Il Wall Street Journal di venerdi scorso ha ospitato un intervento di Henry Kissinger sulla pandemia del coronavirus che sta sconvolgendo il mondo e rischia di “cambiare per sempre l’ordine mondiale”.

Kissinger ha 97 anni e può essere considerato a ragione uno degli ultimi uomini di Stato che hanno cambiato il modo di concepire i rapporti di potere, costruendo e mettendo in pratica una nuova teoria della pace e della guerra. Il suo ruolo, al tempo dei presidenti Nixon e Ford, è stato di primissimo piano come testimoniano gli accordi di non proliferazione nucleare tra USA e URSS, le intese per la fine della guerra in Vietnam, gli accordi di Camp David tra Israele ed Egitto, il disgelo tra America e Cina.

Lontano dalla politica attiva da quarant’anni, ha scritto non il solito diario di memorie ma vere e proprie opere che ancora si studiano nelle scuole di diplomazia.  La più recente (“Ordine mondiale”) è un lavoro che spazia dalla guerra dei Trent’anni del 1648, che coincide con la nascita del mondo multilaterale, al jihadismo di oggi una  analisi acuta sulla capacità di avere  visioni ampie e nello stesso tempo sapere affrontare i problemi  attuali.

Turbato dalla pandemia del coronavirus che non sconvolge un singolo Stato ma è di portata globale e “colpisce a caso, in modo devastante e con una ferocia senza precedenti”, Kissinger constata che le strutture sanitarie si sono rivelate tutte impreparate e insufficienti a “ sostenere una ondata in continua espansione che non conosce confini” per giungere alla conclusione che è urgente trarne un insegnamento e pensare sin da ora al dopo.

E lo fa con tre riflessioni che propone al lettore.

La prima è la necessità di potenziare al massimo la capacità globale di resistere alle malattie infettive. Come è avvenuto in passato per diverse malattie, dalla polio al vaiolo, e considerate le capacità che oggi le tecnologie consentono, anche grazie alle applicazioni dell’intelligenza artificiale, la scienza potrà certamente vincere ma il punto non è questo. Sono i governi e le istituzioni che dovranno essere in grado di avere progetti e costituire scorte strategiche, anche in cooperazione tra loro, per proteggere le popolazioni.

La seconda è l’esigenza di trovare strumenti per risanare l’economia mondiale dal grave trauma che ora subisce. La crisi economica sarà infatti molto più complessa di quelle che sino ad oggi abbiamo conosciute perché non si è mai vista nella storia una diffusione così veloce e così globale come quella della nuova peste. Le conseguenze si misureranno per più generazioni e il rischio “è anche quello di evitare il caos che potrebbe essere imminente nelle popolazioni più vulnerabili del mondo”.

La terza riflessione è un forte richiamo non solo all’America, visto che “le risposte alla emergenza sono state concepite tutte su basi puramente nazionali”. La sfida è invece globale per i prossimi decenni e potrà anche mettere in gioco gli stessi principi dell’ordine mondiale liberale e democratico, perché nessuno Stato da solo sarà in grado di proteggere i bisogni fondamentali della persona come la sicurezza, l’ordine, il benessere economico e la giustizia.

Se non si difenderanno questi valori con una visione globale il prezzo da pagare potrebbe essere altissimo, fino alla disgregazione del contratto sociale su cui si basa la convivenza, sia a livello nazionale che internazionale. E qui Kissinger si chiede con ironia che senso abbia immaginare ancora la città fortificata nel tempo in cui la produzione e il commercio sono globali e dipendono dal movimento delle persone. Gli isolazionisti americani e i sovranisti di tutto il mondo, compresi i nostri, sono così serviti.

Guido Puccio