabei aggiunge:  “Dossetti e i professorini spingevano per una politica più attenta alle questioni sociali e per un rinnovamento profondo delle strutture di partito. Fanfani pensava che la Dc non potesse continuare ad essere organizzata in quel modo, aveva di fronte la macchina comunista, ricca, efficiente con gente che si dedicava al partito a tempo pieno grazie al fatto che riceveva uno stipendio. Invece la Dc continuava ad avere una struttura fragile, basata sul volontarismo dei suoi militanti, su quei famosi pomeriggi dopolavoristici.[xiii] (..) Era roba di volontari, i cattolici potevano dedicare alla politica solo il tempo libero dal lavoro, le domeniche, i pomeriggi.[xiv] (..) Bisognò pensare anche a come finanziare il partito per metterlo in condizioni di contrapporsi alla grande organizzazione comunista”.[xv]

D’ora in poi i partiti, prendendo a modello il Pci, cominciarono a trasformarsi e divennero, chi più, chi meno, strutture totalizzanti.

Struttura e organizzazione interna di ogni partito si fecero elefantiache, le correnti culturali si trasformarono in strutture di potere.

Bernabei ricorda l’evoluzione che ebbe il fenomeno correntizio democristiano:  “Chi è nato dopo la fine della Guerra forse ha visto le correnti democristiane solo nella loro versione degenerata, quando non erano, per l’appunto, che centrali di potere o masse di manovra dei capi democristiani. Ma le correnti hanno avuto un’origine importante e rappresentavano davvero filosofie politiche diverse. Tutte democristiane, tutte cattoliche, ma diverse”.[xvi]

Abbiamo rilevato che Fanfani per rafforzare il partito ebbe bisogno che arrivassero alla Dc fondi esterni assai più consistenti rispetto a quanto Confindustria aveva erogato fino al 1954. Dopo di lui questa scelta, poco o tanto, a seconda dei periodi, fu praticata da vari dirigenti e politici democristiani e anche da quelli di altri partiti.

Il sistema giunse al collasso quando tangentopoli[xvii] fece emergere fatti disonesti gravissimi.[xviii].

Conclusione

 Nella fase attuale in cui si sta compiendo uno sforzo notevole per dare forma compiuta a politicainsieme, si abbia cura di fissare norme chiare invalicabili affinché il criterio democratico, che il costituente volle saggiamente attribuire ad ogni partito, non sia valicato.

Di conseguenza le adesioni al nuovo soggetto di ispirazione cristiana, partito che si spera sia presto varato, dovranno essere vere, certificate da garanti, come accadde nel 1994 per il Ppi[xix].

Ogni carica importante, il programma del partito, eventuali alleanze, dovranno essere decisi direttamente o indirettamente dagli iscritti del partito stesso, convocati in pubblica assemblea.

Chi sarà scelto a svolgere un ruolo importante nel partito dovrà pensare ad esso, quindi dovrà impegnarsi a non assumere responsabilità di rilievo in istituzioni pubbliche.

Chi sarà chiamato a presentarsi in lista elettorale o assumere un incarico pubblico, lo potrà fare dopo aver dimostrato idonea competenza a ricoprire quel ruolo.

Chi è stato colpito da condanne gravi, dovrà essere invitato a fare un passo indietro.

Chi ha vissuto in modo non del tutto trasparente nelle pieghe della partitocrazia di cui sopra, dovrà essere invitato a compiere un passo di lato. A costoro non si deve chiedere di scomparire, perché non abbiamo bisogno di nuovi Robespierre, è necessaria l’esperienza di tutti, affinché volti nuovi possano crescere ed emergere. E’ fondamentale però che il nuovo partito sia fondato e mantenga nel tempo una gestione democratica garantita da regole chiare.

Mario Rossi

 

 [i] L’art. 49 della Costituzione della Repubblica Italiana, recita: “Tutti I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

[ii] Codice Civile, Capo II, Associazioni.

[iii] Piero Calamandrei (1889 – 1956), è stato un politico, avvocato e accademico italiano, nonché fondatore del Partito d’Azione.

