Moltissimi seguono con più attenzione del solito gli sviluppi politici, sociali, internazionali di questo evento straordinario. Social più attivi che mai, stampa seguita – in Italia – come da parecchi anni non si registrava. Idem per l’informazione televisiva e radiofonica. Occhi aperti – non più solo da infinitesime minoranze di italiani – anche su ciò che accade negli altri paesi. Addirittura sondaggisti più attivi che mai.

In questo contesto vorrei dedicare alcune osservazioni al sondaggio che vede molto accresciuto – fra gli italiani – il gradimento del Presidente del Consiglio Conte.

Io leggo in questo dato l’espressione di una soddisfazione degli italiani verso sé stessi. Quasi riconoscessimo – nei comportamenti di tanti connazionali che operano in prima fila, in questi giorni tremendi – qualcosa che appartiene anche a ciascuno di noi. Mi spiego: l’essersi (giustamente) identificati, molti di noi, con coloro che recano la responsabilità di guidare il Paese in un frangente come questo, ha il significato del riconoscimento della propria disponibilità ad assumersi una responsabilità verso gli altri.

Credo che il valore identitario – e le potenzialità – di ciò non vada sottovalutato: sarebbe uno dei quei momenti, non frequenti nella storia patria, in cui gli italiani riescono a compiere – in termini di autocoscienza – il difficile passaggio da popolo destrutturato e fondamentalmente anarchico a nazione. Intendiamoci, in termini di semplice autocoscienza, ma è comunque già qualcosa.

Solo i fatti futuri ci diranno quale sarà il deposito di questa esperienza e se essa rappresenta un primo terreno su cui si può costruire qualcosa di nuovo e stabile.

Ma, se le cose stanno così, se la reazione chimica avrà successo, il reagente non sarà stato l’azione o la figura di Conte ma, piuttosto, la straordinarietà dell’evento.

Credo invece che sarebbe un errore interpretare in un senso più strettamente “politico” questo dato rilevato dal sondaggio. Cioè come elemento da utilizzare per comprendere il “processo politico” e prevedere gli sviluppi (in atto e futuri) di quella ininterrotta e legittima competizione per la conquista del potere che ha luogo in ogni democrazia. Credo sia questo l’errore contenuto – ad esempio – in un editoriale di qualche giorno fa che pure portava l’illustre firma di Ernesto Galli della Loggia.

Mi sembra davvero strano che uno degli intellettuali più attenti alla complessità e molteplicità di strati che vanno a comporre la “politica” possa esser caduto in un inganno del genere. Infatti ho dovuto rileggere l’articolo per esserne certo. Ma – con tutto il rispetto – anche dopo la rilettura mantengo la mia obiezione.

Sbaglierò ma il ruolo di Conte nel futuro della democratica lotta per il potere in Italia è invece – a mio parere – tutto da vedere e potrebbe rivelarsi molto meno stabile di quanto non dicano quei numeri. Ma questo è secondario. Facciamo invece, di questo quesito, il pretesto per articolare alcuni elementi di riflessione.

In primo luogo, sulle vicende italiane del dopo-virus – che possono iniziare in qualsiasi momento compreso fra il consolidarsi di una tendenza alla riduzione del contagio fino alla cessazione definitiva delle misure straordinarie – peseranno moltissimo due questioni sovranazionali:

  1. il vero bilancio – comparato – dell’efficienza dimostrata dai vari governi nel fronteggiare l’emergenza sanitaria e la connessa emergenza economica;
  2. gli sviluppi dei due principali processi, già in corso: campagna statunitense per le presidenziali di novembre e rapporti fra Parigi e Berlino nella nuova governance UE.

Su entrambe i fronti a me sembra che le sorprese che attendono il governo italiano non siano di segno favorevole. Tralasciando le vicende USA, davvero ancora troppo indecifrabili, osservo – da un lato – che il modo in cui l’Italia sta fronteggiano l’emergenza mostra tutto il logoramento dei nostri sistemi decisionali e dei nostri apparati amministrativi. Sul piano poi della presenza in Europa, non ho visto ancora alcuna capacità dell’attuale leadership italiana di incidere sulla durissima partita in corso né di giocarvi alcun ruolo che non sia di carattere meramente retorico.

Ma non è questo il punto che credo davvero interessi.

I temi più importanti rispetto ai quali attrezzare anche una piccola ma ambiziosa iniziativa come Politica insieme sono altri.

La recessione che ci attende, con connessa esplosione della spesa pubblica, e il parallelo trauma psicologico dell’epidemia porteranno a maturazione – e non certo congeleranno – alcuni sviluppi, laddove il Governo oggi in carica si appoggia solo su un delicato e fragile equilibrio statico.

