I precedenti articoli di Arturo Bodini sono stati pubblicati il 10 marzo ( CLICCA QUI ) e il 26 marzo ( CLICCA QUI )

La nostra Repubblica ha compiuto un lungo e faticoso percorso per archiviare la tradizione centralistica insita, fin dalla fondazione dello Stato Italiano e accentuata durante il regime fascista. Ancora oggi, dopo quasi settantacinque anni di governo Repubblicano, la struttura definita teoricamente dalla Costituzione non ha raggiunto tra gli enti che concorrono al suo governo quel punto di equilibrio che l’organizzazione di un moderno Stato dovrebbe avere. Le modifiche del titolo quinto, introdotte nel 2001, pedissequamente particolaristiche, anziché favorire un proficuo coordinamento tra le varie Istituzioni, hanno aperto la strada a interpretazioni ambigue e attivato un contenzioso permanente fra Stato e Regioni. Questo provvedimento Costituzionale, che ha avuto il fine strumentale di bloccare la deriva anti unitaria della Lega, ne ha inquinato la necessaria lungimiranza politica e culturale.

E’ agli atti delle cronache recenti l’atteggiamento stridente di alcuni istituti regionali che non hanno saputo fare fronte comune con lo Stato per contenere una drammatica Pandemia avanzando pretese di indirizzo sanitario neppure previste dal dettato Costituzionale (Sabino Cassese, Corriere della Sera). E’ ora necessario intervenire per elidere un contrasto che partendo da una contestazione permanente potrebbe condurre ad uno scontro istituzionale tra Stato e Regioni..

Questo induce a recuperare alla nostra Repubblica una forma più efficiente e più aderente allo spirito iniziale della Costituzione proprio nel momento in cui è emersa una urgente necessità di correggere questo divenire.

Infine, prendendo atto che il debito pubblico ha superato il 1.650.000.000.000 di euro, dati non aggiornati dagli interventi anti crisi ancora in corso, vi è la necessità di asciugare le strutture ridondanti e le sovrapposizioni di competenze ampiamente presenti nel nostro sistema per una più compatta ed efficace azione amministrativa, per un necessario contenimento della spesa corrente e destinare questi risparmi ad interventi produttivi. Inoltre occorre accompagnare la riforma con una revisione gerarchica delle strutture burocratiche in cui efficienza e merito divengano sistematicamente usuali e possano essere stimolanti per un più oculato utilizzo delle risorse umane.

 Le competenze legislative

Una azione amministrativa staccata dalle varietà geopolitiche porta a infilarsi in una strada senza uscita. Chi cerca di bypassare il complesso problema Stato-Regioni inserendo una pretestuosa conflittualità permanente blocca il formarsi di un equilibrato fluire del complesso divenire della nostra Repubblica.

Lo Stato non può non governare le tematiche che per loro natura sono unitive per una crescita armonica della nostra società evitando, non solo l’ampliarsi di differenziazioni sociali da luogo a luogo ma la riduzione della loro funzionalità. La salute è un bene comune a tutti i cittadini e come tale dovrà essere equamente tutelato. Constatando che le forbici delle prestazioni sanitarie si sono ampliate tra regione e regione, è necessario ritornare a delegare allo Stato la sanità pubblica. Alle Regioni sarà ben più efficace coordinare lo sviluppo di tutti quei caratteri geopolitici che sono alla base delle diversità territoriali determinate dal loro sviluppo storico, economico, sociale e dalle differenziazioni geografiche insite nel nostro Stato. Il tutto per attuare una gestione oculata delle risorse Europee.

Tutto questo richiede la riorganizzazione con un decentramento capillare, gerarchico amministrativo delle tematiche di pertinenza dello Stato, e renderle avulse da ogni inquinamento familistico, clientelare e da collusioni assai discutibili. Nel contempo consolidare nelle strutture periferiche una responsabilità gestionale, una efficacia burocratica e una capacità organizzativa per attuare la complessa proposta che ci viene richiesta dall’Europa tutta.