[iv] cfr. PELLIZZONE IRENE, “Organizzazione e funzioni dei partiti: quale democrazia

interna?”, Convegno annuale del Gruppo di Pisa – Napoli, 14-15 giugno 2019, nota n. 20, p. 6. V in La Costituzione della Repubblica nei lavori preparatori dell’Assemblea Costituente, Discussione sul Progetto di Costituzione, 4 marzo 1947, Roma, 1970, 154 ss. Per lsalvaguardare a democrazia interna ai partiti era intervenuto anche C. MORTATI nella seduta del 22 maggio 1947, ivi, 4159 ss..

[v] Antonio Gramsci (1891 – 1937) è stato un politico, filosofo, politologo, giornalista, linguista e critico letterario italiano. Nel 1921 fu tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia, divenendonne segretatio e leader dal 1924 al 1927.

[vi] cfr. PELLIZZONE I., “Organizzazione e funzioni dei partiti: quale democrazia

interna?”, (op. cit.), p. 6.

[vii] Ettore Bernabei (1921- 2016) osservatore privilegiato e protagonista indiscusso della storia italiana del XX secolo. E’ stato giornalista e ha ricoperto incarichi istituzionali di primissimo piano nell’economia italiana.  Ha pubblicato vari saggi in cui ha rilevato fatti e persone che hanno cambiato la storia dell’Italia e del mondo.

[viii] Cfr. Bernabei E.

“L’uomo di fiducia, I retroscena del potere raccontati da un testimone rimasto dietro le quinte per cinquant’anni, Mondadori, Milano, 2000.

“L’Italia del miracolo e del futuro, in una intervista di Pippo Corigliano, Cantagalli, Siena, 2012.

[ix] BERNABEI E. “L’uomo di fiducia, (op. cit), p. 28.

[x]cfr. BERNABEI E. “L’uomo di fiducia, (op. cit), pp. 7: “Raffaele Mattioli, amministratore delegato della Banca Commerciale Italiana (la famosa Comit), capo indiscusso della finanza italiana e uomo di fiducia della finanza occidentale, andò a Washington tra la fine del ’45 e i primi del ’46 e spiegò agli americani che tipo di spartizione delle competenze era stato concordato in Italia. C’erano con lui il giovane Cuccia e, per i democristiani, il giovane Ferrari Aggradi. Gli americani capirono ed approvarono”).

[xi] BERNABEI E. “L’uomo di fiducia”, (op. cit), pp. 31.

[xii] Il V Congresso nazionale della Democrazia Cristiana si celebrò a Napoli dal 26 al 29 giugno 1954.

[xiii] BERNABEI E. “L’uomo di fiducia”, (op. cit), pp. 37.

[xiv] BERNABEI E. “L’uomo di fiducia”, (op. cit), pp. 31.

[xv] BERNABEI E. “L’uomo di fiducia”, (op. cit), pp. 18, 31.

[xvi] BERNABEI E. “L’uomo di fiducia”, (op. cit), pp. 18; 310.

[xvii]Tangentopoli cominciò lunedì 17 febbraio 1992 quando il pubblico ministero Antonio Di Pietro chiese e ottenne dal GIP Italo Ghitti un ordine di cattura per l’ingegner Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio e membro di primo piano del PSI milanese. Sotto interrogatorio, Chiesa rivelò che il sistema delle tangenti era molto esteso. Secondo le sue dichiarazioni, la tangente era diventata una sorta di «tassa», richiesta nella stragrande maggioranza degli appalti. A beneficiare del sistema erano stati politici e partiti di ogni colore.

[xviii] “Le tangenti correvano in Italia e nel resto del mondo da decine di anni e sono venute fuori solo nel ’92. Combinazione: mentre i democristiani e i socialisti finivano in galera, le nostre aziende pubbliche più belle venivano messe sul mercato a disposizione degli uomini di affari di tutto il mondo, lobby, consorterie, analisti, gnomi, massonerie.” (cfr Bernabei Ettore, op. cit, p. 307).

[xix] Nel 1994 gli iscritti al Partito Popolare Italiano (Ppi) furono n. 233.000.   Alle elezioni del medesimo anno il Ppi raccolse nei collegi uninominali il 16,7%, nella lista proporzionale il 11,2%.