Ne segnalo in particolare tre:

  1. il primo è l’accelerazione della crisi della dottrina dell’“uno vale uno”. Più che il Presidente Conte, ritengo che alcuni Ministri abbiano dato prova evidente, anche allo sguardo più benevolo, della inadeguatezza dei meccanismi di selezione della classe dirigente politica nel nostro paese. Credo che ormai emergano nell’opinione pubblica stanchezza e rifiuto. Le istituzioni (e con esse 60 milioni di italiani) si sentono ormai ostaggio di alcune centinaia di parlamentari del cui futuro (inteso nel senso di fonte di reddito) toccherà – in qualche modo – farci carico se vogliamo tornare di nuovo ad essere un popolo libero. So bene che il tema degli umori elettorali e della selezione della rappresentanza politica è enorme e capisco che la negatività del risultato finale non sia garanzia del fatto che si trovi in tempi ravvicinati una soluzione. Né personalmente mi aspetto granché nel breve termine. Mi limito però ad osservare che – dopo alcune performance individuali e collettive (non serve qui entrare nei particolari) – è difficile che questa compagine possa presentarsi al gran completo ad incassare il riconoscimento di salvatrice della patria. Questo sarà – per i 5 stelle – un problema in più. Saranno costretti ad alzare i toni della loro demagogia. Già ieri è venuta fuori l’ennesima ridicolaggine del dimezzamento degli stipendi dei parlamentari. Ma non credo troveranno troppe orecchie disposte ad ascoltarli (a iniziare dalle orecchie del PD, sensibili ai rischi di un coinvolgimento e di una corresponsabilità);

 

  1. il PD avrà i suoi problemi: dovrà gestire almeno due revirements non da poco: il primo è quello dall’ultraliberismo al nuovo credo economico della nuova fase del capitalismo mondiale. Mi dispiace per coloro che (per pigrizia o per un legame non risolto con i propri generosi anni giovanili) continuano ad attribuire alla destra l’identificazione con il credo ultraliberista, ma questi erano gli anni di Reagan e della Thatcher, mentre è un fatto che dagli anni 90 (Clinton) a livello mondiale – e in Italia in modo marcatissimo dalla stagione delle privatizzazioni – è stata proprio la sinistra “di governo” la più convinta, coerente, addirittura fanatica, sostenitrice del credo ultraliberista (la cd “inversione della rappresentanza politica” analizzata da Sapelli). Ed è stata quindi la sinistra di governo italiana, ai posti di comando per ben 19 dei 26 anni della seconda Repubblica, la principale protagonista di quel processo di  vero e proprio “smantellamento” del sistema e dell’apparato pubblico che oggi viene additato da tutti. Noi sappiamo che ciò è avvenuto anche a causa della permanente crisi fiscale dello Stato italiano. Ma – e qui veniamo al secondo difficilissimo revirement che attende il PD – quale è il nesso fra crisi fiscale, mancate riforme (e qui di nuovo ricordiamo: 19 anni di governo su 26) e accettazione acritica della particolare interpretazione dei Trattati europei in senso ordoliberista? Cioè, quanto la dottrina del vincolo esterno (da sempre cara ai figli dell’azionismo, maggioritari nella sinistra italiana) dovrà essere rimessa in discussione alla luce della “crisi del corona-virus”? Il no secco ai bond europei mette in crisi più la sinistra del vincolo esterno (che ha da sempre invitato il suo popolo a guardare con fiducia ad un’Europa che al momento opportuno avrebbe mostrato il suo volto buono) che non i sovranisti i quali coltivano la parallela e opposta illusione (e qui veniamo al punto successivo) che lo smascheramento della cattiva Europa apra loro le tanto agognate praterie;

 

  1. anche il sovranismo – inteso come scontro duro con Bruxelles con annessa agitazione della minaccia di uscire dall’UE – non raggiungerà mai la sua terra promessa: la sua predicazione soffre di deficit di realismo e di facile propagandismo. E poi – come già in un precedente articolo avevo cercato di argomentare ( CLICCA QUI )– manca di una onesta e profonda analisi della crisi italiana e si traduce quindi in una sterile propaganda da cui gli italiani si allontaneranno (e non si faranno irretire) dopo il bagno di realtà (comunque vada a finire) e dopo una meditazione collettiva così autentica come quella provocata dalla crisi di questa eccezionale primavera.

 

In conclusione, nella seconda Repubblica, né la destra italiana, né la sinistra sono riuscite a diventare quel partito dei produttori di cui si avverte ormai la pericolosa (e costosa) mancanza.

La mancanza di ancoraggi e di autorevolezza con cui l’Italia si presenta oggi in Europa ne è la evidente espressione. E invece, il principale tema all’ordine del giorno nei prossimi anni sarà proprio questo – con le connesse esigenze di cultura politica e di radicamento economico, storico e valoriale – e non più la contrapposizione fra opposte macchine di cattura del consenso.

In conclusione, Conte – a mio parere – rischia non solo di essere ingabbiato, ma, nelle sue due versioni del prima e dopo settembre 2019, di rimanere la mera risultante di coordinate politiche che il virus sta cancellando.

Per ora registriamo che la anomala posizione di arbitro (o, meglio, di interprete in forma alternata) non produce un nuovo profilo politico, ma rafforza il limite di quello originario.

Enrico Seta