Il governo del territorio con particolare riferimento a un più pregnante indirizzo eco sistemico, con una più attenta tutela e valorizzazione del patrimonio storico, artistico, culturale ed ecologico, non può che essere attuato dalle strutture periferiche. A completamento di questi intenti sarà necessario che le Sovrintendenze, fino ad ora centralizzate, attuino la loro azione, sia di tutela che di spinta ad una azione innovativa nel territorio, pur mantenendo una loro decisa autonomia rispetto ad ogni entità politico amministrativa. Il tutto anche per dare un deciso impulso alle attività che contribuiscono alla valorizzazione di questi beni: agricoltura e turismo.

Pertanto alle autonomie locali spetterà in termini globali l’amministrazione di quanto legislativamente individuato e regolamentato dai due livelli superiori. Allo Stato e alle Regioni la attività’ amministrativa dovrà essere l’eccezione, limitata ai soli casi in cui la materia considerata abbia caratteristiche ben singolari. Il tentativo, da tempo in atto, di accentrare nelle Regioni una serie di competenze amministrative, viste anche le patologie intervenute, va senza tentennamenti bloccato.

Il Senato, Camera delle Regioni e delle autonomie locali

Per superare la difficile convivenza tra Stato, Regioni e autonomie locali è opportuno che il Senato assuma anche le funzioni di mediazione del sistema di governo della Repubblica, garantendo la funzionalità dei rapporti tra gli enti la compongono: Stato, Regioni, Province, Città Metropolitane, Comuni. (art. 114). E’ opportuno che ogni Provincia o Città Metropolitana abbia un suo rappresentante per un totale di 107 membri. Gli altri 93 senatori saranno eletti su base regionale in rapporto al numero degli abitanti, assegnando in questo computo gli eletti nelle macro autonomie locali.

 Il legame tra deputati e il territorio

Anche per i deputati occorrerà ristabilire un rapporto diretto con il territorio. E’ opportuno  istituire 300 collegi elettorali per collegare ciascuno di questi eletti (rappresentanti del Popolo) a un preciso territorio e che conseguentemente acquisiscano una conoscenza capillare delle problematiche locali e attuino un monitoraggio del funzionamento degli organismi periferici dello Stato. In questa ottica occorrerà definire per i 100 eletti rimanenti un sistema elettorale di tipo maggioritario con recupero proporzionale su base regionale a cui accederanno solo quei partiti o quelle coalizioni che avranno ottenuto non meno del 5 % dei voti validi (o almeno cinque parlamentari). Si avvierà così una maggior compattazione dei partiti presenti in Parlamento.

Il superamento del trasformismo

Le leggi elettorali proposte stabiliscono un più aderente legame con il territorio e un più coerente legame politico bypassando le anomalie che gran parte dei sistemi elettorali precedenti hanno accentuati (con esclusione del cosiddetto Mattarellum). L’aspetto trasformistico ormai che oggi ha perso ogni giustificazione storica e politica sprofondando nei più sgradevoli interessi personalistici aiuterà i Parlamentari a rivolgersi con maggiore intensità agli interessi del Paese.

Le regioni a statuto ordinario

Sarà opportuno, affinché una Regione possa attuare efficacemente quanto demandato, che governi un territorio adeguato e pertanto la dimensione demografica non sia al disotto di 1.500.000 abitanti (chi non ricorda i metodi clientelari con cui venne istituita la regione Molise). A Marche e Umbria, Abruzzi e Molise, Basilicata e Calabria sarà proficuo associarsi in coppie virtuose per poter attuare efficacemente quanto loro attribuito (oggi è un non senso che una regione che sia costituita da due sole province e abbia un numero di abitanti inferiore a molte delle province esistenti).

 Le regioni autonome

Per le regioni a statuto speciale, preso atto delle differenti motivazioni che hanno portato alla loro costituzione, (in alcuni casi addirittura sono state oggetto di trattati internazionali), occorrerà caso per caso esaminare gli eventuali interventi di adeguamento, all’attuale sistema tenendo conto di quanto indicato per le Regioni a statuto ordinario. Occorrerà inoltre ragionare sulla dimensione (competenze) di ognuno di questi enti. La Sicilia non è la Valle d’Aosta e viceversa. Sarebbe utile reinserire nella Costituzione le Province autonome in luogo di alcune regioni autonome.

Arturo Bodini