Speriamo di esser tutti sulla stessa barca, come ci viene prospettato, in modo propositivo, da papa Francesco da un anno di pandemia. Sebbene, non capisco cosa ci facciamo noi, onesti cittadini, contribuenti in “toto” per il fisco, convinti ecologisti, professionisti impegnati, appassionati del bello e del buono, ovvero dei “saperi” e dei sapori del
Belpaese se stiamo sulla stessa barca insieme al “tentacolare” Arcuri, al fantasmagorico Guerra (quel collega, ora Direttore esecutivo OMS, del Ministero Salute già retribuito come direttore generale del Piano di prevenzione epidemiologica mai visto!), a tal Benotti (reso famoso dalle cosiddette operazione “mascherine d’oro”),  nominato nelle Segreterie di ministri e alla Presidenza del Consiglio; oppure insieme a Di Battista che se la spassa da anni,
pontificando e facendo il “movimentista” grillino a spese del cittadino; o ancora con gli innumerevoli deputati e senatori  in cerca di un approdo sicuro e lontano dal mondo del lavoro “reale” e non virtuale.
Ma chissà su quale barca si trovano la Regione Lombardia che stenta a vaccinare o quella del Veneto che con un taglio di moralità quanto mai originale ha annunziato di aver ricevuto “spontaneamente” offerte da ignoti mediatori per – udite, udite! – 27 milioni di vaccini, a scapito del bene della nazione (vds. art. 3 della Costituzione e segg.) e di
ogni, minima esigenza di garanzia dell’igiene, della sanità e profilassi pubbliche.
Contiamo, inoltre, di salire sulla stessa barca, auspicabilmente solida, che ha indicato saggiamente e doverosamente il capo dello tato, mentre si accingeva a superare una crisi grave che, voluta improvvidamente dal “fac-totum” Renzi (colui che favorisce la nascita e la caduta dei governi), avrebbe potuto condurci in un tunnel senza uscita: una barca
che ha al timone una persona che non è un “sacerdote” (come definito dalla sen. Bernini), né un vaccinatore o il “commissario” della classe politica, e neanche un super-man (molti giornalisti lo chiamano “Supermario”!); bensì un economista preparato che ha studiato, come tanti, si è formato fortunatamente alla scuola di Caffè e Modigliani,
quindi nelle istituzioni nazionali ed europee. Ben venga, una volta tanto, una scelta “ad personam” e una guida del governo nel segno della meritocrazia, santiddio!
Quest’ultima, tanto invocata o propagandata retoricamente, posso affermarlo come “prova provata” sul campo si è andata perdendo progressivamente e costantemente tra l’ignoranza comune (compresa la sottovalutazione del mondo imprenditoriale) e l’indifferenza dei politici, sia del governo che del Parlamento, nell’ultimo ventennio di
un sistema democratico che non ha attribuito al ministero della “funzione pubblica” – così veniva correttamente definito – quella dignità e riconosciuta valenza di dicastero di “serie a”, permettendo altresì che nella P.A. si dilatassero a dismisura uffici e organici dei ruoli dirigenziali, sia in ambito ministeriale, sia regionale che degli
enti locali; senza che nessuno si sia occupato realmente di dare puntuale attuazione al principio, valido in astratto, della separazione tra la direzione politica e la gestione amministrativa. Né tantomeno stabilire requisiti e parametri tali da poter valutare obiettivamente i “curricula” dei dirigenti pubblici, dei quali una buona parte, specialmente alla Presidenza del Consiglio dei ministri, venivano assunti “per chiamata nominale” da esperti, estranei, senza alcun
superamento di prove concorsuali, come previsto dalla nostra Costituzione, arrivando a ricoprire la prima fascia inopinatamente.
Ora, uno dei due artefici riformatori “illuminati”, l’on. Brunetta (economista, si badi, non giurista amministrativista) viene prescelto a questo, ingrato e molto arduo compito di revisionare la normativa e rilanciare la pubblica amministrazione attraverso un processo di ammodernamento tecnologico e digitale, definibile storico: chi ha subìto e sofferto le carenze e inadeguatezze della riforma Bassanini-Brunetta (e siamo davvero in tanti) non può non nutrire
fondati dubbi sulle motivazioni di siffatta nomina politica.
Analoga, difficile prova di stima dovrà essere provata nei fatti anche dal prof. Cingolani, chiamato ad un’impresa del tutto nuova e ancora poco chiara, se non indefinita nei contenuti e modalità operative, piuttosto che per le finalità che sono, ovviamente, condivise da chiunque di buon senso. Come dire che siamo tutti a favore della pace … e chi sarebbe contrario a quanto ampiamente illustrato e ben spiegato da Papa Francesco nell’Enciclica “Laudato sì” in ordine alla salvaguardia del pianeta Terra?
I problemi del nascituro Ministero della Transizione ecologica sono, in estrema sintesi, di due profili:
a) organizzativo/funzionale,
b) principi della sostenibilità, della tutela del paesaggio da definire o ridefinire per legge.
Sotto l’aspetto ordinamentale, il nuovo ministero non potrà limitarsi ad esprimere una sommatoria delle attuali competenze di MINAMBIENTE e del MISE, in relazione allo sviluppo energetico; ma sarebbe necessario o meglio indispensabile per ottenere risultati efficaci e, appunto, sostenibili, scandagliare le varie attribuzioni, spettanti ai singoli ministeri, come quelle del MIT, in relazione al suolo e alle infrastrutture, del MIBAC, quanto alla salvaguardia del patrimonio culturale, al MIPAF per la difesa delle foreste e delle zone umide, nonché della produzione agricola, alla Salute, quanto alla garanzia delle produzioni industriali, e ancora al Turismo (bentornato alla gestione statale), la cui ripresa e rilancio non potranno prescindere dalla messa in sicurezza del territorio e dalla valorizzazione dei
parchi, delle riserve naturali e aree marine protette.
Inoltre, occorre fare chiarezza in tema di sostenibilità affinché si stabilisca un adeguato equilibrio tra la primaria tutela dell’habitat naturale e dell’ecosistema rispetto alle esigenze di investimenti, pubblici e privati, nel campo delle energie rinnovabili. Ciò tenendo anche presente l’importanza di diffondere la cultura civica e l’educazione ecologica per la resilienza delle comunità, con l’ausilio del sistema scolastico e universitario, in modo che la tutela del
paesaggio, valore costituzionale della Repubblica italiana, sia al centro di una profonda e coscienziosa cultura, nazionale, del territorio e al fine l’Italia possa risollevarsi d riappropriarsi di quel ruolo, storico, di  paese al mondo per il patrimonio storico, artistico e culturale, una volta la meta più ambita a livello planetario.
In conclusione, non resta che attendere gli sviluppi di un’attività di governo che speriamo, unanimemente, duratura e nel segno di una frase affermata nell’aula di palazzo Madama dal prof. Draghi che mi ha colpito particolarmente:
“integrare il paradigma economico e tecnologico con quello umanistico”!
Michele Marino