Un articolo de The Guardian di Londra apre una finestra su di una profonda riflessione etica e politica portata avanti dai vertici dell’ebraismo progressista britannico, rappresentato dai rabbini Charley Baginsky e Josh Levy. Il nucleo del loro messaggio è un avvertimento accorato: l’attuale rotta politica del governo israeliano non è solo una questione di gestione statale, ma rischia di trasformarsi in una “minaccia esistenziale” per l’essenza stessa dell’ebraismo, portandolo verso una deriva incompatibile con i valori religiosi e morali millenari che lo definiscono. I due rabbini rappresentano circa un terzo degli ebrei britannici che non sono intenzionati a sostenere la politica di espansione di Israele.
I due leader sostengono con forza che la critica costruttiva verso Israele non debba essere interpretata come un atto di slealtà o di tradimento, bensì come un vero e proprio “obbligo ebraico”. Partecipare a questo dibattito significa onorare una tradizione di dialogo e confronto sui doveri che Dio si aspetta dai fedeli nel mondo. Per il movimento progressista, ciò che accade in Israele ha un riflesso diretto sull’identità ebraica globale; pertanto, restare in silenzio di fronte a politiche ritenute ingiuste equivarrebbe a abdicare alla propria responsabilità religiosa.
Attraverso il lancio di una raccolta di quaranta saggi, il movimento degli ebre progressisti cerca di rivendicare uno spazio per la complessità, opponendosi alla narrazione univoca e spesso radicale imposta dall’estrema destra israeliana. Baginsky e Levy propongono un “sionismo religioso” alternativo a quello nazionalista e possessivo che si vede in alcuni insediamenti della Cisgiordania. Il loro è un sionismo che non esclude l’autodeterminazione palestinese e che affonda le radici nella giustizia sociale e nella pace, piuttosto che nel possesso esclusivo della terra.
Nonostante le tensioni e i momenti di aperto conflitto vissuti anche all’interno della stessa comunità britannica — come i fischi ricevuti durante una manifestazione per aver invocato la soluzione dei due stati — i rabbini insistono sul valore della pluralità. La loro visione del giudaismo progressista non impone una linea politica dogmatica dall’alto, ma accoglie anche voci non sioniste, convinti che la forza di una comunità risieda proprio nella sua capacità di preservare le differenze e di abitare il dubbio e la complessità, senza per questo indebolire il legame profondo con la propria fede e con la terra di Israele.
Il punto interrogativo riguarda il punto di caduta effettivo di una tale posizione che appare minoritaria persino nella diaspora ebraica mondiale. Per non parlare poi di quello che i sondaggi ci dicono dell’opinione pubblica d’Israele, che ha persino cessato di scendere in piazza contro Benjamin Netanyahu da quando sono stati riportati a casa gli ostaggi e i corpi dei caduti israeliani provocati dell’azione terroristica di Hamas del 7 ottobre di tre anni fa.
Non solo, ma l’azione militare in corso in Libano e la continua appropriazione delle terre dei palestinesi della Cisgiordania da parte dei coloni – spalleggiati dall’esercito dello Stato ebraico – stanno creando una realtà di fatto lontanissima dalle decisioni delle Nazioni Unite che nel 1948 autorizzarono dal nulla la creazione di Israele e dalla possibilità di determinare le condizioni perché anche i palestinesi raggiungessero la possibilità di veder nascere un loro autonomo stato, almeno sulla base dei confini definiti dalla conclusione della guerra del 1967. Cosa sia accaduto dal ’48 oggi è evidente confrontando le due situazioni territoriali mostrate nelle mappe dell’Onu.

Basterà accontentarsi di una eventuale sostituzione di Netanyahu e di un governo fortemente condizionato da esponenti estremisti i cui comportamenti vengono addirittura assimilati a quelli dei nazisti? Per dirla francamente, non vorremmo che, al di là, dei convincimenti di questi ebrei progressisti britannici, si deve inevitabilmente considerare Israele tutta un’altra cosa, che mette in profonda discussione l’idea che ci si trovi di fronte “all’unica democrazia del Medioriente”.
Troppo poche sono le voci, dentro e fuori Israele, che denunciano la deriva espansionistica del paese, i legami creati con l’estrema destra americana ed europea – cosa che ci hanno fatto assistere, persino, a vergognosi accordi e sostegni forniti ai partiti neofascisti e neo nazisti. Così come si tace sulla politica di violento segregazionismo e razzismo in atto a danno dei palestinesi, oltre a ciò che – sulla falsa riga della politica di distruzione selvaggia operata a Gaza – l’esercito con la Stella di Davide sta compiendo in un paese sovrano qual è il Libano. E questo con il compiacente silenzio anche dei governanti europei che pure le armi le avrebbero per fermare Israele e costringerlo a ritornare al rispetto del Diritto internazionale e degli esseri umani.
Agli ebrei progressisti, insomma, è certamente richiesto qualcosa in più delle pure importanti dichiarazioni che rilasciano – anche nei paesi in cui si trovano – perché non ci potremo certo accontentare di un possibile cambio di governo con le prossime elezioni in Israele se non muta radicalmente ciò che dal profondo lo ha animato negli ultimi decenni, e che è inaccettabile da parte del grosso della comunità mondiale. ![]()