Come immaginare un vertice politico tra Moro, La Malfa e De Martino sconvolto da un intervento di Fantozzi?  O ancora prima, tra Giolitti, Sturzo e Labriola dove si intromette Petrolini?

Invece oggi siamo a questo punto. Un comico detta la linea politica al partito di maggioranza relativa. Altro non è la lettura dell’intervento di Beppe Grillo sulla vicenda del MES (Meccanismo Europeo di Salvaguardia) che non è relativa al ricorso o meno a questo strumento finanziario, che pure sarebbe quanto meno da discutere, ma addirittura alla riforma preparata da Eurogruppo con il consenso dei ventotto Paesi membri.

Le ragioni economiche, finanziarie e politiche che hanno ispirato l’intervento non sono note, essendo limitate a poche righe del blog del comico che se la cava rifiutandosi di “elencare le mille ragioni che fanno del MES  uno strumento non solo inadatto ma anche del tutto inutile per fare fronte alle esigenze del nostro Paese”.

Troppo comodo. Provi ad elencarle le mille ragioni e le spieghi se le conosce, se vuole essere persuasivo invece di fare ridere. Invece no, solo quattordici righe in tutto, infischiandosene se i destinatari sono solo i suoi affiliati oppure il governo, il Paese, i signori di Bruxelles o di Francoforte. Sta di fatto che una cinquantina di parlamentari dei Cinque Stelle si è già espressa in questo senso anche se non si capisce se sono contro l’utilizzo del MES oppure contro la riscrittura del Trattato.

Non solo. Ma a conferma della confusione mentale nel dettare la linea il comico dapprima  dice  che non è una questione di soldi e poi conclude che i fondi del MES pur sempre debiti sono. Come se gran parte del Recovery Fund, che l’Europa si accinge a riconoscerci, non fossero per un importo di gran lunga superiore, ugualmente debiti.

Ma c’è un altro aspetto della vicenda ancora più grave. La riforma che è in discussione in Europa non si limita a togliere condizionalità rigorose per gli Stati che vorranno fare ricorso a questo strumento, ma prevede anche particolari linee di credito per eventualmente affrontare il problema delle possibili crisi bancarie, nel percorso già iniziato per fare un passo avanti nella unione economica e monetaria. Ben sapendo, e non occorre essere economisti per capirlo, che la profonda crisi economica scatenata dalla pandemia in corso metterà certamente a rischio i crediti delle banche, come è avvenuto dopo la crisi del 2007-2008, quando tutti gli istituti di credito hanno dovuto affrontare pericolosamente perdite enormi per insolvenze.

Ma non basta. Il fondatore del movimento Cinque Stelle non si limita al tentativo di affossare la riforma del MES e quindi anche del governo ma propone, quasi fosse una alternativa, di cogliere l’occasione per tassare i beni della Chiesa in forza di una sentenza della Corte di Giustizia Europea relativa alla vertenza sulla vecchia imposta comunale sugli immobili (ICI) per il periodo 2006-2011. E lo fa ben sapendo che alcuni saggi del movimento Cinque Stelle hanno calcolato questo importo in cinque miliardi senza una dimostrazione, anzi comprendendo tutti i beni dei movimenti non profit dei quali solo una parte è riconducibile alla Chiesa. Tanto è vero che sfidati a presentare una legge per rivendicare questa pretesa nessuno di loro è stato capace di dimostrare nè chi sono i soggetti che devono nè quanto devono allo Stato.  Rifugiarsi su questo terreno dal punto di vista propagandistico in questo Paese paga sempre, come ben sa chi affabula dai palcoscenici.

Altra cosa sarebbe discutere l’utilizzo dei fondi del MES oltre alla sua riforma.

E’ ben noto che il finanziamento riferito a interventi nella sanità è previsto in 37 miliardi di euro. Su questo, come se la sanità italiana non ne avesse bisogno, la chiusura dei Cinque Stelle è ancora più pesante in quanto si tratterebbe di un debito del quale rendere conto non solo pagando gli interessi (quasi a zero) ma anche dimostrando sia la rendicontazione precisa sia la sostenibilità. Dicono che tutto è a debito. Come se non lo fossero stati gli sgangherati provvedimenti sul reddito di cittadinanza (“abbiamo abolito la povertà”) che gli stessi promotori oggi riconoscono doversi profondamente cambiare, o la famigerata “quota 100” che ha consentito di andare in pensione anzitempo a più di duecentomila persone senza creare lavoro ai giovani. Qui il costo è stato stimato ben oltre i 37 miliardi del MES. Ovviamente tutto a debito e tutto nostro.

Guido Puccio